CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA TOSCANA

SENTENZA 27.12.2011 N.580

Pres. PEZZELLA Est. BRIGUORI – PM BONTEMPO

 

Equitalia, come agente della riscossione, risponde del danno relativo alla prescrizione della sanzione pecuniaria penale (o, in sostituzione della stessa, della conguagliata pena detentiva) ove - sull’erroneo presupposto dell’applicabilità del regime prescrizione civile (e perciò della valenza interruttiva della notifica della cartella) - ometta di informare la cancelleria penale dell’insolvibilità del condannato onde consentire l’attivazione del procedimehnto di conversione della pena pecunciaria in pena detentiva ex artt.660 c.p.p. e 237-238 DPR 115/02; e vieppiù ometta di adempiere agli obblighi informativi prescritti, a pena di perdita del diritto al discarico, dalla disciplina generale della riscossione (v. ex art.19 D.Lgs. n.112/1999: comunicazione annuale dello stato della procedura e presentazione della comunicazione di inesigibilità), presentando al contrario una ultronea comunicazione di inesigibilità cd. iniziale ex art.19 co.2 lett. c) D.Lgs. n.112/1999 (che presupponendo che l'esecuzione sia fruttuosamente iniziata ma non sia ancora conclusa, vale di per sé ad escludere piuttosto che a evidenziare la sussistenza dei presupposti richiesti per la conversione della pena pecuniaria).

 

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA TOSCANA

composta dai seguenti Magistrati:

Francesco PEZZELLA                 Presidente

Carlo GRECO                               Consigliere

Paola BRIGUORI                        Consigliere relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 58702R del registro di segreteria, promosso dal Procuratore Regionale nei confronti di EQUITALIA CERIT SpA (già Centro Riscossione Tributi – Cerit SpA), in persona del suo legale rappresentante sig. MARINESI Mario, rappresentato e difeso dal Prof. Avv. Bruno Cucchi ed elettivamente domiciliato presso e nello studio di questi in Firenze viale Gramsci 18.

Udite, nella pubblica udienza dell’ 11 maggio 2011 la relazione del Consigliere Paola Briguori e le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Vice Procuratore Generale Nicola Bontempo ;

Udito, per la convenuta, l’avv. Cucchi;

Esaminati gli atti ed i documenti di causa.

Ritenuto in

FATTO

1.                Con atto di citazione, depositato il 14 giugno 2010 , preceduto dall’invito a dedurre di cui all’art. 5 del d.l. 15 novembre 1993 n.453, convertito, con modificazioni, nella legge 19/94, la Procura Regionale presso questa Sezione conveniva in giudizio EQUITALIA CERIT SpA (già Centro Riscossione Tributi – Cerit SpA), in persona del suo legale rappresentante sig. MARINESI Mario, per sentirlo condannare al pagamento in favore dell’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze (e/o della Giustizia) della somma di € 12.394,97 o di quella diversa somma, maggiore o minore, di giustizia, oltre rivalutazione interessi legali, ed oltre il pagamento delle spese di lite.

2. Riferiva la Procura che EQUITALIA (allora CERIT), aveva omesso di procedere tempestivamente alla riscossione della pena pecuniaria di € 12.394,97 (originariamente lire 24.000.000), comminata con sentenza n.375 del 29.4/ 13.5.1994 del Tribunale di Firenze e ridotta definitivamente a tale somma giusta sentenza della Corte d’Appello di Firenze 9.2/ 10.2.1994 n. 290, irrevocabile dal 28.3.1995 nei confronti di Roberto Papini, che era stato condannato anche a quattro anni di reclusione.

Risultava che, decorsi dieci anni dalla data in cui la sentenza suddetta era divenuta irrevocabile, il 15.3.2005 , il condannato chiedeva al GIP del Tribunale di Firenze la declaratoria di estinzione della pena, estinzione che era, appunto, dichiarata per decorso del tempo con ordinanza Gip del Tribunale di Firenze del 28.7.2005.

