Corte dei conti - Sezione prima giurisdizionale centrale d’appello.

sentenza n. 122 del 7.3.2008 (revoca la sentenza n. 195 del 6.10.2006 emessa dalla stessa I Sezione centrale).

Presidente V. MINERVA relatore R. LORETOMinistero dell’Economia e delle Finanze (dott.sa ALIMANDI) c/M. A. L. (avv. COEN).

1. Giudizio pensionistico – pensioni di guerra – revocazione di sentenza che non aveva riconosciuto assegno di benemerenza – mancata valutazione del collegio giudicante di documento essenziale – revocazione della sentenza – sussiste.

2. Giudizio pensionistico – pensioni di guerra – assegno di benemerenza - violenza morale – fatti discriminatori e persecuzioni – internamento in Svizzera – limitazione libertà individuale – obbligo di residenza in determinati campi – obbligo del lavoro e altri disagi – violenza morale – sussiste – assegno vitalizio - spetta.

1. Nel giudizio pensionistico riguardante le pensioni di guerra la mancata valutazione di un documento essenziale, in quanto attestante in maniera inoppugnabile il fatto storico della emigrazione forzata in Svizzera della ricorrente, comporta la revocazione della precedente sentenza che aveva supposto l’inesistenza di atti persecutori che potessero essere considerati atti di violenza diretti subiti dalla medesima ricorrente.

2. Acquisito alla valutazione del collegio la documentazione attestante l’emigrazione forzata della ricorrente emerge che la ricorrente medesima ha subito, per motivi di ordine razziale, una serie di fatti discriminatori e di persecuzioni, quali l'internamento in Svizzera, la limitazione della libertà individuale, l'obbligo di residenza in appositi campi, l'obbligo del lavoro ed altri disagi, che integrano la nozione di violenza morale, sufficiente anche sulla base della più recente giurisprudenza per la concessione dell'assegno vitalizio di cui all'art. 3 della L. n. 932/1980.

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Con la seguente sentenza la I Sezione centrale di appello della Corte dei conti revoca la precedente decisione n. 195 del 6.10.2006 che non aveva riconosciuto l’assegno di benemerenza per i perseguitati razziali. La prima decisione aveva affermato il mancato riconoscimento ad una Signora di religione ebraica, sottoposta ad atti persecutori per motivi razziali dell'assegno vitalizio di cui all'art. 3 della L. n. 932/1980.

La stessa I prima sezione centrale - in diversa composizione collegiale - è pervenuta, invece, alla revocazione della precedente sentenza che non aveva tenuto in debito conto un documento essenziale, il quale attestava che la ricorrente era stata internata dopo l’8 settembre 1943 in un campo in Svizzera, subendo la limitazione della libertà individuale che si aggiungeva ad una serie di atti discriminatori già subiti per le note leggi razziali. (Cons. Massimo PERIN)

SENTENZA

Nel giudizio in revocazione, in materia di pensioni di guerra, iscritto al n. 28003 del Registro di Segreteria, promosso da ASCOLI MAGRINI Lili, rappresentata e difesa dall' Avv. Michele Ravenna del foro di Ferrara e dall'Avv. Roberto Coen del foro di Roma, ed elettivamente domiciliata presso il quest'ultimo in Roma, Vicolo dell'Oro n. 24, avverso la sentenza n. 195/2006/A della Corte dei conti, Sezione Prima Giurisdizionale di Appello in data 19.05.2006 - 6.10.2006 e nei confronti del Ministero della Economia e Finanze, Direzione Centrale degli Uffici Locali e dei Servizi del Tesoro, rappresentato dalla Dott.ssa Franca Franchi, funzionario delegato legalmente domiciliato presso i propri uffici siti in Roma, Via Casilina n. 3;

Visti gli atti e documenti della causa;

Uditi, nella pubblica udienza dell'8 febbraio 2008, il Consigliere dott.ssa Rita Loreto, l'Avv. Ravenna per l'appellante e la dott.ssa A. Maria Alimandi in rappresentanza del Ministero dell'Economia e Finanze.

