sentenza n. 31 marzo 2011 n. 1197: non essendo (più) prospettabile l’esistenza di un debito risarcitorio, siccome estintosi con la morte del responsabile del danno erariale, l’azione revocatoria già esercitata dal pubblico ministero contabile nei confronti del responsabile del danno, successivamente deceduto in pendenza del giudizio,  è invano riassunta nei confronti degli eredi qualora non si dimostri la persistenza del debito, dal legislatore limitata ai casi  di illecito arricchimento del dante causa e di conseguente indebito arricchimento degli eredi” (art.  1, comma 1, della L. 20/1994 s.m.i.). Ciò in quanto, poichè l’obbligazione che segue il riconoscimento della responsabilità amministrativa risente delle peculiarità che connotano la procedura apprestata per il suo accertamento, il decesso del responsabile è un fatto rilevante non solo se si verifica prima o durante il giudizio in cui si controverte in ordine alla responsabilità amministrativa ma anche quando è successivo rispetto alla maturazione di un giudicato di condanna.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE SICILIANA

composta dai magistrati:

Dott. Vincenzo LO PRESTI                                                Presidente f.f.

Dott.  Giuseppe COLAVECCHIO                          Componente

Dott. Roberto Rizzi                                                Componente relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA  1197/2011

nel giudizio per l’esercizio dell’azione revocatoria, iscritto al n. 55159 del registro di segreteria, promosso dal  Procuratore Regionale

nei confronti di

§         X ANTONINO nato a Castelvetrano (TP) il 9/1/1974 , in proprio, rappresentato e difeso, giusta procura in calce alla comparsa di costituzione depositata in data 18/3/2010 , dall’Avv. Giovanni Lentini ed elettivamente domiciliato in Palermo, via Siracusa, n. 30, presso lo studio dell’Avv. Rosalba Genna, nonché nella qualità di erede di X Leonardo nato a S. Margherita Belice (AG) il 19/3/1936 e deceduto in data 27/8/2009 ;

§         X GIUSEPPINA nata a Palermo il 2/3/1971 , in proprio, rappresentata e difesa, giusta procura in calce alla comparsa di costituzione depositata in data 18/3/2010 , dall’Avv. Giovanni Lentini ed elettivamente domiciliata in Palermo, via Siracusa, n. 30, presso lo studio dell’Avv. Rosalba Genna, nonché nella qualità di erede di X Leonardo nato a S. Margherita Belice (AG) il 19/3/1936 e deceduto in data 27/8/2009 ;

§         Y MARGHERITA, nata a Santa Margherita di Belice il 28/1/1940, nella qualità di erede di X Leonardo nato a S. Margherita Belice (AG) il 19/3/1936 e deceduto in data 27/8/2009

Esaminati gli atti e documenti di causa.

Uditi, nella pubblica udienza del 8 febbraio 2011 , il relatore, Dott. Roberto Rizzi, il Pubblico Ministero, nella persona del Dott. Gianluca Albo, e l’Avv. Giovanni Lentini, in rappresentanza dei convenuti X Antonino e X Giuseppina (resistenti in proprio e non anche nella qualità di aventi causa di X Leonardo).

Fatto

Con sentenza n. 271/A/2008 del 31/7/2008 , la Sezione Giurisdizionale di Appello per la Regione Siciliana , condannava, tra gli altri, Leonardo X al pagamento della somma di € 51.645,69, oltre rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di lite, in qualità di componente della Deputazione Amministrativa del Consorzio di bonifica dell’Alto e Medio Belice, imputandogli, a titolo di colpa grave, la responsabilità amministrava per aver concorso «all’approvazione del progetto, alla gara ed alla aggiudicazione dell’appalto» per la costruzione della diga di Piano del Campo sul fiume Belice «in carenza delle condizioni tecniche e giuridiche necessarie» nonché per «la non disponibilità delle cave» da cui estrarre il materiale detritico indispensabile per la realizzazione dell’opera.

Tale condotta, infatti, aveva generato un ingente nocumento patrimoniale al Consorzio di Bonifica, essendo quest’ultimo stato condannato in sede civile a risarcire, all’impresa aggiudicataria, i danni subiti a causa dell’interruzione dell’esecuzione dell’opera.

