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Angelo M.V. VALENTI: "La primavera dei diritti umani allalba del Terzo Millennio: Luci ombre e prospettive", Perugia, Cornicchia Ed., marzo 2000, pp. 1-230
Il presente lavoro costituisce una rivisitazione e una sintesi dei principali argomenti di una omonima e recentissima pubblicazione monografica (Perugia, Cornicchia Ed., marzo 2000, pp. 1-230), che, quale titolare e responsabile dei corsi sul "Diritto dellintegrazione europea" e sul "Processo dellintegrazione europea" (sponsorizzati dalla Fondazione "Jean Monnet" dellUnione Europea presso il Dipartimento Diritto e Società dellUniversità di Perugia), ho inteso dedicare allinsegnamento delle relative materie. Il volume testé menzionato è la somma di ricerche condotte lungo tutto larco della mia lunga attività di studioso. Esso ha un contenuto chiaro e il suo svolgimento metodologico segue in grandissima parte la stessa formulazione del titolo.
Nellambito delle "luci" della primavera umana, la ricerca si muove, nel primo capitolo, sulla base della storia della tutela dei diritti delluomo: dalle prime affermazioni positive di carattere costituzionale; alle solenni "Dichiarazioni internazionali sui principi", sia tendenzialmente universali (ad esempio, la famosa "Dichiarazione universale sui diritti delluomo", approvata a grande maggioranza dallAssemblea Generale delle Nazioni Unite alla fine del 1948), sia " regionali" (ad. esempio, laltrettanto nota Convenzione di Roma sui diritti delluomo del 4 novembre 1950). I risultati più cospicui, a mio avviso: la dimostrazione tecnica che le Dichiarazioni sono spesso munite anche di efficacia obbligatoria (tanto che la dottrina anglosassone parla, al riguardo, di soft law); la conferma, anche di carattere esplicito (cfr. la Dichiarazione del Parlamento Europeo del 12 aprile 1989) che la dignità umana non solo è alla base di tutta la tutela dei diritti umani, ma costituisce essa stessa un "diritto soggettivo inviolabile" (art. 1).
Sempre nellambito delle "luci", il secondo capitolo è dedicato alla "integrazione europea e promozione della persona". Si tratta per me di una endiadi, in quanto il fenomeno dellintegrazione ha il fine profondo come spererei di avere dimostrato, non solo in questo libro ma in tutti i miei studi soprattutto monografici della effettiva tutela delle persone e del miglioramento umano: non soltanto dei popoli Europei, ma di tutti i popoli, specialmente di quelli più poveri socialmente ed economicamente. Data la vastità e la complessità della materia, mi è parso utile indicarne gli aspetti salienti mediante un apposito lavoro di sintesi, comunque sufficientemente completo e soprattutto penetrante (anche se necessariamente conciso: per questo motivo ho preferito omettere le note bibliografiche). Tale studio esamina, fra laltro: i principali riscontri esperienziali e le principali idee-forza e idee-guida dellintegrazione europea, a cominciare da quella che io ho definito "unione economica e sociale"; il carattere "progressivo e successivo nel tempo "dellintegrazione: dallunione doganale, a quella economica e sociale (fondata sulla libera circolazione di tutti i fattori produttivi di un "mercato unico", siccome "comune" ai Paesi interessati), allunione senza aggettivi (quale quella ormai istituita dai "Trattati sullUnione": Atto Unico Europeo, Maastricht e Amsterdam), sino alla Unità Europea successiva e futuribile, (purchè realmente "nuova", cioè penetrantemente politica e istituzionale); la primavera dei diritti umani e delle persone, in quanto tali; la "legittimazione democratica dellintegrazione europea", che si fonda sulla sua disponibilità e apertura nei confronti dei popoli meno fortunati. In conclusione, lEuropa comunitaria e integrata va valutata a mio sommesso avviso come un peculiare "blocco regionale", che si basa sui Trattati Istitutivi e su quelli di Unione (i già indicati Atto Unico Europeo, Trattato di Maastricht e, per ultimo, Trattato di Amsterdam, entrato in vigore il 1° maggio 1999), i quali sono poi giuridicamente legittimati, oltre che dalla effettività della loro esistenza, dalla loro sostanziale conformità ai blocchi internazionali di carattere economico previsti dal GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio: in particolare, lart.24, che prevede e consente la creazione delle "Unioni doganali" e delle "Zone di libero scambio").