Ritenuto in

FATTO

Con il provvedimento impugnato in prima istanza innanzi alla Sezione Giurisdizionale Regionale per l'Emilia Romagna veniva respinta la domanda presentata dalla ricorrente il 10/11/1997 e intesa ad ottenere, in qualità di perseguitata politico-razziale, l'assegno vitalizio di benemerenza previsto dall'art. 3 della legge 22/12/1980 n. 932, nel presupposto che l'istante, pur soggetta a provvedimenti e restrizioni per l'emanazione delle leggi razziali in Italia, non aveva svolto attività antifascista prima dell'8 settembre 1943, né subito persecuzioni espressamente richieste dall'art. 1 della legge n. 96/1965.

Il giudice di prime cure riteneva, invece, che la ricorrente potesse vantare specifici atti di persecuzione quali rilevati dalla documentazione del giudizio ed accoglieva pertanto il ricorso riconoscendo il diritto alla liquidazione dell'assegno vitalizio di benemerenza dalla data della domanda presentata il 10.11.1997, nonché interessi legali e rivalutazione monetaria.

L'amministrazione proponeva appello, chiedendo in via principale la riforma della sentenza di primo grado per violazione dell'art. 3 della legge 22 dicembre 1980, n. 932 e dell'art. 111 della Costituzione, nonché per inadeguata ed insufficiente motivazione, con conseguente declaratoria di rigetto del ricorso della signora ASCOLI MAGRINI LILI; in subordine, con riferimento al concesso cumulo fra rivalutazione ed interessi, eccepiva la violazione dell'art. 1224 c.c. e chiedeva che, per il periodo antecedente alla entrata in vigore della legge n. 205/2000, venisse riconosciuto il diritto della ricorrente ai soli interessi legali, in quanto non era stata fatta richiesta giudiziale di maggior danno, e che successivamente alla entrata in vigore della L. n. 205/2000 fosse riconosciuta la rivalutazione monetaria nei limiti in cui eventualmente eccede la misura degli interessi legali.

Con sentenza n. 195/2006/A depositata il 6 ottobre 2006 questa Sezione I Centrale accoglieva l'appello dell'Amministrazione dell'Economia e Finanze, riformando quindi la sentenza di primo grado, in base alla motivazione che “gli atti persecutori allegati dalla ricorrente, e costituiti da internamento nel campo di concentramento di Urbisaglia per il periodo 1940/41 di Bonfiglioli Renzo, coniuge della ricorrente; dalla espulsione dalla scuola pubblica del figlio Bonfiglioli Gerio e dalla morte della madre Ascoli Magrini Isa nel campo di sterminio avvenuta nel 1944, non possono costituire direttamente atti di violenza nei confronti della ricorrente, né risulta alcuna dimostrazione che da tale violenza morale la ricorrente abbia ricevuto effetti diretti causalmente collegati a quella violenza”.

In data 11 gennaio 2007 la signora Lili ASCOLI MAGRINI, con il patrocinio degli Avv.ti Ravenna e Coen, ha depositato ricorso in revocazione avverso la citata sentenza n. 195/2006/A resa dalla Sezione I Centrale di appello, assumendo che siffatta pronuncia è l'effetto di un errore di fatto risultante dagli atti e dai documenti di causa, per l'omessa valutazione di alcuni documenti allegati dalla ricorrente, con particolare riferimento alla documentazione, già in atti, comprovante l'emigrazione forzata in Svizzera della signora ASCOLI MAGRINI avvenuta nel marzo 1944 e la restrizione della libertà personale consistente nell'obbligo di visitare solo una volta al mese il proprio marito durante il periodo di internamento.

La ricorrente ha pertanto chiesto la revoca dell'impugnata sentenza, ai sensi dell'art. 395 n. 4 c.p.c. e la conferma del dispositivo della sentenza n. 2123/04/G del 13/10-24/11/2004 della Corte dei conti, Sez. Giur.le per l'Emilia Romagna e comunque il riconoscimento del diritto alla corresponsione dell'assegno di benemerenza ex art. 3 L. 392/1980 a decorrere dal 10/11/97 oltre rivalutazione monetaria ed interessi dalla scadenza dei singoli ratei sino al soddisfo. 