Constatata l’inottemperanza alle statuizioni contenute nell’indicata pronuncia, l’ente danneggiato (Consorzio di Bonifica), con atto di precetto notificato il 2/3/2009 , intimava al Sig. X il pagamento di € 71.151,27, importo successivamente ridimensionato, per presa atto di errore di calcolo, in € 60.607,52.

Con atto notarile del 26/9/2008 , rubricato «Cessioni in cambio d'assistenza», il Sig. X Leonardo trasferiva la gran parte dei cespiti immobiliari di cui era proprietario ai figli X Antonino e X Giuseppina, onerando gli stessi ed i loro successori dell’obbligo di provvedere all’assistenza morale e materiale del cedente, all’epoca gravemente malato.

Con nota prot. n. 1775 del 30.04.2009 l’ente danneggiato comunicava alla Procura presso questa Sezione, tra l’altro, l’intervenuto atto di  disposizione del patrimonio pregiudizievole per le ragioni creditorie.

La Procura contabile, con atto di citazione emesso in data 28/5/2009 , esercitava l’azione revocatoria, ai sensi dell’art. 1, comma 174, della L. 23/12/2005 , n. 266 e dell’art. 2901 c.c., nei confronti di X Leonardo e dei di lui figli, X Antonino e Giuseppina, al fine di ottenere la dichiarazione di inefficacia nei confronti dell’Erario, ed in particolare del Consorzio di Bonifica 2 di Palermo, dell’atto di «cessioni in cambio d’assistenza» stipulato in data 26/9/2008.

L’iniziativa volta alla conservazione della garanzia patrimoniale veniva intrapresa specificando i presupposti alla ricorrenza dei quali la legge condiziona l’esperibilità del rimedio giudiziale e, segnatamente:

-   l'esistenza del credito verso il Consorzio di Bonifica derivante dalla condanna immediatamente esecutiva contenuta nella sentenza 271/A/08 della Sezione Giurisdizionale d'Appello per la Regione Siciliana ;

-   l'atto di disposizione coincidente con la cessione ai figli Antonino e Giuseppina dei beni di cui il Sig. X aveva la proprietà;

-   il pregiudizio alle ragioni del creditore (c.d. eventus damni) consistente nella dismissione di una consistente porzione del patrimonio immobiliare;

-   la consapevolezza (cd. consilium fraudis) della lesività dell'atto di disposizione per le ragioni creditorie, sia da parte del debitore che da parte dei terzi beneficiari, desumibile, in via presuntiva, da:

§         l'antecedenza cronologica della sentenza che ha statuito la condanna al pagamento del danno erariale rispetto all’atto dispositivo;

§         l’anomala anticipazione, con l’atto di disposizione, di effetti giuridici che si sarebbero naturalmente prodotti in capo ai figli con le regole ordinarie della successione; 

§         la sovrapponibilità formale e causale dell'atto di cessione "in cambio di assistenza" con un atto di donazione modale (art. 793 cc);

§         l’indeterminatezza del corrispettivo della cessione;

§         la qualificazione, quale corrispettivo, di obblighi di assistenza riconducibili a naturali rapporti di assistenza affettiva;

§         l’inverosimile inconsapevolezza della condanna giudiziale da parte degli aventi causa legati al dante causa da rapporti di strettissima familiarità;

§          la prossimità temporale della cessione alla sentenza di condanna;

§         l'assenza di ulteriori mezzi di impugnazione esperibili avverso la sentenza di condanna del Giudice contabile;

§         la contestualità della cessione di plurimi beni e diritti di cui il dante causa era da tempo titolare.

In data 27/8/2009 , dopo l’esercizio dell’azione di revocazione, il Sig. X Leonardo decedeva.

Con atto depositato in data 18/3/2010 si costituivano X Antonino e X Giuseppina deducendo prioritariamente l’inammissibilità dell’azione revocatoria per estinzione del credito.

In particolare, asserendo che nella vicenda che aveva dato luogo al giudizio esitato con la sentenza di condanna 271/A/2008 non erano ravvisabili le condizioni per far luogo alla trasmissibilità agli eredi del debito relativo alla accertata responsabilità amministrativa (illecito arricchimento del dante causa e conseguente indebito arricchimento degli eredi), i resistenti affermavano l’insussistenza di ragioni creditorie da tutelare attraverso l’azione di conservazione della garanzia patrimoniale di cui all’art. 2901 c.c. e, dunque, il difetto dei presupposti per il relativo esperimento.