Le principali "ombre" dellattuale situazione mondiale, le quali sono tutte di gravissimo danno e pregiudizio per la tutela dei diritti umani e, quindi, per lauspicabile, effettivo sboccio della primavera delluomo, sono ravvisabili a mio sommesso ma convinto parere in tre diverse ma, in fondo, interdipendenti situazioni di precarietà, purtroppo persistenti e ahimè ricorrenti -. Anzitutto, va valutata la progressiva erosione del pluralismo internazionale, che comporta fatalmente, fra laltro, molteplici danni e pregiudizi ai Paesi più deboli, sia economicamente sia politicamente sia socialmente, in quanto li rende, di fatto, facili prede e nuove "colonie" dei blocchi politico-economici (i quali, poi, non soltanto sono sempre effettivamente dominanti, ma altresì, spesso contrapposti). Vi è, poi, per quanto ci riguarda come popolo, la particolare situazione politico-geografica dellItalia, che è, in realtà, come io stesso ho spesso indicato e dimostrato, "un Paese di frontiera senza frontiere". Vi sono, infine (last, but not least!), i molteplici conflitti armati, spesso continui e ricorrenti; ivi compresi le varie guerriglie, le rivoluzioni (talvolta permanenti), le vere e proprie guerre fra popoli (fra cui sono da considerare, quanto meno sotto il profilo sostanziale, i conflitti balcanici e tutti gli "interventi di polizia internazionale", "delegati" o comunque autorizzati dalle Nazioni Unite (si richiama, ad es., la nota 14 del terzo capitolo). Il rilievo più inquietante, per laspetto della salvaguardia dei diritti umani, è che questi eventi conflittuali sono spesso contrari persino allo ius cogens internazionale: come emblematicamente avviene nei non pochi casi di genocidio di un popolo o anche di una "collettività significativa di persone" (in quanto costituente "parte o porzione rilevante di un popolo": si richiama il decimo paragrafo del terzo capitolo).
Il sesto e il settimo capitolo sono dedicati, in special modo ai principali eventi ed elementi, che, fondati su dati esperienziali inconfutabili, incidono nelle "prospettive" dello sviluppo dei diritti delluomo allalba del terzo millennio (il quale costituisce largomento centrale e conclusivo del titolo del libro). In particolare, il sesto capitolo concerne "il momento attuale della primavera umana in Europa e in Italia", mentre il settimo che ha per tema "Società delle genti e regioni internazionali, sviluppo delle organizzazioni internazionali e primavera delluomo", investe più direttamente e più globalmente il tema decisivo e inderogabile di un nuovo e più idoneo assetto internazionale. Gli elementi di maggior rilievo sono, a mio avviso: per lEuropa e per lItalia, lesame storico-critico di due immagini, che Giscard dEsteing ha definito "Europa Potenza" "Europa- Spazio" . La prima comporta non solo lesigenza di un "Unione Europea effettivamente competitiva nello scacchiere internazionale, ma altresì aihmè lesperienza cruda e pericolosa degli "Stati egemoni" e, quindi, leventualità, tuttora non scongiurata, di unEuropa unita "a più velocità". La seconda immagine suppone che tutti i popoli europei partecipino, a pieno titolo, alla futuribile Unione. Sulla prima idea, riterrei che un osservatore prudente e imparziale, analizzando i dati più importanti dellattuale esperienza, forse potrebbe sintetizzare che solo lautentica "compartecipazione" di tutti i Partners sarà in grado di superare i più gravi problemi e i pericoli al processo di integrazione in modo da realizzare una realtà politico-giuridica ed economico-sociale autenticamente unitaria e paritaria. Sulla seconda idea, sono convinto e ho cercato di dimostrare che lampliamento progressivo dellUnione Europea non vada limitato alla direttrice OVEST-EST, perché ciò scompenserebbe, oltre tutto, lattuale peso geopolitico dellEuropa, spostandolo verso nord-est. LItalia si trova al centro del Mediterraneo. AllEuropa Cento-Occidentale si deve aggiungere paritariamente una "Europa Mediterranea", che comprenda, oltre al Portogallo, alla Spagna e alla Grecia, Malta, Cipro e la Turchia, superando lattuale situazione irregolare riguardo il problema del genocidio dei Curdi, e recuperando altresì tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, a cominciare dalle ex colonie francesi, inglesi e italiane (Marocco, Algeria, Mauritania, Tunisia, India, Egitto, Libia). Per realizzare, dunque, unEuropa "Mediterranea", occorre modificare e migliorare in modo decisivo i rapporti con tutti i paesi di questarea: lEuropa è partita dal Mediterraneo e al Mediterraneo dovrà ritornare!.
