X Convegno Cogest – 25 ottobre 2001: Finanza pubblica e contabilità nazionale.

Intervento di Aldo Pavan: Sull’utilizzo della contabilità economico/patrimoniale da parte dello Stato e delle altre amministrazioni pubbliche.

Ritengo che il passaggio dalla contabilità finanziaria a quella economico/patrimoniale non sia un tema da “addetti ai lavori”, ma esprima prima di tutto un valore di tipo culturale, attinente al livello di amministrazione del quale si vuole dotare il paese.

La “buona amministrazione” pubblica può essere sintetizzata in: servizio ai cittadini; tutela del patrimonio comune. Se è ovvio che il primo aspetto è preminente e il secondo strumentale, tuttavia mi pare che un percorso logico/temporale vada dal secondo aspetto al primo. Amministratori eletti, da un lato, e burocrazie, dall’altro, devono rendere servizio entro il vincolo di conservare ed eventualmente accrescere la ricchezza comune che hanno ricevuto dagli amministratori precedenti.

É noto che la contabilità finanziaria non comprende i valori del capitale; questi sono espressi dal “conto del patrimonio”, documento dotato di vita propria, obbligatorio per legge, ma di fatto poco considerato, se non addirittura desueto. La contabilità economico/patrimoniale, al contrario, include necessariamente nel suo sistema di valori quelli attinenti al patrimonio; i suoi documenti di sintesi, stato patrimoniale e conto economico o di profitti e perdite, espongono rispettivamente i valori lordi e netti del capitale della data organizzazione – o azienda, o amministrazione – e le variazioni intercorse nel periodo considerato. Il conto economico nelle imprese private esprime l’obiettivo della gestione: il profitto; in ambito pubblico, esprime il vincolo alla conservazione del capitale. La rilevanza del tema considerato può essere immediatamente colta se si considera che i conti pubblici italiani non rilevano l’impegno previdenziale verso i cittadini assicurati, così come invece fa una società di assicurazioni, ramo vita.

La letteratura internazionale pone inoltre la necessità che il patrimonio delle amministrazioni pubbliche sia valutato a valori correnti, piuttosto che a costi storici, per motivi di equità generazionale. Si ponga il caso di un comune che abbia le sue entrate solo da tributi locali e che, in un dato momento, decida di realizzare un’opera pubblica di elevato costo e lunga durata, quali un acquedotto o un impianto fognario. La rilevante spesa sia coperta con un prestito bancario ventennale; la relativa rata di ammortamento troverà copertura, insieme alle uscite correnti, nel prelievo tributario, così che la generazione corrente pagherà tutta l’opera. Estinto il debito, le generazioni successive potranno beneficiare dell’opera pubblica gratis, sino a quando la sua vetustà costringerà il comune a ricostituirla: il costo relativo graverà di nuovo su una sola generazione. Con la contabilità economico/patrimoniale a costi correnti, al contrario, i costi che devono trovare copertura nell’imposizione tributaria sono costituiti dall’ammortamento del costo di ricostruzione. Ogni generazione così paga ciò che utilizza; il comune dispone di risorse per nuove opere pubbliche; il patrimonio rimane inalterato nel suo valore netto, anche se si modifica la sua composizione.

L’adozione del criterio della competenza economica e del metodo della partita doppia assicura una corretta “contabilità politica”; costringe cioè a fare emergere i costi delle scelte politiche, mettendo i cittadini in condizione di valutare le politiche pubbliche in termini di vantaggi e oneri. Costituisce inoltre la base necessaria per un coerente processo di definizione degli obiettivi e quantificazione delle risorse necessarie e disponibili e per il controllo di gestione. Il caso dei comuni mostra che scelte contabili “di compromesso” non hanno portato ad alcun vantaggio e hanno trasformato il bilancio economico in un mero adempimento. Dalla contabilità economica sono facilmente derivabili anche i valori dei flussi di cassa.

Chiudo tornando alla valenza culturale della contabilità economico/patrimoniale e, aggiungo qui, alla sua prospettiva valenza costituzionale. Tale strumento presuppone la volontà diffusa di effettuare un salto di qualità nella amministrazione pubblica.