In via subordinata, chiedevano che fosse sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 174, L . 23/12/2005, n. 266 sotto due diversi profili: da un lato, per violazione dell’art. 102 cost. in quanto si assumeva avesse istituito un giudice speciale e, dall’altro, per contrasto con gli artt. 3 e 24 cost. avendo generato una disparità di trattamento  con riferimento al diritto di difesa tra soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti e soggetti sottoposti alla giurisdizione ordinaria.

Infine, deduceva l’inapplicabilità dell’art. 2901 c.c. asserendo che l’atto dispositivo non era intenzionalmente diretto a sottrarre beni alla garanzia della pretesa creditoria, essendo la cessione a titolo oneroso e che mancava la prova della lesione non avendo la Procura attrice dimostrato che i beni oggetto di cessione costituivano l’intero patrimonio del dante causa.

All’esito dell’udienza del 7 aprile 2010, con Ordinanza n. 154/2010, veniva disposta l’interruzione del giudizio ex art. 299 cpc in ragione del constatato decesso di uno dei convenuti.

Il giudizio veniva tempestivamente riassunto dalla Procura nei confronti degli aventi causa del Sig. X Leonardo.

All’udienza del 8 febbraio 2011 , il Pubblico Ministero e l’Avv. Giovanni Lentini, in rappresentanza dei convenuti X Antonino e X Giuseppina, reiteravano le conclusioni, rispettivamente, rassegnate in atti.

La causa veniva, quindi, posta in decisione.

DIRITTO

L’odierno giudizio è finalizzato all’accertamento della fondatezza della azione revocatoria esercitata dal Pubblico Ministero nell’asserito presupposto che un atto di disposizione del patrimonio è pregiudizievole per le ragioni creditorie del pubblico erario nascenti da una sentenza di condanna di questa Corte passata in giudicato.

Successivamente all’avvio dell’iniziativa giudiziaria per la conservazione della garanzia patrimoniale il debitore è deceduto.

La Procura ha quindi provveduto a riassumere il processo nei confronti degli eredi dell’originario debitore convenuto, soggetti parzialmente coincidenti con i beneficiari di quei trasferimenti ritenuti compromettenti il buon esito dell’esecuzione della condanna giudiziale.

Il sopravvenuto mutamento del contesto di riferimento impone di valutare, preliminarmente, la permanenza dell’interesse del Requirente a coltivare l'azione revocatoria.

Invero, tralasciando provvisoriamente ogni valutazione circa l’eventuale ambulatorietà del debito connesso al danno erariale, ai fini di tale verifica, assume rilievo la circostanza che l'accoglimento dell’azione revocatoria, come si desume chiaramente dal disposto degli artt. 2901 e 2902 c.c., non comporta l'invalidità dell'atto di disposizione sui beni ed il rientro di questi nel patrimonio del debitore alienante, bensì l'inefficacia dell'atto stesso soltanto nei confronti del creditore che ha agito per ottenerla, con conseguente possibilità per quest'ultimo, e solo per lui, di promuovere azioni esecutive o conservative su quei beni contro i terzi acquirenti pur divenutini validamente proprietari.

È dunque evidente che la sopravvenuta morte del debitore non fa venir meno l’interesse del creditore (nello specifico caso, della Procura che, per investitura di legge, agisce nell’interesse dell’Amministrazione lesa) ad ottenere l’auspicata dichiarazione di inefficacia degli atti dispositivi del patrimonio pregiudicanti le ragioni creditorie.

Ciò in quanto l’iniziativa mira ad ottenere una pronuncia che preservi la possibilità di agire in executivis sui beni trasmessi, altrimenti non aggredibili perché definitivamente usciti dal patrimonio dell'alienante e, quindi, non rientranti nell'asse ereditario.

Né varrebbe obiettare che i destinatari dell’atto di disposizione patrimoniale, in quanto eredi del dante causa, sarebbero tenuti a rispondere dei debiti ereditari anche con i propri beni, compresi quelli oggetto del trasferimento paterno, poiché, a parte gli effetti di un'eventuale accettazione dell'eredità col beneficio d'inventario (che, nel presente giudizio, comunque, non risulta aver avuto luogo), su detti beni il creditore dell'eredità concorre con i creditori personali dell'erede, mentre, nel caso di declaratoria di inefficacia, nei suoi confronti, dell'atto di disposizione ai sensi dell'art. 2901 cod. civ., rimane escluso tale concorso, come pure quello con altri creditori del de cuius che non abbiano chiesto ed ottenuto analoga declaratoria.