Il quarto capitolo del libro costituisce certamente una novità, sullambito delle ricerche di carattere tecnico umanistico, quali sono quelle politiche, giuridiche, economiche e sociali. Tuttavia personalmente sono lieto di avere avvertito lesigenza di inserire, nello svolgimento e nellapprofondimento di un tema così impegnativo, quali le luci, le ombre e le prospettive future dei diritti umani, il problema fondamentale e insieme preliminare a ogni altro della conoscenza accessibile alluomo. Sono convinto, infatti, che vi sia un preciso rapporto, tanto profondo quanto inscindibile, che lega la conoscenza della verità e la salvaguardia dei diritti umani: luna e laltra, infatti, ammettono come condizione indispensabile che il mondo umano sia un mondo di valori e che i valori siano degni di essere vissuti e tutelati, dai singoli e dalle collettività sociali, costi quel che costi. Da molti anni vado ripetendo e dimostrando, nei miei studi, che il "rapporto antropologico tra cultura e civiltà, cioè tra valori storici ed universali, non costituisce unantinomia, ma una corrispondenza dialettica senza soluzione di continuità. La chiave di lettura dei valori nel nostro tempo è offerta dalla tutela dei diritti inviolabili della personalità e della correlativa osservanza dei doveri inderogabili".Com è evidente, per scoprire se è lecito parlare di valori, dobbiamo sapere preliminarmente se esiste la verità; sicchè appare quanto mai opportuna una specifica analisi sulla capacità di conoscere la verità, da parte dellindividuo umano, in genere, e delluomo moderno, in specie: anche perché, nel campo del sapere speculativo, il pensiero moderno e quello detto post-moderno sembra abbiano accentuato i limiti obiettivi e subiettivi e le stesse possibilità effettive della conoscenza umana (questa specifica analisi è stata da me svolta, nel febbraio 1999, nel saggio: "De verificate ac libertate: conoscenza, verità, libertà, fede e morale"). Allo scopo di individuare con immediatezza il problema dei valori e della verità, è forse utile introdurre largomento, riportando la sintesi trascritta dai partecipanti ai miei Corsi (sul diritto e sul processo dellintegrazione europea), promossi dalla Fondazione Jean Monnet, dellUnione Europea, presso lUniversità degli Studi di Perugia: "Per scoprire se è lecito parlare di valori, dobbiamo sapere preliminarmente se esiste la verità. La filosofia scolastica era determinata dalla credenza religiosa e si era sviluppata, partendo dalla filosofia dei grandi traduttori e mediatori islamici, Averroè e Avicenna, che si ispirano ad Aristotele. Non è di oggi la critica sui limiti della conoscenza umana. In passato, è notissima linterpretazione di Platone e Senofonte sul pensiero di Socrate:" conosci te stesso". Socrate era figlio della sua epoca, i cui pensatori furono i sofisti, tra cui Gorgia e Protagora soprattutto. Essi affermavano che la verità è quella del più forte, che la verità è soggettiva e che "luomo è centro e misura di tutte le cose" (come sosteneva Protagora). Cera già in nuce lidealismo, che accomuna la filosofia Kantiana e post kantiana. La filosofia idealista è relativistica, poiché afferma, con Kant, che luomo non può conoscere il fondamento ultimo di tutte le cose, cioè il noumeno, ma può soltanto apprezzare e discernere il fenomeno, cioè ciò che appare: donde "la sintesi a priori" kantiana. Kant, pur nel suo scetticismo relativistico, vuole affermare che luomo ha la priori; in tutta la conoscenza cè sempre un elemento a priori: alcune verità le abbiamo a priori. Nella "Critica della ragion pratica", afferma che è vero che scientificamente luomo non può conoscere il divino, ma è anche vero che, nella pratica della vita, luomo crede in Dio e nella verità. Questa analisi, per il Valenti, è interessante ma anche non completa, perché Kant non si è reso conto che sia la contemplazione della priori che quella della stessa credenza gnoseologica sono diverse dalla ragione, non si è reso conto che non ha potuto spiegare intellettualmente la priori. Bergson, nel 1905, scrive l "Introduzione alla metafisica", in cui sostiene che la conoscenza non è un fatto logico ma metafisico, cioè partecipa di un elemento assoluto: lintuizione. Pochi anni dopo Husserl afferma (Ideen 1913) che alluomo è sufficiente non la conoscenza noumenica kantiana ma quella fenomenica. Nella seconda parte della sua ricerca speculativa, tuttavia, più si allontanava dalloriginaria neutralità fenomenologica, più si avvicinava alla speculazione dellintuizione e alla definizione, del pensiero dei filosofi greci, come conoscenza del "logos" universale. La conoscenza è definita come intuizione eidetica, dove eidos è sinonimo del termine platonico aideia: intuizione ideale. La conoscenza è un fatto metafisico che ha degli schemi ideali (le "essenze"). Severino afferma, invece, che la verità non esiste, perché la verità è un "incessante divenire dellessere", perciò non esiste un fondamento assoluto dell'etica; ma egli ammette "come può luomo allontanare la violenza, se pone alla base dellessere lincessante divenire? La riduzione delletica alla