La Procura aveva accertato – tramite la Guardia di Finanza (GdF) all’uopo delegata – che non era stata data esecuzione alla suddetta pena pecuniaria a causa della condotta negligente del concessionario di riscossione (CERIT spa, ora EQUITALIA) investito della fase dell’esecuzione coattiva.

Dopo la notifica del precetto, avvenuta ex art.143 c.p.c. il 12.12.1996 , il credito inerente la citata pena pecuniaria era stato iscritto a ruolo nell'anno 1999 da parte dell'Ufficio del Registro di Firenze (al quale erano stati trasmessi gli atti a seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs.237/1997); quindi era stato trasmesso al concessionario della riscossione (CERIT) in data 20.01.2000 il quale aveva notificato al debitore la cartella n.041/2000097957017 il 17.11.2000 , mediante deposito alla casa comunale e affissione, risultando il debitore irreperibile.

Nel corso di sommarie informazioni rese alla GdF ( Sez. P.G. presso la Procura dí Firenze) il 14.3.2006 - quando cioè già la citata pena pecuniaria era stata dichiarata estinta dal G.I.P. del Tribunale di Firenze-  il sig. Mignolli Carlo, vice direttore generale di CERIT SpA, aveva dichiarato che allora "i termini di efficacia della cartella quale titolo esecutivo risultano tuttora aperti”.

Precisava, invece, la Procura che quanto dichiarato da Mignolli era errato, giacché, trattandosi di pena pecuniaria di carattere penale e non di una ordinaria pretesa obbligatoria, il concessionario della riscossione, vista la inesigibilità del credito e la sua soggezione nella specie a prescrizione decennale a decorrere dalla definitività della condanna (e non dalla notifica della cartella), avrebbe dovuto procedere a farne comunicazione al competente ufficio per consentire l'attivazione della procedura di conversione della pena come previsto ex artt.660 c.p.p. e 237-238 DPR 115/02.

Il requirente richiamava conforme giurisprudenza di legittimità alla cui stregua risulta che "in base al testo unico sulle spese di giustizia n.115 del 2002, la equiparazione tra obbligazioni tributarie e obbligazioni erariali nascenti dall'esercizio della giurisdizione penale è limitata alle modalità della riscossione e non si estende alla disciplina sostanziale. ... [e che è] ... riservato per legge agli organi giurisdizionali il potere di decidere sulle questioni afferenti alla estinzione ed alla rateizzazione delle pene pecuniarie stesse" (Cass., III, 09.07,2004 n,38633).

La Procura concludeva, pertanto, che l'omissione di tale doverosa attività aveva determinato la prescrizione della pretesa punitiva statuale concretizzatasi nella irrogata multa per il commesso grave delitto, evento questo che aveva provocato danno erariale corrispondente all'importo non riscosso (la cui riscossione - o conversione - risponde del resto al pubblico interesse alla esecuzione delle pronunzie dell' A.G.).

Come detto, di tale danno doveva rispondere – ad avviso del requirente - a titolo di colpa grave il concessionario (poi agente) della riscossione, il quale, in violazione degli obblighi di servizio derivanti dalla convenzione e dalle norme relative all'espletamento del servizio di riscossione e degli obblighi di generale diligenza professionale (v. art.1374 c.c.), avrebbe omesso di informare il competente ufficio per consentire l'attivazione della procedura di conversione della pena ut supra, restando inerte nell'attesa di un eventuale ritorno in bonis del debitore e così determinando e/o non impedendo la estinzione per prescrizione della pena pecuniaria di che trattasi.

In proposito rilevava, altresì, che il caso in esame era riconducibile alla fattispecie di cui all'art.1176 co. 2° c.c., consistente nell'inosservanza di quella particolare diligenza professionale, occorrente con riguardo alla natura e alle caratteristiche di una specifica attività.