In definitiva, quindi, sussiste l’interesse a coltivare la revocatoria anche dopo la morte del debitore avendo quell’azione l’attitudine ad immunizzare il creditore dalle conseguenze delle dinamiche della successione ereditaria potenzialmente idonee ad incidere negativamente sulla possibilità di ottenere il soddisfacimento delle sue pretese (cfr. Cass. Sent. 10/2/1997, n. 1227).

Nonostante, però, la ricorrenza dell’interesse alla prosecuzione del processo, nel merito, la domanda non può essere accolta in quanto deve escludersi - sebbene con la precisazione che la conclusione rappresenta il prodotto di un esame incidentalmente compiuto ai limitati fini della valutazione di fondatezza della specifica iniziativa intrapresa - la (attuale) sussistenza di un credito tutelabile con lo strumento previsto dall’art. 2901 c.c.. Il debito risarcitorio conseguente alla condanna definitiva del X Leonardo, infatti, non può reputarsi trasmesso o, comunque, in base alle risultanze istruttorie, trasmissibile agli eredi del condannato e, dunque, non è ravvisabile l’esigenza conservativa cui è strutturalmente preordinata l’azione in discussione.

A tale proposito rilevanza decisiva assume la constatazione secondo cui, a norma dell’art. 1, comma 1, della L. 20/1994 «La responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti in materia di contabilità pubblica è personale  (…). Il relativo debito si trasmette agli eredi secondo le leggi vigenti nei casi di illecito arricchimento del dante causa e di conseguente indebito arricchimento degli eredi stessi».

Al riguardo, deve innanzitutto escludersi che il passaggio in giudicato della sentenza recida ogni legame tra il credito per il ristoro del danno erariale e l’azione di responsabilità amministrativa che quel credito ha generato.

In altri termini, non può affermarsi, sostanzialmente ritenendo che la citata disposizione abbia una efficacia precettiva circoscritta alla fase dell’azione giudiziaria, che il passaggio in giudicato della condanna alteri i connotati strutturali dell’obbligazione che segue al proficuo esercizio dell’azione medesima e che, quindi, il credito che da quella sentenza discende sia un credito neutro, impermeabile ai limiti che la legge impone al potere cognitivo del giudice contabile.

Al contrario, l’obbligazione che segue il riconoscimento della responsabilità amministrativa risente delle peculiarità che connotano la procedura apprestata per il suo accertamento, rimanendone imprescindibilmente caratterizzata. Sicché, il decesso del responsabile è un fatto rilevante non solo se si verifica prima o durante il giudizio in cui si controverte in ordine alla responsabilità amministrativa ma anche quando è successivo rispetto alla maturazione di un giudicato di condanna.

In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione chiarendo che anche quando il debito del soggetto sottoposto alla giurisdizione della Corte dei Conti «sia stato accertato con sentenza passata in giudicato, e non sia perciò più contestabile, la trasmissibilità agli eredi dell'obbligazione derivante dalla responsabilità contabile (…) si verifica, pur sempre, solo nei casi in cui il comportamento sanzionato abbia arrecato non solo un danno all'erario ma abbia prodotto anche un arricchimento indebito» di quel soggetto (cfr. Cass. Sez. I, Sent. 21/2/2008, n. 4432).