tecnica non può che portare alla distruzione". Nietzsche "non scriveva con parole ma con illuminazioni"; lo afferma egli stesso ne "La gaia scienza". Lintuizione, per il Valenti, non è mai fine a se stessa, ogni volta che "scatta" è legata a una particolare esigenza di conoscere e agire del soggetto ed è sempre collegata e coerente con gli elementi intellettuali della logica e della ragione. Bergson la riteneva come attività completamente irrazionale, Valenti la collega alla razionalità: lintuizione costituisce lelemento che fa scattare la profonda conoscenza delloggetto, lintuizione è un dono personale, non è mai nemica, né concorrente, né alternativa allintelletto ma lo aiuta in virtù del suo lume metafisico. Lintuizione si sposa sempre e necessariamente, ogni volta che scatta, con la logica della ragione. Ciò ha lunico e specifico scopo di conoscere la verità delle cose, degli oggetti, nonché "la verità delle azioni umane" (come diceva Vico), sulla base dellintuizione come sposa ed ausilio dellintelletto. Il risultato gnoseologico è insieme reale ed ideale, cioè "eidetico", non è propriamente intelligibile, ma è "simpatia" tra soggetto ed oggetto, che sarebbe altrimenti inesprimibile, ineffabile. Se, dunque, la verità gnoseologica ed etica è accessibile alluomo, gli è altresì consentito "contemplare la verità tutta intera" (VALENTI, De veritate ac libertade , Margiacchi ed., in "Tre saggi brevi", Perugia, 1998): cioè, in termini alquanto più semplici, "contemplare i valori", sia esterni sia interni alluomo stesso". Nei tempi più recenti, si riscontra un accresciuto interesse sui problemi centrali della vita umana quali segnatamente la fede, la conoscenza, la scienza, la verità, la libertà del volere. Si tratta, infatti, di argomenti primari e, comunque, essenziali per la vita teoretica e pratica, in quanto vertono, fra laltro, sulla possibilità di conoscere il mondo e la stessa verità, in modo assoluto oppure relativo, come pure implicano lesigenza di agire in conformità ai valori profondi delletica umana, intesa quale volontà individuale, pratica e libera. La conferma di questo rinnovato interesse può desumersi, esemplificativamente, dalla elencazione di alcuni eventi e fatti culturali, che qui si indicano in ordine cronologico, come una vera e propria sequela. il 21 gennaio 1996 il Direttore della "Repubblica" Eugenio Scalfari pubblicava un editoriale, in prima pagina, dal titolo "Padre nostro, dove stai?", che ha avuto poi vasta risonanza, tanto da avere occasionato, nello stesso 1996, un omonimo libretto a cura di Felice Scipioni (con interventi di Scalfari, Tonini, Maggiolini, Arcais, Possenti, Quinzio, Severino e altri) nonché una recentissima e assai più ampia pubblicazione, a cura della rivista "Micromega" Nel febbraio 1996, Umberto Eco indirizzava al Cardinale Carlo Maria Martini una lettera aperta, ponendogli la specifica domanda: "in cosa crede chi non crede?" e sostenendo, in special modo, che anche il "non credente", in senso strettamente religioso, crede in una propria morale e in un futuro "cosmico" della vita umana. Martini manifestava di essere molto interessato allesigenza etica di chi non abbia fede religiosa e rivolgeva, a sua volta, la domanda:" Dove trova il laico la luce del bene?. Nello stesso 1996, il dibattito epistolare tra Eco e Martini veniva integralmente pubblicato dalla Rivista "Liberal" (insieme agli interventi di sei personalità del mondo filosofico, giornalistico, politico e culturale). Dal 1997 al 1999, vanno anzitutto menzionati alcuni "Incontri di meditazione ed approfondimento", organizzati nella Cattedrale Romana di San Giovanni in Laterano dal Cardinal Vicario Camillo Ruini, sui principali problemi concernenti soprattutto la fede, sempre con la partecipazione binaria di un teologo e di un laico, entrambi di chiara fama. Se mi fosse concesso un breve commento, vorrei porre in rilievo che il Cardinal Ruini, organizzando e facendo effettuare la serie dei suindicati incontri, che si presume non certamente finita, in merito ad argomenti tutti di primaria importanza per la fede in Cristo e tutti coinvolgenti problemi chiaramente satellitari e corollari della medesima fede quali sono, in special modo, la ricerca di Dio, i rapporti della fede con la scienza e con lesistenza del mondo, nonché, più ancora, con la ragione umana ha mostrato in fondo di condividere lopinione, da me ripetutamente manifestata, in occasione degli incontri annuali del Vicario Generale con il diaconato permanente romano, riguardo alla moderna esigenza di una "nuova apologetica", alla quale sono tenuti, secondo me, tutti coloro che siano veramente "fedeli" in Cristo, in quanto appartenenti al clero ordinato, ovvero anche laici, perché i laici sono "membri comuni del popolo di Dio" (si richiama la nota n°1 del libro). Il punto di partenza di ogni analisi sul problema centrale della verità, con riguardo sia alla conoscenza, sia alla scienza, sia anche e specialmente al rapporto etico interpersonale, secondo me, è già chiaramente implicito nella domanda stessa del dibattito Eco Martini: "in cosa crede chi non