3. La convenuta si costituiva con memoria in data 14 aprile 2011 , contestando la tesi accusatoria e formulando le seguenti osservazioni:

1) Il ruolo era stato consegnato il 25.1.2000 e la cartella di pagamento era stata notificata per irreperibilità assoluta in data 25.11.2000 , sotto la vigenza del dlgs. 237/97 che aveva attribuito la riscossione delle entrate pubbliche – tra cui le pene pecuniarie – alla competenza esclusiva dell’allora concessionario di riscossione con eliminazione di ogni attribuzione all’ufficio del registro. Ne sarebbe disceso che non sussisteva l’obbligo dell’agente di riscossione di comunicare agli uffici giudiziari delle sue attività. Unico adempimento obbligatorio sarebbe stato quello di cui all’art. 19 dlgs. 112/99 che non avrebbe contemplato l’obbligo di effettuare il pignoramento.

2) Ne sarebbe discesa la soggezione del credito iscritto a ruolo in riscossione all’ordinario termine di prescrizione decennale, come pure, la presumibile coerenza delle dichiarazioni rese dall’allora vice direttore della CERIT, il dr. Carlo Mignolli, con la disciplina del sistema, anche in ragione della cronologia degli eventi e degli atti interruttivi, comunque posti in essere dalla società, ritualmente seguiti nell’anno 2004 da debita comunicazione di inesigibilità.

4. All’udienza dell’ 11 maggio 2011 le parti ribadivano le argomentazioni già svolte in atti.

La Procura, in particolare, evidenziava che il concessionario non aveva fatto esatta applicazione né delle norme in materia di riscossione né di quelle in materia di pene pecuniarie; questo sarebbe rimasto inottemperante a due doverosi adempimenti previsti dall’art. 19 del TU 112/99, perdendo il diritto di discarico: non avrebbe eseguito la dichiarazione annuale di inesigibilità (lett. b) e non avrebbe eseguito la dichiarazione di inesigibilità entro il terzo anno successivo alla consegna del ruolo (lett. c).

La difesa, invece, deduceva la legittimità dell’operato della CERIT, in considerazione anche del fatto che l’agente di riscossione non poteva entrare nel merito del recupero ma attenersi solo alla procedura di riscossione e individuare la prescrizione nell’anno di imposta che era indicato nel 1999 – non già 1995 - dalla cancelleria. Oggi – precisava la difesa - per ovviare alle problematiche inerenti alle specifiche norme in tema di riscossione di pene pecuniarie, sarebbe stata appunto istituita Equitalia Giustizia.

Considerato in

DIRITTO

1. Deve, in primo luogo, rilevarsi che l’esame della fondatezza della domanda presuppone necessariamente la soluzione di problematiche squisitamente interpretative riguardanti l’individuazione della disciplina della riscossione delle pene pecuniarie da parte del concessionario della riscossione. Ciò poiché la condotta tenuta dalla convenuta sarebbe stata motivata proprio dalla interpretazione che questa aveva dato alla disciplina de qua, assumendo di aver agito secundum legem.

Ritiene il Collegio che la tesi esposta dalla Procura sia assolutamente condivisibile, poiché basata su una corretta interpretazione della disciplina applicabile al caso di specie.

Pertanto, la domanda merita accoglimento nei termini che seguono, ravvisandosi la grave colpa della convenuta in quanto concessionario di riscossione di denaro pubblico investito di specifici adempimenti in seno alla procedura di esecuzione delle pene pecuniarie, che trascende la generica ipotesi di riscossione di un credito dell’erario.

In sostanza, concordando con la tesi del requirente, confermata proprio dalla giurisprudenza di legittimità sopra richiamata, deve rilevarsi che l'applicazione della procedura di riscossione a mezzo ruolo non elimina la diversità di disciplina sostanziale cui ciascun credito è soggetto. Ne deriva, in primo luogo, che il termine di prescrizione decennale nella specie aveva iniziato a decorrere proprio da quando la sentenza di condanna era divenuta irrevocabile, e che, in secondo luogo, lo stesso non era suscettibile di alcuna interruzione, neppure per effetto di atti del concessionario, primo fra tutti la notifica della cartella.