Peraltro, questa affermazione conferma un indirizzo espresso dal medesimo Organo della nomofilachia (Corte Cass. SS.UU. sent. 28/7/2004, n. 14178) allorquando non ha condiviso la tesi secondo cui «l'autonomia dell'obbligazione risarcitoria in capo agli eredi dell'autore del fatto illecito produttore di danno erariale comporterebbe la sottrazione delle relative controversie alla giurisdizione contabile e la sua devoluzione al giudice naturale del rapporto, e cioè a quello ordinario. Per quanto riguarda la posizione degli eredi, regolata dall'art. 3, comma 1, del decreto - legge 15 ottobre 1996, n. 453, convertito con modificazioni nella legge 20 dicembre 1996, n. 639 (applicabile ratione temporis al presente giudizio), agli stessi viene posta a carico l'obbligazione risarcitoria sorta in capo al de cuius in forza di un meccanismo successorio, con l'ulteriore condizione che il fatto illecito abbia procurato al dante causa - autore dello stesso un illecito arricchimento e da quest'ultimo sia derivato un indebito arricchimento degli eredi. Il riferimento alla qualità di erede e l'impiego dell'espressione "si trasmette" (che ha sostituito le parole "si estende" contenute nell'art. 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20) fanno ritenere che non ai tratti di un nuovo debito risarcitorio, pur essendo la successione nello stesso condizionata all'ulteriore presupposto del duplice arricchimento. L'esercizio della pretesa erariale non può quindi (…) ritenersi fondato sul fatto costitutivo, del tutto autonomo, del loro arricchimento, secondo la disciplina di diritto comune dell'indebito. Tanto è vero che la citata disposizione contenuta nell'art. 3, comma 1, della legge n. 639 del 1996 si applica soltanto agli eredi, e non a qualunque soggetto che si sia arricchito in conseguenza dell'illecita arricchimento dell'autore del danno. Proprio la limitazione della trasmissione dell'obbligo risarcitorio agli eredi dimostra che, nella specie, l'imputazione a questi ultimi del debito dell'autore dell'illecito avviene secondo il meccanismo della successione - jure hereditatis - nello stesso rapporto. Da ciò consegue che, trattandosi del medesimo debito, identico dev’essere il regime processuale dello stessa, sia in capo all'autore dell'illecito, sia a quella degli eredi».

La limitata trasmissibilità agli eredi del debito è la manifestazione del carattere strettamente personale della responsabilità amministrativa dalla quale quel debito trae origine e «prescinde del tutto dalla circostanza che l'accertamento inerente a quella obbligazione sia o meno divenuto definitivo. La definitività, invero, costituisce l'effetto dell'esaurirsi della procedura di accertamento, ma non incide in alcun modo sulla natura e sul carattere dell’obbligazione che rimane strettamente inerente alla persona del trasgressore e per questi connotati intrinseci (non già perché l'accertamento è ancora in fieri) non si trasmette agli eredi» se non nel caso di illecito arricchimento del pubblico dipendente e di conseguente indebito arricchimento di questi ultimi (cfr. Corte dei Conti, Sez. Puglia, sent. 22/12/2008, n. 996; Corte Cass. Sez. 1, sent. n. 10534 del 1997).

In definitiva, la questione della trasmissione agli eredi del debito non può essere considerata, come la Procura sembra orientata a fare, un profilo destinato ad assumere rilievo solo in occasione della esecuzione della condanna: l’azione esperita presuppone, invece, la preventiva verifica circa la sussistenza di un credito da preservare. L’esigenza di neutralizzazione dei prospettati effetti pregiudizievoli rivenienti da operazioni negoziali che attenuano la garanzia patrimoniale generica, perciò, impone di approfondire se sussiste un credito bisognevole di tutela.

Delineato lo scenario, deve rilevarsi che il contenuto della sentenza con la quale è stata definitivamente accertata la responsabilità amministrativa del dante causa degli odierni convenuti non evidenzia elementi per giustificare il transito dell’accertato debito risarcitorio dal responsabile del danno erariale agli eredi del medesimo.

Anzi, il complesso degli elementi di conoscenza disponibili sembra addirittura precludere, sotto un profilo tecnico, la possibilità di configurare un arricchimento.

Invero, in una prospettiva puramente descrittiva, il danno erariale appare scomponibile in due categorie, distinguibili in base agli effetti patrimoniali che la condotta antigiuridica è idonea produrre.

Possono esserci, infatti, condotte che esauriscono la loro efficienza causale nella determinazione di nocumento al soggetto sottoposto alla giurisdizione di questa Corte ed altre che, in aggiunta a tale caratteristica (assolutamente imprescindibile per la configurazione della fattispecie della responsabilità amministrativa), presentano una attitudine a produrre un effetto, di segno opposto a quello appena indicato, nella sfera del soggetto che le pone in essere.