crede? ". E noto che buona parte della filosofia attuale, solitamente denominata postmoderna, muove dallo scetticismo di carattere gnoseologico (la verità non esiste; né la verità né il mondo sono di per sé conoscibili), religioso (Dio è morto; il soprannaturale e lassoluto non esistono), etico (il fondamento assoluto della morale non esiste); sicchè a me pare che il risultato speculativo del postmoderno, in senso generale e, comunque, diffuso, sia limmagine delleffimero e del precario. Tuttavia osservo che qualsiasi affermazione scettica e negatoria, anche la più radicale, mostra di credere a se stessa e questa è per me, sempre sul piano speculativo, si voglia o non si voglia, una fede. La negazione dei valori e la stessa immagine effimera dei medesimi, dunque, implicano la credenza in se stesse e quindi, non sono e non possono essere completamente radicali. Anche qualora si accettassero come valide per mero teorema una o più o persino tutte le singole speculazioni scettiche o negatorie o comunque relativistiche riguardo alla conoscenza della verità, sarebbe pur sempre necessario domandarsi se vi sia alcunchè che le accomuni: sono ciascuna un unicum, una monade incomunicabile? Perché grandi pensatori, come ad esempio Hume, Kant, Feuerbach, Stirner, Nietsche e i postmoderni, nietschiani e non, concludono che non esiste né la verità in sé, né la realtà in sé, né tanto meno lassoluto? Io certo non lo so; forse nessuno può dire di saperlo con certezza. Mi limiterei a formulare brevi osservazioni e riflessioni, che mi paiono significative e di rilievo. I) Anzitutto, osservo che già Emanuele Kant e i Kantiani comè notorio avevano quanto meno intuito che il problema scientifico del conoscere fosse superabile, sul piano non teoretico, ma squisitamente pratico. II) Prima ancora di Kant, anche Giovan Battista Vico ebbe, secondo me, un intuizione speculativa in parte analoga. Infatti, meditando sul pensiero di Cartesio e sulle concezioni razionalistiche prevalenti nel neo eccletismo della cultura napoletana a cavallo del secolo XVIII, egli pervenne alla conclusione che "una conoscenza razionale assoluta è privilegio esclusivo di Dio, Creatore del mondo"; ma alluomo rimane la capacità di " creare" (e, quindi, conoscere pienamente) le proprie azioni: cioè, la storia, quella che egli chiama "i fatti umani", nonché "il certo", in relazione al "vero", che è poi rivelato proprio dalle azioni concrete e particolari delluomo; donde i suoi famosi principi: verum ipsum factum; verum et factum convertuntur. Pertanto, volendo esprimere concisamente ma incisivamente lintuizione vichiana, si può affermare: negli stessi termini dell A., che la filosofia e la vita sono, in modo reciprocamente autentico, "avveramento del certo ed accertamento del vero", nonché, in termini miei personali, che filosofia e vita manifestano " la capacità umana di rendere esplicito ciò che è già implicito nellazione delluomo". III) Lintuizione di carattere speculativo di cui si tratta, è successivamente ripresa e sviluppata da illustri pensatori, per me altrettanto grandi, quali Henri Bergson, William James ed Hedmond Husserl. Essi pervengono alla conclusione comune che lattività gnoseologica non è meramente intellettuale, perciò esclusivamente logica e razionale, ma essenzialmente " metafisica" (come per primo indica Bergson). Pertanto, per conoscere, luomo si avvale di un fattore, che non è riconducibile tout court alla ragione, ma allessenza " profonda" di ciascun individuo. Infatti, nella sua principale opera monografica dedicata allargomento, Bergson descrive lintuizione come una sorta di " simpatia", per cui il soggetto della conoscenza penetra nelloggetto e lo possiede in modo immediato ed assoluto: "il suit de la qu un absolu ne saurait etre donnè que dans une intuition tandis que tout le reste rèleve de lanalise. Nouse appellons "intuition" la " sympatie" par laquelle on se transport a linterieur dun objet pour coincider avee ce qu il a par consèquent d inesprimable". Va notato che lillustre economista e filosofo Adam SMITH, vissuto dal 1723 al 1790, nella sua prima opera, quandera ancora docente di filosofia morale a Glasgow (Teoria del sentimento morale, 1759), attribuisce grandissimo peso al concetto di simpatia. E assai probabile che lopera in questione fosse conosciuta da Bergson. A parte William James (che a più riprese si autodefinì "bergsoniano" , come attestano sia Prezzolini, sia Papini, ad esempio, al tempo della prima pubblicazione del periodico "La Voce"), Edmond Husserl indica la conoscenza come "intuizione eidetica" , essendo lantico termine greco eidos lo abbiamo già notato - sinonimo di aideia (platonica). LA., infatti, nella seconda fase della sua ricerca speculativa, man mano che andava allontanandosi dalloriginaria neutralità "fenomenologica" per una scelta metafisica di tipo " ideale", si avvicinò al mondo speculativo greco della " intuizione filosofica", come movimento storico di "rivelazione universale", nonchè come valore pieno del " mondo della vita" (Lebenswelt), " fondamento su cui si muovono da sempre le scienze pur senza