La giurisprudenza ha chiarito che la legge penale – quella unica applicabile alla materia delle sanzioni penali (artt. 172 e 173 c.p.) – non prevede la interruzione della prescrizione della pena pecuniaria ma contempla solo due alternative: o la loro esecuzione (anche tramite conversione ) ovvero la loro estinzione per decorso del tempo. Ed infatti, la Suprema Corte ha in modo molto eloquente osservato che l’ordinamento penale, pur prevedendo l’estinzione per l’oggettivo decorso del tempo, sia dei reati che delle pene principali, contempla la possibilità della sospensione e della interruzione della prescrizione solo per i reati e non anche per le pene. In mancanza di una specifica previsione, quindi - ha concluso il supremo consesso - non è possibile ritenere interrotta la prescrizione delle pene per effetto di atti compiuti dalla autorità giudiziaria competente per l’esecuzione penale, come invece prevedeva il codice penale Zanardelli all’art. 96 (v. Cass. Sez. III 19 gennaio 2001 n.3426).

I giudici di legittimità hanno aggiunto che la conversione della pena pecuniaria per insolvibilità del condannato non configura un atto interruttivo della prescrizione, poiché costituisce un atto vero e proprio di esecuzione della pena. Ciò trovava – secondo la Cassazione - riscontro nel fatto che ai sensi dell’art. 181 disp. att. c.p.p. l’esecuzione delle pene pecuniarie iniziava con la notifica al condannato dell’estratto della sentenza in forma esecutiva, unitamente all’atto di precetto, contenente l’intimazione di pagare entro dieci giorni: sicché tutti gli atti successivi e conseguenti rientrano nella procedura di esecuzione della pena (procedura ora sostituita dalla procedura simile ex art. 212 del TU 115/2002 in cui è prevista la notifica dell’invito al pagamento da parte della cancelleria, su cui ci si soffermerà nel prosieguo). L’inciso dommaticamente improprio, contenuto nell’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 660 c.p.p. secondo cui ai fini dell’estinzione della pena pecuniaria per decorso del tempo non si tiene conto del periodo durante il quale l’esecuzione è stata differita per verificare la persistenza dell’insolvibilità del condannato, sotto il profilo sistematico non può qualificarsi come “sospensione” della prescrizione: ma si spiega piuttosto come una irrilevanza di quel segmento temporale derivante dal fatto che lo Stato ha già esercitato in concreto la sua potestà punitiva, limitandosi a differire nel tempo la conversione della pena pecuniaria in quella detentiva ( Cass. cit.).

Del tutto coerente con la tesi ora esposta è la giurisprudenza successiva citata dalla Procura, riferita precipuamente alla procedura di cui al TU 115/2002, che non si ritiene abbia mutato affatto la natura del procedimento di esecuzione della pena. In quest’ultima pronuncia si evidenzia, appunto, il principio dell’indipendenza dei due procedimenti (quello di esecuzione della pena e quello di riscossione a mezzo ruolo) secondo cui per le pene pecuniarie si applicano le specifiche disposizioni previste in materia non rilevando quelle relative alla procedura di riscossione, posto che in base al testo unico sulle spese di giustizia n.115 del 2002, la equiparazione tra obbligazioni tributarie e obbligazioni erariali nascenti dall'esercizio della giurisdizione penale è limitata alle modalità della riscossione e non si estende alla disciplina sostanziale, essendo riservato per legge agli organi giurisdizionali il potere di decidere sulle questioni afferenti alla estinzione ed alla rateizzazione delle pene pecuniarie stesse (Cass., III, 09.07,2004 n,38633).

Pertanto, deve concludersi che la notifica della cartella esattoriale non sarebbe stata – diversamente da quanto asserito dalla parte convenuta – idonea a interrompere la prescrizione. L’unico doveroso adempimento cui era tenuto il concessionario era, appunto, costituito dalla comunicazione ufficiale dell’inesigibilità del debito alla cancelleria nei modi e nei tempi previsti dalla legge per permettere l’avvio della procedura di conversione, poiché qualunque atto sarebbe stato inidoneo a tal fine e avrebbe portato inevitabilmente all’estinzione della pena - circostanza poi verificatasi - non contemplando l’ordinamento giuridico l’interruzione della prescrizione della stessa.

