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La riforma del '94 è incompleta di Massimiliano Minerva
Una certa inquietudine serpeggia tra i magistrati della Corte dei conti, soprattutto tra i giovani, questi ultimi di certo più esposti alle tante incertezze che caratterizzano il lungo percorso professionale che li attende e ai sicuri effetti di una eventuale riforma sul loro futuro lavorativo. Nel dibattito sul ruolo e le prospettive della Corte dei conti dopo la riforma del 1994, a volte sotterraneo e defilato, a volte tumultuoso (come durante il periodo dei lavori della Bicamerale) - comunque mai sopito - prevale una sensazione. La sensazione è che ci siano molte cose non più accettabili, pena la restituzione all'esterno di un'immagine dell'Istituto falsata e distorta e lo svilimento delle stesse funzioni magistratuali È inaccettabile l'idea che possa esistere uno Stato e dunque una gestione della cosa pubblica senza controlli efficienti e responsabilità certe, valutate da un'autorità giudiziaria specializzata, che conosca e applichi le regole proprie di quelle responsabilità. È inaccettabile l'idea che la corruzione e il lassismo gestionale siano mali endemici italiani e che non esistano altre cure efficaci che non siano le "cure giudiziarie penali". È inaccettabile che sfuggano alla giurisdizione contabile intere "gestioni pubbliche" operate da organismi che, pur assumendo una struttura formale di tipo privatistico, devono essere considerati, a tutti gli effetti, "organismi di diritto pubblico" (nell'accezione propria del diritto comunitario). È inaccettabile che la riforma, complessa e radicale, del massimo organo di controllo e giurisdizionale amministrativo-contabile, compreso il decentramento a livello regionale degli uffici e servizi, sia stata fatta pressoché "a costo zero". È inaccettabile che sia preferibile limitare le funzioni e i poteri di un organismo certamente vecchio (anzi, antico), o tentare di sopprimerne l'anima giurisdizionale, piuttosto che riformarlo seriamente e profondamente, investendo adeguate risorse intellettuali, finanziarie e progettuali. È inaccettabile che la giustizia contabile e il suo processo, che ha oltre un secolo, possano essere retti da un regolamento di procedura che vanta quasi gli stessi anni (tanto più alla luce dei principi costituzionali del c.d. giusto processo, di recente introduzione). È inaccettabile che il "nuovo" controllo sulla gestione possa essere svolto senza risorse finanziarie e strumentali adeguate, oltre che senza risorse umane dotate di professionalità specifica. È anche inaccettabile che a parità di funzioni e di qualifica magistratuale vi possano essere significative differenze stipendiali e che la retribuzione dei magistrati di prima nomina sia pari alla retribuzione attuale dei dirigenti pubblici. Tutto questo e molto altro ancora è inaccettabile. In realtà, la riforma in senso autonomistico dello Stato e l'affermazione del principio di effettività delle responsabilità finanziarie non possono che passare attraverso il potenziamento, la razionalizzazione e l'ammodernamento delle funzioni di controllo e giurisdizionali esercitate dalla magistratura contabile. La conclusione è che la riforma della Corte dei conti del 1994 attende di essere completata e che l'Istituto deve essere rilanciato in chiave moderna: attraverso un disegno riformatore complessivo e illuminato i meccanismi di controllo devono essere affinati, gli uffici giudiziari potenziati, il personale magistratuale e amministrativo incentivato, i procedimenti giurisdizionali pensionistici accelerati e semplificati, le procure dotate di organi di polizia giudiziaria contabile. Altrimenti la Corte resterà a lungo in mezzo al guado, avendo da molto tempo lasciato la riva della Camera regia dei conti, da cui proviene, ed essendo ormai in vista del modello europeo di Corte dei conti, verso le cui sponde deve andare. |