Con memoria depositata il 21 gennaio 2008 l'Amministrazione resistente ha chiesto che il sunnominato gravame sia dichiarato inammissibile, in quanto le prospettazioni addotte dalla parte ricorrente non possono essere inquadrate nelle ipotesi previste dall'art. 395 c.p.c. e, pertanto, non sussisterebbe errore in punto di fatto.

Alla odierna pubblica udienza il patrono della ricorrente signora ASCOLI MAGRINI, nel riepilogare quanto già esposto negli atti scritti, si è soffermato in particolare sul presupposto della revocazione che, nel caso di specie, deve necessariamente ravvisarsi nell'aver ritenuto inesistenti fatti e circostanze che invece potevano agevolmente evincersi dagli atti, in quanto fin dal deposito del ricorso in appello era stato allegato dalla propria assistita il fatto determinante della emigrazione in Svizzera, che può essere considerato “atto di violenza” direttamente subito dalla signora ASCOLI MAGRINI, come chiarito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con circolare del 22 luglio 2005, pure versata agli atti di causa. La difesa ha pertanto chiesto la conferma della decisione di primo grado e la concessione dell'assegno vitalizio di benemerenza.

La dott.ssa Anna Maria ALIMANDI per l'Amministrazione resistente ha insistito nella richiesta di inammissibilità del ricorso.

Ritenuto in

DIRITTO

Il Collegio deve in via preliminare delibare l'ammissibilità e fondatezza della proposta domanda di revocazione della sentenza n. 195/2006/A di questa Sezione Centrale di appello, argomentata, nella prospettazione della difesa ricorrente, con la considerazione che il Collegio non avrebbe tenuto conto di alcuni documenti presenti agli atti di causa, attestanti gli atti diretti di violenza e le persecuzioni subite dalla signora ASCOLI MAGRINI Lili.

Si premette che il rimedio della revocazione, introdotto nella presente sede dalla ricorrente, si ricollega in primo luogo all'errore di fatto, cioè all'ipotesi della impugnazione straordinaria prevista dall'art. 68, lett. a) del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214 e disciplinata compiutamente dall'art. 395 n. 4 c.p.c., norma che si applica anche ai giudizi dinanzi alla Corte dei conti per effetto del rinvio dinamico di cui all'art. 26 del regolamento di procedura approvato con R.D. 13 agosto 1933, n. 1038.

Per giurisprudenza e dottrina incontroverse l'errore di fatto deducibile a fini di revocazione della sentenza, di cui al richiamato art. 395 n. 4 c.p.c., consiste in una erronea percezione della realtà processuale, obiettivamente ed immediatamente rilevabile, che abbia portato ad affermare o supporre l'esistenza di un fatto decisivo, incontestabilmente escluso dagli atti e documenti, ovvero l'inesistenza di un fatto decisivo, che dagli stessi atti e documenti risulti positivamente accertato, incidendo in maniera determinante sulla decisione finale (Cass. sez. II, 8 agosto 2002, n. 11937; Cass. sez. I, 19 luglio 2002 n. 10544; Cass. Sez. III, 17 gennaio 2003, n. 605).

Pertanto, non è configurabile l'errore revocatorio per i vizi della sentenza che investono direttamente la formulazione del giudizio sul piano logico-giuridico, come nel caso in cui tali vizi attengano all'interpretazione della domanda, poiché gli eventuali errori di interpretazione che investono l'attività valutativa del giudice rilevano non quali errori di fatto, ma quali errori di diritto, inidonei come tali ad integrare gli estremi dell'errore revocatorio contemplato dall'art. 395, numero 4, c.p.c. (Cass. S.U., 2 aprile 2003, n. 5105; Cass. civ. Sez. II, 6 marzo 1993 n. 2721; Cass. Sez. Lav. , 10 marzo 1992, n. 2884)

In altri termini, tale errore è configurabile allorché il giudice non abbia avuto contezza dell'esistenza di un documento e non già quando, avendolo esaminato, abbia escluso che esso attestasse un determinato fatto rilevante ai fini della decisione (Cass. Sez. Lav. 8 luglio 1995, n. 7506; Cass. Sez. Lav. 26 febbraio 1992 n. 2394).  