Come si chiarirà nel prosieguo, l’omissione di informazioni tra concessionario e Campione Penale sull’andamento della esecuzione coattiva della pena ha fatto sì che la cancelleria non fosse stata resa edotta dello stato di inesigibilità, impedendo l’avvio della procedura di conversione, circostanza che ha condotto poi alla declaratoria di estinzione della pena. In vero, a norma dell’art. 237, TU 115/2002 (TU spese di giustizia), la cancelleria deve investire il  pubblico ministero, perché attivi la conversione presso il giudice dell'esecuzione competente, entro venti giorni dalla  ricezione della prima  comunicazione, da parte del concessionario, relativa all'infruttuoso esperimento  del  primo pignoramento su tutti i beni.

2. Quanto detto trova fondamento nella disciplina applicabile alla fattispecie, cui è doveroso fare cenno.

2.1. Come noto, una sentenza penale di condanna può comportare il pagamento di una somma di denaro (sola o congiunta ad una pena detentiva) denominata pena pecuniaria.

Se la pena pecuniaria non viene né rateizzata né pagata, inizia la procedura di recupero coattivo della pena pecuniaria.

Ai sensi del TU 115/2002 (TU spese di giustizia), la riscossione delle pene pecuniarie può avvenire nei seguenti modi:

a) Pagamento spontaneo a seguito della notifica dell'invito di pagamento (art. 212 T.U. spese di giustizia)

Entro un mese dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna, la cancelleria del giudice dell'esecuzione (Campione penale) deve notificare al condannato l'invito al pagamento. L'invito contiene l'intimazione di pagare entro il termine di 30 giorni e di depositare la ricevuta di versamento entro 10 giorni dall'avvenuto pagamento. A ciò può naturalmente seguire il pagamento spontaneo del condannato.

b)      Riscossione mediante ruolo (art. 213/223, DPR 115/202, T.U. spese di giustizia)

Se il condannato non paga entro il termine previsto (sostanzialmente entro un mese e 10 giorni dalla notifica dell'invito a pagare), la cancelleria iscrive a ruolo la somma dovuta dal condannato provvedendo contestualmente alla consegna della relativa pratica al concessionario per la riscossione dei tributi (EQUITALIA).

Si rammenta che per effetto del dlgs. 237/97 la riscossione coattiva a mezzo ruolo delle pene pecuniarie era stata affidata all’Amministrazione delle finanze (Agenzia delle Entrate) che doveva formare il ruolo e poi passarlo al concessionario. Il TU 115/2002 ha, poi, snellito la procedura, poiché ha abolito il passaggio dai Campioni all’Agenzia delle Entrate, in quanto il ruolo è emesso direttamente dall’ufficio Campione che lo manda al concessionario per la riscossione.

In tal caso il concessionario ha un termine di 4 mesi per notificare la cartella di pagamento al debitore, contenente l'intimazione al pagamento entro 60 giorni, decorsi i quali può procedere alla riscossione coattiva tramite esecuzione forzata da parte degli ufficiali esattoriali.

Se anche tale procedura esecutiva ha esito negativo il concessionario – a norma del citati art. 237, TU 115/2002 - provvede a darne comunicazione al Campione penale il quale, a sua volta, dà impulso alla successiva fase della procedura di conversione della pena pecuniaria.

Dopo la comunicazione da parte del concessionario che attesta l'infruttuoso esito del recupero della multa o dell'ammenda, il Campione penale trasmette gli atti al PM affinché presenti richiesta di conversione presso il magistrato di sorveglianza competente. 

Il magistrato di sorveglianza, dopo aver svolto nuove indagini ai sensi dell'art. 238, TU 115/2002 (già art. 182 disp. att. c.p.p.), art. 660 c.p.p. può accertare:

-                    la solvibilità del condannato e, di conseguenza il concessionario riprende la riscossione coattiva sul bene individuato dal magistrato;

-                    l'insolvenza (temporanea situazione di precarietà /indisponibilità economica) del condannato e, in tal caso, il magistrato di sorveglianza ha due possibilità: 1) disporre la rateizzazione della pena pecuniaria ex art. 133 ter c.p. (dilazionando la somma dovuta in rate da un minimo di tre ad un massimo di trenta); 2) differire la conversione per un tempo non superiore a sei mesi (rinnovabile per una sola volta se lo stato di insolvibilità perdura) e il concessionario è automaticamente discaricato per l'articolo di ruolo relativo;

-                    l'effettiva insolvibilità del condannato e, in tal caso, il magistrato di sorveglianza procede alla conversione della pena pecuniaria nella libertà controllata o nel lavoro sostitutivo.