vederlo". IV) Personalmente, in base ad antiche e nuove riflessioni sulla vita umana e sulla comune esperienza, illuminata dalla principale opera speculativa di un mio grande Maestro spirituale, sono più che mai convinto che lintuizione sia lelemento, lunico elemento, in grado di vincere così il gelido rigore delle classiche speculazioni sul pensiero, prevalentemente razionalistiche, idealistiche e concettuali (che chiamerei, nella lingua tedesca, Die Begriffphilosophien), come la "pallida filosofia" del pensiero moderno e postmoderno. Direi, ancor più, che lelemento intuitivo, o qualcosa di simile, è adombrato persino da Nietzsche, laddove tale Autore, da molti ritenuto il vero antesignano del pensiero contemporaneo, afferma testualmente di scrivere "non con parole, ma con illuminazione". In realtà, lintuizione non è fine a se stessa. Ogni volta, che si manifesta (ovvero, come anche si dice nel linguaggio corrente, "che scatta"!), essa è legata a una particolare esigenza di conoscere o di agire del soggetto; inoltre, è solitamente collegata (ed è, altresì, quasi sempre coerente) con gli elementi prodotti dallattività intellettuale, quali la logica e la ragione. Vorrei dire ancor più e meglio, usando un paragone appropriato: se, nel linguaggio dei mestieri, si chiama "genio" quella parte del meccanismo della serratura, che consente di far funzionare la chiave, cioè di aprire praticamente lo scrigno, o il cassetto; ecco, lintuizione, parimenti, costituisce "il genio" dellattività speculativa. Ed è notevole che, come il genio della serratura non è generalmente conosciuto da chi è estraneo al mestiere, così avviene analogamente per lintuizione speculativa, la quale, infatti, è conoscibile solo dal soggetto della conoscenza. Insomma, lintuizione non è davvero né nemica, né alternativa allintelletto, né concorrente con esso, ma, secondo me "aiuta" lintelletto in virtù del suo lume "metafisico". Si potrebbe anche dire, ancora con il linguaggio colorito della metafora, che lintuizione "si sposa", sempre e necessariamente, ogni volta " che scatta", con gli elementi della comune attività intellettuale del soggetto, quali, appunto, la logica e la ragione; ciò ha lo scopo specifico ed unico di conoscere la verità (in senso obiettivo e subiettivo); cioè la verità delle cose (gli "oggetti" della conoscenza) e la verità delle "azioni umane" (il vero conoscibile dalluomo secondo il pensiero di Vico). Allora, non rimane che tentare una sintesi, per quanto possibile, prendendo atto del risultato pratico del processo conoscitivo. A questo riguardo, se mi fosse consentito prendere a prestito termini ed espressioni dei grandissimi Autori precedentemente citati, mi limiterei a riassumere che, sulla base qualificante dellintuizione, (" sposa" ed ausilio effettivo dellintelletto), il risultato gnoseologico è insieme: " ideale" ("eidetico", secondo Edmond Husserl); "vero" e "certo" (" verum ipsum factum", secondo Giovan Battista Vico); in ogni caso è anche essenzialmente frutto di un fattore chiamato "intuizione" (Bergson); infine, sempre secondo Bergson , tale fattore non è propriamente intelligibile, ma è "simpatia", tra il soggetto e loggetto, che sarebbe altrimenti " inesprimibile". A questo punto dellanalisi, mi pare opportuno accennare concisamente soltanto a tre importanti elementi di conferma e di riscontro (specificamente esaminati, peraltro, nel libro). Il primo elemento consiste nel precisare e ribadire, qualora occorresse, che la soluzione del problema gnoseologico giova alla verità tutta intera; sicchè è fondante per la conoscenza del mondo sia reale sia morale; ivi compreso, in prima linea, il rapporto interpersonale. Va ricordato, al riguardo, quanto si notava allinizio, con riferimento, appunto, alla verità, che è insieme lintento e loggetto di carattere comune, sia della conoscenza, sia delletica. Precisamente, lattività gnoseologica ricerca incessantemente la verità, in generale, così come lazione morale la "pratica", in particolare, altrettanto incessantemente, "costi quel che costi" (Martini). Pertanto, il problema gnoseologico è quello etico non solo vanno valutati armonicamente, ma non possono neppure concepirsi separatamente: se, dunque, talvolta sono distinti, ciò avviene a scopi meramente didattici o prevalentemente didascalici, tuttavia non è ammissibile nessuna divisione o soluzione di continuità, ai fini della "contemplazione della verità tutta intera". E noto che il linguaggio indica " la facoltà delluomo di comunicare ed esprimersi per mezzo di suoni articolati, organizzati in parole, atte a individuare immagini ed a distinguere rapporti secondo convenzioni implicite, varie nel tempo e nello spazio" (Devoto e Oli, Dizionario della lingua italiana). La parola, poi, "corrisponde ad una immagine di una nozione o di una azione (amore, amare), nel caso di parole principali, oppure di un rapporto, nel caso di parole accessorie (sovente, durante, sebbene) ed è sinonimo di vocabolo o termine". Precisamente parola è sinonimo, sia di vocabolo, sia di "termine", sia di "definizione", nonché, più generalmente, dello stesso linguaggio