Il che comporta che il giudice della revocazione non procede a nuove valutazioni di merito degli stessi fatti, ma ad una valutazione, per la prima volta, di fatti nuovi non controversi e non più controvertibili nel giudizio che ha dato luogo alla sentenza impugnata in revocazione.

Conclusivamente, l'errore di fatto revocatorio deve avere il carattere di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità e presuppone il contrasto tra due diverse rappresentazioni dello stesso oggetto, emergenti l'una dalla sentenza e l'altra dai documenti processuali, che abbia portato il giudice ad affermare o supporre l'esistenza di un fatto decisivo ed essenziale, incontestabilmente escluso dagli atti o dai documenti di causa, ovvero l'inesistenza di un fatto che dagli atti stessi risulti positivamente accertato, sempre che il fatto stesso non costituisca punto controverso su cui il giudice abbia pronunciato e la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione e non di valutazione o giudizio (Cass. 27 maggio 2005 n. 11276; Cass. Sez. Lav. 9 ottobre 1991 n. 10578; Cass. Sez. I, 28 giugno 2002 n. 9505; Corte dei conti, Sez. I Centrale 27 giugno 2007 n. 181/A; Sez. III Centrale 11 luglio 2007 n. 226/A).

Ne consegue che la erronea supposizione del fatto ha effetto immediatamente rescissorio, dal momento che la decisione è incompatibile con il falso presupposto, purché non controverso, del revocando giudizio.

Venendo alla fattispecie all'esame, il Collegio rileva che, effettivamente, dalla documentazione processuale versata in atti si evince che nella sentenza di appello n. 195/2006/A questa Sezione, nel valutare concretamente le persecuzioni cui è stata sottoposta la signora MAGRINI, non ha avuto contezza dell'esistenza di un documento di natura decisiva, allegato dalla ricorrente. Si tratta, cioè, dell' estratto del fascicolo conservato nell'Archivio Federale Svizzero, riguardante la posizione della signora ASCOLI MAGRINI Lili e comprovante l'internamento cui la stessa venne sottoposta, nel periodo dal marzo 1944 all'aprile 1945, in un campo svizzero. Nel fascicolo è riportato integralmente il questionario che la ricorrente compilò, nel posto di raccolta presso la polizia di BELLINZONA, all'atto dell'internamento in Svizzera.

Ebbene, la mancata valutazione di tale documento essenziale, in quanto attestante in maniera inoppugnabile il fatto storico della emigrazione forzata in Svizzera della ricorrente, ha indotto il giudice a supporre la inesistenza di atti persecutori che potessero considerarsi atti di violenza diretti nei confronti della signora ASCOLI MAGRINI; fatti che, invece, come si evince dalla documentazione allegata e menzionata dall'interessata già con la memoria del 28 aprile 2006, risultavano positivamente accertati ed emergevano dagli atti di causa con caratteristiche di evidenza, obiettività e immediata rilevabilità, senza necessità, cioè, di particolari indagini ed argomentazioni.

Tale circostanza, da sola, induce il Collegio a riconoscere la sussistenza in concreto del denunciato e rilevante vizio percettivo in ordine alla documentazione essenziale versata agli atti del giudizio.

Ciò è sufficiente per ritenere in fase rescindente ammissibile l'istanza di revocazione.