2.2. Ciò premesso, non v’è dubbio alcuno che, alla luce dell’interpretazione giurisprudenziale richiamata, il concessionario avrebbe dovuto tener conto della disciplina suddetta, data dal combinato disposto del dlgs. 237/1997 e dal dlgs. 115/2002 e non già fare applicazione della sola normativa generale di riscossione di crediti erariali.

La succinta esposizione della disciplina dettata in materia di esecuzione di pene lascia, appunto, emergere ictu oculi come fosse adempimento obbligatorio della convenuta EQUITALIA (CERIT) la comunicazione al Campione Penale che attestava l'infruttuoso esito del recupero della multa o dell'ammenda.

Come detto, trattandosi di pena pecuniaria di carattere penale, e non di un’ordinaria pretesa obbligatoria, il concessionario della riscossione, attesa la specifica disciplina della prescrizione decorrente dalla definitività della condanna avvenuta in data 28.3.1995 (e non dalla notifica della cartella avvenuta solo il 17.11.2000 ), dopo aver accertato l’inesigibilità del credito con il primo atto esecutivo, avrebbe dovuto, appunto, procedere a darne comunicazione al competente ufficio per consentire l'attivazione della procedura innanzi esposta che poteva portare all’extrema ratio della conversione della pena pecuniaria come previsto ex artt.660 c.p.p. e 237-238 DPR 115/02.

Non v’è dubbio, altresì, che EQUITALIA sia incorsa nell’errore di ritenere che il credito fosse stato ancora esigibile perché non prescritto, com’è dato evincersi inequivocabilmente dalle dichiarazioni rese dal Mignolli alla Guardia di Finanza.

Del resto, la giurisprudenza della Cassazione sopra richiamata non lascia spazio a una lettura diversa della normativa applicabile.

3. Deve, pertanto, respingersi l’assunto difensivo di base secondo cui il concessionario (ora agente) della riscossione avrebbe interamente assolto i propri obblighi mediante la effettuazione delle comunicazioni ex D.Lgs. n.112/1999, recante “Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998 , n. 337 .

Concordando con la Procura, deve, invece, concludersi che la intervenuta sostituzione del concessionario alla cancelleria del giudice dell'esecuzione - quale organo deputato all’attività di riscossione delle pene pecuniarie penali ed alla rilevazione dei presupposti per la conversione - ha di fatto comportato la traslazione dei relativi obblighi sul concessionario, con il conseguente obbligo dello stesso di tempestivamente riferire alla competente cancelleria giudiziaria (v. art.181 Att cpp; v. artt.208 e 213 TU n.115/02) le circostanze evidenzianti i presupposti per la conversione, come espressamente disposto dall'art.237 TU n.115/02 (articolo questo – ha osservato la Procura - che è stato sì annullato dalla Corte Costituzionale per "eccesso di delega" ma che era in vigore all'epoca dei fatti e che, comunque, esprimeva per l'aspetto qui esaminato una regola comunque evincibile).

Gli adempimenti attuati non erano idonei a raggiungere lo scopo ultimo cui era protesa l’intera procedura, consistente nell’esecuzione della pena pecuniaria.