umano, sicché indica il più antico e semplice mezzo umano di conoscenza, informazione e comunicazione reciproche, tanto originario e naturale, quanto necessario e generale. Ma può questa parola assicurare la verità interpersonale? In realtà "termine" e "definizione", non solo corrispondono al significato corrente del vocabolo "parola", ma indicano entrambi limmagine di un confine " circoscritto": precisamente, "il confine di un concettuale territorio circoscritto ". Tale territorio, dunque, è tanto virtuale, quanto interno a tutti i suindicati vocaboli: parola, termine, definizione. Pertanto, per questo precipuo carattere, il "territorio interno" della parola (e dei suoi sinonimi) non può consistere e, infatti, non consiste in un solo punto geometrico, ma, per così dire, si stende in lungo ed in largo per tutta lestensione del medesimo territorio; sicchè, a ben riflettere, il territorio virtuale della parola (e dei suoi sinonimi) si compone necessariamente non di un unico, ma di molteplici "punti" o " valori di riferimento". Ciò non significa che il dialogo interindividuale sia particolarmente difficile, ma che occorre essere molto attenti e prudenti, tenendo ben presente, da parte di ciascun interlocutore, il peculiare valore di riferimento delle singole parole adoperate. Pertanto, poiché il linguaggio, che è fatto di parole, comporta attenzione e prudenza nella scelta e nelluso dei valori di riferimento, consegue che la comunicazione interpersonale, attraverso il linguaggio, comporta una qualche area di rischio, la quale concerne, appunto, luso dei valori di riferimento. Il fatto di conoscere la verità, dunque, risulta umanamente ammissibile e concretamente possibile, ma, rimane lavvertenza, di usare attenzione e prudenza particolari, nella conoscenza, nellinformazione e specialmente nella comunicazione interpersonale, le quali avvengono sempre e necessariamente per il tramite del linguaggio. Una ulteriore, chiara conferma si ottiene esaminando partitamente la parola "libertà", una delle più importanti nel linguaggio umano in ogni tempo e in ogni campo. Mi piace segnalare che le mie prime riflessioni sul linguaggio e, in special modo su come il termine "libertà" viva nellesperienza del linguaggio, risalgono al 1948 (al tempo della stesura della tesi di laurea in filosofia del diritto, dedicata, appunto, al tema della "Libertà e libertà giuridica", relatore il Chiarissimo e illustre Widar Cesarini Sforza). Nella realtà del parlare comune, si riscontrano due distinte ed assai diverse accezioni della libertà e, segnatamente, della libertà giuridica. La prima accezione è indicata, nella sintassi corrente, dal complemento di moto da luogo: libertà dal diritto, la secondo dal complemento di specificazione: libertà del diritto. Un analisi attenta chiarisce che la prima accezione della libertà giuridica è lespressione di un concetto valutabile soprattutto, a mio umile avviso, sul piano della teoresi piuttosto che sul piano concreto della verità effettuale delle cose, concetto che non esiterei a qualificare " meramente virtuale ". Tale è, ad esempio, in modo analogo, la cosiddetta libertà dal bisogno, quale teorizzata da John Stuart Mill e dai suoi seguaci. Parimetri analoga, mutatis mutandis, è la concezione invocata da Max Stirner, esponente della sinistra feuerbachiana e del comunismo anarchico individualista: la libertà da Dio, dalla Religione e altresì dalla Morale, come pure dalla Ragione e dallUomo stesso: poiché lindividuo, il cui unico valore (das Einzig) è l "Ego", deve pensare solo a se stesso. La seconda accezione corrente della libertà giuridica, invece, è quella di "libertà del diritto". Sulla base dellesperienza comune, secondo me, è agevole desumere che questa seconda espressione implica il consenso delluomo al mondo delle relazioni umane, cioè ai rapporti interpersonali, intersociali e internazionali. Si tratta, perciò, di una concezione della libertà, che qualificherei pratica e concreta, poiché: ammette, in linea di principio generale; riconosce, sul piano del diritto di natura; soprattutto comporta, sotto il profilo squisitamente speculativo, la possibilità tecnica e costruttiva dellincontro tra la libertà dei singoli, in quanto "individui" e "persone", con le collettività sociali, di cui gli stessi singoli sono parte integrante. Il riscontro esperienziale ed effettuale del concetto vivente di libertà del diritto si rinviene e si concretizza nei numerosi campi di applicazione pratica delle cosiddette "libertà" individuali, che sono propriamente diritti soggettivi fondamentali e inviolabili della personalità umana, investendo specialmente e penetrantemente i rapporti interindividuali delluomo. Tali libertà, infatti, non solo fanno parte delle Costituzioni di struttura degli Stati moderni, a cominciare dallItalia; non solo conformano i "principi generali comuni alle Nazioni Civili", (che sono la terza fonte giuridica internazionale indicata dallart.38 dello Statuto della Corte di Giustizia Internazionale); ma costituiscono soprattutto lo scopo e lo specifico contenuto di molteplici e solenni atti internazionali, i