In fase rescissoria il Collegio rileva dalla citata documentazione che la signora ASCOLI MAGRINI ha subito, per motivi di ordine razziale, una serie di fatti discriminatori e di persecuzioni, quali l'internamento in Svizzera, la limitazione della libertà individuale, l'obbligo di residenza in appositi campi, l'obbligo del lavoro ed altri disagi, che integrano la nozione di violenza morale, sufficiente anche sulla base della più recente giurisprudenza per la concessione dell'assegno vitalizio di cui all'art. 3 della L. n. 932/1980.

Ad ulteriore conferma dell'assunto, si deve aggiungere che anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri, organismo da cui dipende la Commissione per le Provvidenze ai Perseguitati Politici e Razziali, ha dettato, con circolare 22 luglio 2005, gli “indirizzi per la soluzione di alcuni problemi applicativi della normativa in favore dei perseguitati politici e razziali” . In tale atto di indirizzo, parimenti versato in giudizio dalla ricorrente e destinato alla Commissione competente per l'esame delle domande di riconoscimento dell'assegno vitalizio di benemerenza, viene espressamente individuato il fatto storico della “emigrazione forzata in Svizzera” quale “atto di violenza”.

Accertato quanto sopra, il Collegio tiene a precisare che la circostanza che l'emigrazione forzata della ricorrente risulti avvenuta dopo l'8 settembre 1943 non può indurre questo organo giudicante ad escludere che tale specifico fatto storico di internamento costituisca, comunque, applicazione diretta della normativa antiebraica nei confronti della signora MAGRINI, come tale rilevante ai fini della concessione dell'assegno vitalizio.

Tali conclusioni, infatti, non solo sono smentite dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nella circolare precedentemente menzionata, ma sono totalmente disattese dalla giurisprudenza della Corte dei conti, che ha invece precisato in più occasioni che la menzione della data dell'8 settembre 1943 in provvedimenti normativi relativi ai perseguitati per motivi di ordine razziale è costantemente riferibile al presupposto dell'intensificazione degli atti persecutori che vennero posti in essere dopo quella stessa data nei confronti della minoranza ebraica, dal momento che anche dopo l' 8 settembre 1943 le “leggi razziali” erano ancora pienamente in vigore.

In proposito la Corte dei conti ha avuto modo di chiarire che “le misure concrete di attuazione della normativa antiebraica debbono ritenersi idonee a concretizzare una specifica azione lesiva proveniente dall'apparato statale e intesa a ledere la persona colpita nei suoi valori inviolabili, ma che la delimitazione temporale dell' 8 settembre 1943 non è affatto diretta a individuare la data ultima di consumazione degli atti di violenza che possono essere fatti valere da cittadini italiani perseguitati per motivi d'ordine razziale al fine del conseguimento del predetto assegno di benemerenza” (Sezioni Riunite, 25 marzo 2003 n. 8/QM).

L'assunto è stato ulteriormente ribadito da questa Sezione di appello, che con decisione n. 17/A in data 21 gennaio 2004 ha precisato che, diversamente opinando, rimarrebbero irrazionalmente esclusi dal possibile riconoscimento del diritto a tale assegno quei cittadini appartenenti alla minoranza ebraica che, pur scampati alle misure persecutorie finalizzate allo sterminio, abbiano tuttavia subito, anche dopo l'8 settembre 1943, le persecuzioni previste dalle leggi razziali, nonché la continuazione di atti di violenza e di fattispecie persecutorie collegabili all'ideologia vessatoria, anche laddove non finalizzati allo “sterminio” (Corte dei conti, Sez. I Centrale, 21 gennaio 2004 n. 17/A).

Conseguentemente, il ricorso in revocazione va accolto e, per l'effetto, la decisione impugnata, n. 145/2006/A di questa Sezione I Centrale, va revocata.

Così disposta la revocazione dell'impugnata sentenza, nel conseguente iudicium rescissorium in merito alla proposta causa di appello, il Collegio, chiamato nuovamente a decidere, conferma il dispositivo della sentenza di prime cure nel senso di riconoscere alla signora ASCOLI MAGRINI LILI il diritto alla corresponsione dell'assegno vitalizio di benemerenza previsto dall'art. 3 della legge n. 932/1980, con effetto dal 10.11.1997, cioè dalla data della domanda.