Ci si riferisce alle comunicazioni periodiche ex art.36 D.Lgs. n.112/1999, che non potevano considerarsi atte a rendere edotti gli uffici giudiziari dell'esistenza dei presupposti per l'attivazione del procedimento di conversione della pena pecuniaria, atteso che le stesse consistono in un mero flusso telematico che si limita ad aggiornare i dati presenti nel sistema dell'Anagrafe Tributaria, la cui consultazione l'ente impositore non avrebbe avuto alcun motivo ed occasione di effettuare; ma anche se l'avesse effettuata – ha evidenziato giustamente la Procura - essa non avrebbe potuto evidenziare nulla poiché nulla avendo fatto il concessionario nulla il flusso poteva contenere al riguardo (se non la notifica della cartella). Tutto ciò del resto si desume dalla portata del citato articolo 36, in cui testualmente è previsto solo che “Entro la fine di ogni mese il concessionario trasmette al soggetto creditore che ha formato il ruolo, anche in via telematica, e con le modalità stabilite con decreto ministeriale, le informazioni relative allo svolgimento del servizio e all'andamento delle riscossioni effettuati nel mese precedente…”.

Vero è che il concessionario nella fattispecie era rimasto del tutto passivo, poiché si era fermato al primo adempimento, quello della notifica della cartella esattoriale al condannato, frustrando, in primis, le ragioni creditorie dell’erario per non aver avviato la procedura esecutiva accertando tempestivamente l’inesigibilità nei modi prescritti dalla norma e, in secundis, la potestà di conversione della pena pecuniaria.

EQUITALIA non aveva, inoltre, eseguito correttamente le altre comunicazioni previste dall’art. 19, Dlgs. 112/99.

Tale disposizione prevede che ai fini del discarico delle quote iscritte a ruolo, il concessionario trasmette, anche in via telematica, all'ente creditore, una comunicazione di inesigibilità; prevede, altresì, che costituiscono perdita del diritto di discarico:… b)  la mancata comunicazione all'ente creditore, anche in via telematica, con cadenza annuale, dello stato delle procedure relative alle singole quote comprese nei ruoli consegnati in uno stesso mese….c)  la mancata presentazione, entro il terzo anno successivo alla consegna del ruolo, della suddetta comunicazione di inesigibilità …

In vero, in atti risulta che il concessionario non solo non ha eseguito la comunicazione annuale (lett. b) ma non ha fatto neppure la comunicazione di inesigibilità entro il terzo anno (lett. c), perdendo il diritto di discarico (in violazione della disciplina in materia di riscossione) e impedendo in tal modo la conversione della pena (in violazione della disciplina in materia di esecuzione delle pene pecuniarie).

L’unica comunicazione di inesigibilità in atti risulta fatta con grave ritardo nell’ottobre 2004 (come detto, la stessa deve essere fatta "entro il terzo anno successivo alla consegna del ruolo”, cioè, nella specie, entro gennaio 2003) in spregio alle suddette prescrizioni che richiedevano una dichiarazione con cadenza annuale e una dopo tre anni sull’inesigibilità.

Come evidenziato dalla Procura, si trattava di una comunicazione inidonea a consentire all'ente impositore di rilevare i presupposti per la conversione della multa, stanti anche i tempi previsti dalla legge per il suo esame ex art.19 cit. co.3°, pari a tre anni, giacché, oltre ad essere tardiva, era del tutto ultronea ed inappropriata rispetto al caso di specie e del tutto inidonea a dar contezza dell'esistenza dei presupposti per l'attivazione del procedimento di conversione, anzi di per sé contraddicendone la sussistenza, in considerazione del fatto che tale comunicazione presuppone che l'esecuzione sia fruttuosamente iniziata ma non sia ancora conclusa, di talchè l'effettuazione di una comunicazione di inesigibilità iniziale vale di per sé ad escludere piuttosto che a evidenziare la sussistenza dei presupposti richiesti per la conversione della pena pecuniaria.

La condotta negligente del concessionario ha, pertanto, inceppato il corso della procedura di esecuzione della pena e ha permesso, di fatto, l’impunità del condannato.

4. In conclusione la società convenuta deve ritenersi responsabile a titolo di colpa grave per la mancata riscossione del credito erariale de quo per non aver dato diligentemente esecuzione alla procedura applicabile al caso di specie, che richiedeva anche e soprattutto la necessaria applicazione della normativa in tema di pene pecuniarie di cui al TU 115/2002 e il rispetto della normativa di settore di cui al Dlgs. 112/1999.