quali consistono in Trattati e Dichiarazioni internazionali (a cominciare dalla famose "Dichiarazione Universale" delle Nazioni Unite, del 10 dicembre 1948, sino allaltrettanto nota e alquanto recente " Dichiarazione" di Vienna, del 25 giugno 1993). Oltre a ciò, la realtà effettuale della libertà giuridica si manifesta e si attua, in vario modo, nei campi del diritto civile e penale sostanziale, come pure del diritto processuale civile, penale e amministrativo; ma, a mio parere, questa libertà del diritto si manifesta soprattutto nellesercizio della sua specifica e primaria funzione, che è profondamente etico- giuridica e consiste nel "rispetto dellaltrui persona in tutti i casi possibili ": rispetto, quindi, dellaltrui verità, dellaltrui opinione e, in breve, dellaltrui libertà di essere e di rapportarsi nelle relazioni interpersonali, ivi comprese quelle intersociali ed internazionali. Proprio perché la mia, la tua e la sua verità sono soggetti al limite dei molteplici punti o valori di riferimento della parola, che in buona fede e spesso inconsapevolmente ciascuno usa nel linguaggio comune; proprio perché non è agevole ovviare al pericolo di un imperfetta conoscenza, informazione e comunicazione interpersonali, ciascun uomo è tenuto, già gnoseologicamente e altresì soprattutto sia eticamente, che giuridicamente, a rispettare laltro e il pensiero dellaltro. In tal modo, se è veramente in buona fede, non solo salvaguarderà la propria libertà di pensiero, di azione e di interazione; non solo salvaguarderà contemporaneamente laltrui libertà di pensiero, di azione e di interazione, ma salvaguarderà soprattutto la propria e laltrui dignità personale. E il caso di aggiungere che questa contemporanea contemplazione della verità e della libertà interpersonali, la quale non è soltanto gnoseologico- speculativa ma anche concretamente etico-giuridica, a mio parere è in grado di dare risposta esauriente e convincente a tutte le storiche "rivisitazioni" (antiche, moderne e postmoderne) tendenzialmente scettiche, individualistiche ed anarchiche. Che dire di più? Quid pluris dicam? Volendo esprimere in immagini le due particolari accezioni della libertà umana: "libertà dal " e "libertà del ", quali si sono delineate, nel linguaggio e nei rapporti interpersonali sia conoscitivi sia etici, vorrei accennare sommessamente a una domanda retorica e insieme a una metafora, che mi sovvenne spontanea allepoca già ricordata della stesura della tesi di laurea: liberarsi da chi o da che cosa? Forse dai valori autentici, quale è la stessa libertà? Ma allora dicevo fra me e me sarebbe come se la fiamma cercasse di liberarsi dalla fiaccola, che pur le dà vita. Oggi come oggi, sono come allora più che mai convinto che luomo sia unità vivente di corpo e spirito: la fiaccola e la fiamma, dunque, sono tutt uno. 12) CONCLUSIONI A- Se la contemplazione della verità è attività accessibile alluomo. B- E se la libertà e il reciproco rispetto sono gli elementi essenziali del rapporto interumano. C- E se la molteplicità dei valori di riferimento nel linguaggio non è di ostacolo alla comunicabilità tra le persone. D- E se luomo è unità vivente di corpo e spirito. E- Allora, risulta che luomo, credente o non credente, ha la capacità di pervenire ai valori essenziali della vita, quali sono la verità, la libertà e il rispetto reciproco.
Se poi, al termine di questo capitolo, mi fosse chiesto di sintetizzare una conclusione finale, mi limiterei a proporre quattro brevi ma decisive affermazioni: il sapere di carattere gnoseologico, cioè meramente speculativo o teoretico o filosofico che dir si voglia, è frutto della riflessione dellindividuo sulla esperienza comune, la quale si avvale della facoltà naturali dellintelletto "accresciute", secondo me, dal dono "metafisico" (cioè, divino), chiamato "intuizione" (BERGSON, HUSSERL, citati). Il sapere di carattere scientifico, quale per primo fondato e dimostrato dal Galilei, è allorigine anchesso squisitamente teorico, poiché consiste in ipotesi particolari della realtà fenomenica poi verificate dallesperimento; anche questa forma di sapere si avvale, nel profondo, di un particolare dono divino, poiché spesso implica la fede (ad esempio, nel caso del Galilei) nellordine e nella perfezione del mondo (cfr. ZICHICHI, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, 1999 pp. 19-48). Effetto diretto, pratico e concreto del sapere gnoseologico è la verità morale, che si avvale del dono divino della libertà del singolo di volere il bene o il male. Effetto diretto, pratico e concreto del sapere scientifico sono la tecnica e le applicazioni tecnologiche, le quali, infatti, consistono nelluso - più o meno corretto, sotto laspetto dellopportunità e ancor più della morale delle verità particolari della scienza. In conclusione, dunque, è la tesi del Prof. Valenti, ciascun uomo, voglia o non voglia, credente o non credente, possiede un carisma particolare, che gli consente di "conoscere la verità tutta intera", sia filosofica, sia scientifica, sia etica, sia tecnica.
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