Solo limitatamente agli accessori, invece, merita parziale accoglimento l'appello dell'Amministrazione dell'Economia e Finanze, con riferimento alla istanza subordinata avanzata nel proprio gravame.

E difatti in proposito questo organo giudicante deve puntualizzare che il trattamento pensionistico di guerra ha natura risarcitoria, per cui fino all'entrata in vigore della legge n. 205 del 21.7.2000, come da giurisprudenza pressoché univoca di questa Corte dei conti, era disciplinato dall'art. 1224 c.c.; conseguentemente su tale credito erano dovuti in ogni caso gli interessi per il periodo di ritardato pagamento mentre la rivalutazione monetaria non spettava ex se, ma solo fornendo la prova del maggior danno che, nella specie, non risulta essere stata fornita.

Con l'entrata in vigore della legge n. 205/2000 è stata estesa ai processi pensionistici avanti la Corte dei conti la disciplina dell'art. 429 c.p.c., 3° comma, che prevede la determinazione, a cura del giudice, del maggior danno da svalutazione nel momento in cui vi è pronuncia di condanna al pagamento di somme per crediti di lavoro.

Sennonché questa Sezione di appello ritiene al riguardo di dover precisare che la portata dell'art. 429 c.p.c. 3° comma limita testualmente ai crediti di lavoro il potere del giudice di riconoscere il diritto al ripristino del potere di acquisto perduto dal lavoratore, mentre la norma in questione non è applicabile alle pensioni di guerra, stante la natura risarcitoria delle stesse, cui è estranea ogni funzione reddituale e assistenziale.

In estrema sintesi, il trattamento pensionistico di guerra resta estraneo al concetto di reddito (differito) connesso ad un pregresso trattamento economico in costanza di rapporto di lavoro e, come tale, è soggetto fisiologicamente, per sua natura, a perdere valore nel tempo, per cui l'eventuale riconoscimento del diritto al recupero del potere di acquisto non può che dipendere dall'apposita prova richiesta dall'art. 1224 c.c. (cfr. Sez. I Centrale, n. 186/2007/A del 4 luglio 2007).

Ne consegue l'inapplicabilità, nella specie, sia del meccanismo di rivalutazione automatica previsto dall'art. 429, 3° comma, c.p.c. - per le ragioni innanzi esposte - sia dell'art. 1224 c.c., non avendo l'interessata fornito la prova del maggior danno; per cui sulle somme arretrate dovute spettano alla ricorrente ASCOLI MAGRINI Lili solo gli interessi legali, a decorrere dalla data della domanda, e cioè dal 10.11.1997.

Ratione materiae non è luogo a pronuncia sulle spese.

P.Q.M.

La Corte dei conti - Sezione prima giurisdizionale centrale di appello:

ACCOGLIE il ricorso in revocazione proposto dalla signora ASCOLI MAGRINI LILI avverso la sentenza della Corte dei conti, Sezione I Centrale di appello n. 195/2006/A del 19 maggio 2006, depositata il 6 ottobre 2006,

REVOCA l'impugnata sentenza e, per l'effetto,

RICONOSCE alla ricorrente ASCOLI MAGRINI LILI il diritto alla corresponsione dell'assegno vitalizio di benemerenza previsto dall'art. 3 della legge n. 932/1980, con effetto dal 10.11.1997, data della domanda,

ACCOGLIE PARZIALMENTE l'appello dell'Amministrazione dell'Economia e Finanze e, pertanto riconosce alla signora ASCOLI MAGRINI LILI il diritto a percepire, sulle somme arretrate, i soli interessi legali a decorrere dal 10.11.1997, dalla scadenza dei singoli ratei sino all'effettivo soddisfo.

In tali termini deve intendersi riformata anche la Sentenza della Sezione Giurisdizionale per l'Emilia Romagna, n. 2123/04/G del 13.10.2004 - 24.11.2004.

Nulla per le spese.

Omissis