A PROPOSITO DI PRIVATIZZAZIONE DEI MUSEI

 

Da diverso tempo viene sempre più insistentemente agitato, anche dalla stampa quotidiana, il problema della privatizzazione dei musei pubblici: orientamento recepito nel disegno di legge della  finanziaria 2OO2, nonché nella richiesta del  competente Ministro di delega al Governo per il riassetto del settore dei beni e delle attività culturali.

           E’ innegabile  che, allo stato, in materia di tutela, valorizzazione e fruizione dei nostri beni culturali devono essere avanzate allarmanti riserve.

Infatti, la gestione pubblica di tali beni provoca più guasti che benefici, al punto da far pensare – con parallelismo non del tutto peregrino – al non lontano sbriciolamento della SME, la non dimenticata finanziaria alimentare pubblica, un tempo enfaticamente (e subdolamente) contrabbandata come fiore all’occhiello dell’IRI [1] .

Nell’attuale momento storico è fuori di ogni ragionevole dubbio che allo Stato ed agli altri enti pubblici deve – in via di principio – essere  riservata non la produzione o la gestione  diretta di beni, bensì il controllo – il più penetrante possibile – sulla produzione e sulla gestione stesse nelle quali ormai non può non essere pesantemente coinvolta  l’iniziativa privata. Così operando, potrà  essere limitata al massimo ogni forma di diseconomia, con conseguente potenziamento degli strumenti di vigilanza e controllo sulle produzioni e sulle gestioni privatizzate.

Per quel che concerne più in particolare i musei, la dismissione della gestione pubblica consentirebbe anche di affacciarsi con migliore determinazione sullo scenario europeo ed extraeuropeo, affrancando tali strutture da un perdurante provincialismo [2] .

In definitiva, il c.d. trapasso di gestione appare ormai improcrastinabile, specie perché la pressante necessità di risorse finanziarie sempre più consistenti  non può sicuramente essere soddisfatta dalle casse pubbliche e neanche mediante interventi di sponsorizzazione [3] .

Da più parti, però, non si è  mancato  di evidenziare (pur se con motivazioni sostanzialmente ideologiche) i rischi che una operazione di tal genere certamente comporta. Non potrebbe, invero, escludersi a priori che una aggregazione di profittatori, costituita per la bisogna, riesca ad  assicurarsi la gestione di una consistente quota del patrimonio culturale, con la distratta acquiescenza della nostra burocrazia (altissima, alta, media, bassa), per lo più impreparata e notoriamente sonnolenta.

Senonchè, sia nella fase di aggiudicazione, sia in quella di svolgimento del rapporto, sussistono, in capo all’Amministrazione, idonei poteri di scelta, di controllo e di repressione.

In ordine alla prima fase, l’istituto della concessione-contratto si presenta come il più rispondente ad assicurare scelte oculate e, quindi, la effettiva tutela dell’interesse della collettività [4] .

In particolare, l’inserimento nella convenzione integrativa di apposite clausole di salvaguardia  (alcune delle quali sicuramente onerose per il concessionario) dovrebbero efficacemente garantire sia l’ente concedente, sia i cittadini-fruitori dei beni.

A tale proposito, non è inopportuno rilevare che esplicite previsioni – con conseguenti provvedimenti sanzionatori in caso di inadempimento – dovrebbero riguardare la conservazione e gli interventi migliorativi, nonché la prefissione di obiettivi programmati che la gestione deve comunque essere in grado di realizzare.

Circa la seconda fase, cioè lo svolgimento del rapporto, sul concedente graverà l’obbligo di attuare interventi capillari al fine di attuare un controllo particolarmente penetrante   sulla gestione.

Tale forma di controllo – da sottrarre agli sclerotici organismi istituzionali, che fino ad oggi hanno tutelato poco e male il nostro patrimoni culturale – potrebbe essere demandato a istituende Commissioni provinciali di vigilanza, costituite da esperti di comprovata capacità tecnico-scientifica (e non da riciclati di turno) cui vengano riconosciuti anche poteri ispettivi e, in ogni caso, con obbligo di riferire periodicamente sull’andamento della gestione a Comitati di coordinamento regionali.

Soltanto così si darebbe avvio al nuovo corso della nostra politica museale, da troppo tempo annunciato e mai attuato, al fine di rivitalizzare il nostro patrimonio artistico che, ancora oggi, giacendo in buona parte in impenetrabili depositi, sembra fatalmente destinato al degrado  irreversibile ovvero a riprovevole dispersione [5] .

 

 

Pietrangelo Jaricci


[1] Su tale vicenda, sia consentito rinviare al mio saggio La vicenda SME, in Appunti per un manuale di diritto pubblico dell’economia, Roma, 1996, 249 ss.

[2] Il rilievo è di ZERI, La memoria e lo sguardo, Milano, 2001, 20.

[3] Sulla sponsorizzazione culturale, PONTRELLI, La gestione, la valorizzazione e la circolazione dei beni del patrimonio culturale nel diritto interno e comunitario, in La cultura e i suoi beni giuridici, a cura di V. CAPUTI JAMBRENGHI, Milano, 1999, 95 ss.

[4] Sulla concessione–contratto, da ultimo, CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, II, Milano, 2001, 1872 s.

[5] Sulla dispersione delle raccolte italiane un insigne Maestro (ZERI, Op. cit., 45–47) scrive che “Anche la concezione nostrana del museo è responsabile di questo stato di cose. Dove il museo è un organismo vivo, curato da studiosi che amano gli oggetti loro affidati, e dove esiste un pubblico attento, un rapporto effettivo tra museo e società, l’ordinamento delle sale aperte al pubblico è rotatorio: i reperti esposti vengono cambiati a turno, si organizzano conferenze, i docenti universitari conducono sul luogo i loro allievi. Qui da noi, una volta che il museo è stato ordinato, tutto resta uguale per decenni, sino a che il nuovo soprintendente o direttore decide di cambiar tutto; e, dopo il rito dell’inaugurazione (autorità, articoli sui giornali ecc.), tutto resta come prima, tutto ricade nel solito, deprimente spettacolo di pochi visitatori e di custodi che si riuniscono per commentare qualche problema sindacale o le notizie della Gazzetta dello Sport. Le centinaia di corredi funerari etruschi che dormono nei depositi di Villa Giulia potrebbero costituire una serie di piccoli musei, sparsi su tutto il territorio della Tuscia, con i reperti distribuiti nelle località dove furono scoperti. Con quel che giace nei grandi magazzini delle gallerie fiorentine potrebbero venir formati piccoli musei tematici, da sistemare nelle Ville Medicee, a cominciare da quello degli affreschi staccati o da quello delle nature morte, di cui Firenze possiede una collezione molto importante. Con i dipinti, spesso capitali, di Brera, potrebbe nascere una Brerabis, nei locali della Villa Reale di Monza o in quelli del Castello di Vigevano: e sarebbe una raccolta sotto certi aspetti complementari di Brera se non, in certe aree, persino più importante. Ma tutti questi sono sogni utopistici, e lo saranno sino a che continuerà l’attuale baraonda sindacale dei custodi, l’attuale misero stipendio dei funzionari, l’attuale disinteresse dei docenti universitari, che preferiscono la diapositiva all’originale, il discorso astratto e cattedratico anziché lo studio diretto, l’insegnamento sui libri e non sulle opere”.