In queste ultime, alla lesione inferta al soggetto tutelato attraverso l’azione di responsabilità (per lo più depauperativa del patrimonio, ma, talvolta, pregiudicante altri profili soggettivi meritevoli di tutela), si accompagnano, con emersione anticipata o posticipata, a seconda dei casi, conseguenze di tipo accrescitivo a beneficio del soggetto che quella lesione cagiona. Emblematico è il caso della distrazione di somme di pertinenza della P.A. laddove, come effetto della medesima sequenza causale, al depauperamento del pubblico erario si associa un beneficio patrimoniale in capo al soggetto che quella condotta appropriativa ha realizzato.

Tale componente accrescitiva corrisponde a quello che, nell’art. 1 della L. 20/1994, costituisce lo «arricchimento».

Solo quando i connotati fattuali della condotta rendano prospettabile un arricchimento, può avere luogo (naturalmente previo approfondimento circa la ricorrenza delle ulteriori condizioni previste dalla legge e, cioè, quando sia qualificabile come illecito ed indebito, rispettivamente, l’arricchimento del dante causa e quello dell’avente causa)  il transito agli eredi del debito risarcitorio connesso alla condanna per responsabilità amministrativa.

Nella vicenda un esame, la sussistenza (rectius, la compresenza) di tale componente accrescitiva non emerge dalla ricostruzione dei fatti che hanno dato luogo all’addebito.

Il X Leonardo, infatti, risulta condannato, a titolo di colpa grave, per uno scriteriato esercizio delle prerogative rivenienti in ragione dell’appartenenza alla Deputazione Amministrativa e cioè per aver concorso «all’approvazione del progetto, alla gara ed alla aggiudicazione dell’appalto» per la costruzione della diga di Piano del Campo sul fiume Belice «in carenza delle condizioni tecniche e giuridiche necessarie» nonché per «la non disponibilità delle cave» da cui estrarre il materiale detritico indispensabile per la realizzazione dell’opera.

Una simile condotta, per come risulta accertata, non è idonea a generare per il suo autore un tangibile arricchimento.

Difettando tale attitudine, è evidente che il debito risarcitorio di colui al quale è stata ascritta la responsabilità amministrativa non può ritenersi traslato in capo ai suoi eredi.

Conseguentemente, non essendo (più) prospettabile l’esistenza di un debito risarcitorio – siccome estintosi con la morte del responsabile del danno erariale – l’azione revocatoria non risulta obiettivamente preordinata alla conservazione della pertinente garanzia patrimoniale.

In conclusione, deve escludersi, ancorché all’esito di una valutazione inidonea ad interferire nell’eventuale giudizio che la Procura , se lo riterrà, potrà promuovere per l’approfondimento dello specifico profilo, l’esistenza di un debito risarcitorio in capo agli eredi di X Leonardo e, correlativamente, di ragioni di credito pregiudicate dall’atto di disposizione del patrimonio compiuto dal loro dante causa.

Per ciò che concerne le spese del processo, tenuto conto dell’estraneità della controversia rispetto al perimetro di applicazione della disciplina di cui all’art. 3, comma 2-bis, del DL 23.10.1996, n. 543, convertito, con modificazioni, dalla L. 20.12.1996, n. 639 e all’art. 18, comma 1, del DL 25.3.1997, n. 67, convertito, con modificazioni, dalla L. 23.5.1997, n. 135, così come autenticamente interpretati dall’art. 10 bis, comma 10 della L. 2.12.2005, n. 248, nonché in considerazione della novità e complessità delle problematiche affrontate, il Collegio reputa opportuno disporne l’integrale compensazione.

P.Q.M.

La Corte dei  Conti

Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana

definitivamente pronunciando nel giudizio promosso dalla Procura ai sensi dell’art. 1, comma 174, della L. 23/12/2005, n. 266 e dell’art. 2901 c.c., iscritto al n. 55159 del registro di segreteria, lo rigetta.

Spese compensate.

Manda alla Segreteria per gli adempimenti conseguenti.

Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio del 8 febbraio 2011.                    

        L'Estensore                                                           Il Presidente F.F.         

 F.to Dott. Roberto Rizzi                     F.to Dott. Vincenzo LO PRESTI                                               

                                            

Depositata oggi in Segreteria nei modi di legge.

Palermo, 31 marzo 2011

            Il Funzionario di Cancelleria

           F.to Dr.ssa Rita Casamichele