Siccome ente della riscossione, avrebbe dovuto agire con la massima professionalità che si doveva esigere alla stregua dell’homo eiusdem professionis et condicionis: non già, quindi, con una diligenza media ma proprio con la professionalità dell’esperto del settore di competenza ai sensi dell’art. 1176 , II c., cod. civ.

Ciò non sembra sia accaduto, poiché la convenuta ha dimostrato di non aver compreso il quadro normativo di riferimento: emblematica é la risposta del dr Mignolli, vice direttore CERIT SpA, alla Guardia di Finanza circa il decorso della prescrizione decennale, poiché da essa si evince inequivocabilmente l’intento di voler dare applicazione alla sola normativa tributaria in base alla quale il decorso della prescrizione poteva essere interrotto dalla notifica della cartella esattoriale, ignorando o volendo ignorare – perché non ritenendola applicabile – la normativa speciale in materia di esecuzione coattiva delle pene pecuniarie che prevede specifici e inequivocabili adempimenti a carico dell’agente della riscossione.

Grave e ingiustificato inadempimento è, poi, il mancato rispetto degli obblighi di comunicazione previsti dall’art. 19, dlgs. 112/99, cui si è fatto cenno, che il concessionario non poteva non conoscere trattandosi di normativa di settore.

La fattispecie è, appunto, riconducibile a un classico caso di errore professionale inescusabile.

Ne è derivato un danno all’Erario dato dal mancato incasso della pena pecuniaria comminata, compensato unicamente, in caso di inesigibilità, dalla conversione della stessa.

4.1. Il danno, pertanto, ammonta all’importo dell’entità della pena non riscossa, come richiesto dal requirente.

Ritiene, peraltro, il Collegio che sussistano le condizioni per l’esercizio del potere riduttivo, poiché deve tenersi conto del dato obiettivo secondo cui i fatti de quibus si sono svolti proprio allorquando entrava in vigore il TU sulle spese di giustizia n. 115/2002, che aveva imposto ulteriori adempimenti a carico del concessionario e che poteva aver ingenerato dubbi iniziali sulla procedura specifica da seguire, circostanza che comunque non può assurgere a causa di esclusione dell’elemento psicologico a fronte dell’alta professionalità dell’agente della riscossione. In considerazione di ciò – ad avviso del Collegio – l’entità del quantum debeatur deve ridursi del 50% rispetto al danno accertato, pari a € 6.197,49.

Pertanto, la CERIT SpA (EQUITALIA) deve essere condannata a risarcire all’amministrazione della giustizia la somma di € 6.197,49.

Su tale somma è, altresì, dovuta, in conformità all’indirizzo di questa Corte, la rivalutazione monetaria da calcolarsi secondo gli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), che deve essere corrisposta fino alla data di pubblicazione della presente sentenza a decorrere dal 28.3.2005 (da quando cioè è divenuta inesigibile la pena pecuniaria per decorso del tempo).

Dalla data di pubblicazione della presente sentenza sono, altresì, dovuti, sulla somma come sopra rivalutata, gli interessi nella misura del saggio legale fino all’effettivo pagamento.

Alla condanna consegue l'obbligo del pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Toscana, definitivamente pronunciando, respinta ogni contraria istanza, eccezione o deduzione, condanna EQUITALIA - CERIT SpA (già Centro Riscossione Tributi – Cerit SpA), in persona del suo legale rappresentante sig. MARINESI Mario, a risarcire, al Ministero della Giustizia la somma di € 6.197,49, oltre interessi e rivalutazione, da liquidarsi come indicato in parte motiva.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano, fino alla data di pubblicazione della presente sentenza, in euro 293,22.=(Euro duecentonovantatre/22.=)

Così deciso in Firenze, nelle camere di consiglio dell’ 11 maggio 2011 e del 25 maggio 2011 .

      L'Estensore                                              Il Presidente 

F.to Dr.ssa Paola Briguori                 F.to Dr. Francesco Pezzella

 

Depositata in Segreteria il  27 DICEMBRE 2011

                                                  Il Direttore della Segreteria

                                                         F.to Paola Altini