Sentenza n. 92/2011 del 10 marzo 2011: a) Il potere del Giudice di ordinare l’integrazione del contraddittorio, pur compatibile con l’articolo 111 della Costituzione nella formulazione novellata, ha carattere eccezionale; b) La chiamata in giudizio iussu iudicis importa una alterazione dei meccanismi procedurali propri della vocatio ad iniziativa del Procuratore regionale, non dovendo neppure essere preceduta dalla cosiddetta fase istruttoria garantita dell’invito a dedurre; c) L’ordine di integrazione del Giudice deve indicare specificamente i soggetti da convenire , evidenziando le ragioni che rendono quanto meno funzionalmente opportuno il litisconsorzio; d) La chiamata iussu iudicis appartiene alla esclusiva competenza e responsabilità del Giudice che è tenuto a dare compiuta motivazione della propria decisione di immettere nel processo altri soggetti; e) Le valutazioni decisorie circa la convenibilità iussu iudicis non possono essere “delegate” o “rimesse” al Procuratore regionale, titolare di un  potere proprio a riguardo, pena una illegittima ed irrazionale sovrapposizione  delle posizioni processuali. Nel merito, il direttore generale di un Ministero deve, tra l'altro, interessarsi di quelle procedure che non possono non apparire ictu oculi “allarmate” , ovverosia urgenti per la loro particolarità e straordinarietà (tra le quali rientra a pieno titolo la tutela in giudizio)

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE PRIMA GIURISDIZIONALE CENTRALE

composta dai seguenti magistrati:

Vito MINERVA                                                  Presidente

Alberto AVOLI                                         Consigliere relatore

Nicola LEONE                                                   Consigliere

Mauro OREFICE                                               Consigliere

Pier Giorgio DELLA VENTURA                         Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di appello in materia di responsabilità amministrativa , iscritti ai numeri 34545 e 34977 del registro di segreteria, proposti nei confronti della sentenza n. 1647/08 della Sezione giurisdizionale per il Lazio, rispettivamente dal PROCURATORE REGIONALE territorialmente competente (appello principale) e del Sig. YYY XXX, con il patrocinio dell’avv. CARLO MILANA (appello incidentale).

Uditi alla pubblica udienza del 12 novembre 2010 il relatore consigliere ALBERTO AVOLI, il rappresentante della Procura Generale VPG MARIA GIOVANNA GIORDANO e l’avvocato MARIO FANTACHIOTTI, patrocinatore dell’appellante incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione in data 7 novembre 2005 la Procura Regionale per il Lazio ha convenuto in giudizio il Sig. YYY XXX , contestandogli un danno erariale di euro 15.139,46, in relazione alle spese di lite che il Ministero dell’Ambiente era stato condannato a pagare in vari giudizi nei quali era rimasto contumace, giudizi intentati dai proprietari dei terreni oggetto dell’occupazione temporanea  necessaria per l’esecuzione degli interventi di salvaguardia del litorale dell’area metropolitana di Cagliari.

Il Sig.YYY XXX è stato chiamato in giudizio per i comportamenti omissivi asseritamente serbati nella vicenda, in qualità di Dirigente  preposto alla Direzione  generale per la protezione della natura del Ministero dell’Ambiente, carica ricoperta dal 1991 al luglio 1997.

La vicenda può in fatto essere così ricostruita.

Nel 1991 il Ministero dell’Ambiente aveva affidato “in concessione” al Consorzio MOLENTAERGIUS l’esecuzione degli interventi necessari ad attuare il piano di salvaguardia del litorale prossimo all’area metropolitana di CAGLIARI.

In particolare, nell’atto concessorio, era previsto che tutti gli oneri per le espropriazioni e le occupazioni di urgenza fossero a completo carico del concessionario, che si impegnava a porre in essere le relative procedure amministrative e liquidare le conseguenti indennità.

Nel 1996 dodici proprietari di altrettanti terreni coinvolti nell’occupazione avevano promosso il contenzioso civile per ottenere il pagamento delle indennità di occupazione temporanea, contenzioso nei confronti del Consorzio concessionario e del Ministero dell’Ambiente presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato di CAGLIARI.

L’Avvocatura  erariale, nel mese di ottobre, aveva chiesto al Ministero la trasmissione dei documenti e delle relazioni indispensabili per approntare una efficace difesa in giudizio.

La richiesta in questione era stata indirizzata tanto all’Ufficio legislativo quanto al Gabinetto del Ministro.

Nel successivo mese di novembre le note dell’Avvocatura erano state “girate” dall’Ufficio legislativo alla Direzione Generale competente, quella cioè diretta dal Sig. YYY XXX.

Ancora nel febbraio 1997  l’Ufficio Gabinetto si attivava, invitando il dirigente generale Sig. YYY XXX a riferire.

Tuttavia l’Avvocatura distrettuale non ha mai ricevuto la documentazione in parola e quindi non si è costituita nei giudizi dei dodici proprietari, con la conseguente dichiarazione di contumacia dell’Amministrazione.

Cosicchè nel 2000 la Corte di appello di Cagliari – che non aveva agli atti l’atto di concessione in quanto non depositato (atto di concessione dal quale si potevano desumere gli obblighi del Consorzio) - dichiarava il difetto di legittimazione passiva del Consorzio medesimo,  nel presupposto che tale Ente aveva agito “in nome e per conto del Ministero dell’Ambiente , che quindi doveva ritenersi unica parte del procedimento espropriativo”.

Di qui fra l’altro la condanna del Ministero di quelle spese legali che il Requirente pubblico ha ritenuto abbiano attualizzato un danno erariale imputabile al Sig. YYY XXX.

La Sezione per il LAZIO di questa Corte – presso la quale si era incardinato il giudizio – all’udienza del 29 gennaio 2007 pronunciava l’ordinanza n. 090/07,  manifestando la (eventuale) necessità di procedere all’integrazione del contraddittorio “iussu iudicis” con altri soggetti in ipotesi responsabili o corresponsabili.

Dell’integrazione era onerata la Procura regionale.

Come evidenziato il Giudice territoriale non aveva disposto direttamente ed immediatamente l’integrazione, ma piuttosto aveva officiato la Procura di sviluppare una ulteriore attività istruttoria, all’esito della quale accertare il ruolo esatto rivestito nella vicenda non solo dal Sig. YYY XXX (già convenuto), ma anche da altri dirigenti del Ministero.

Il 10 aprile 2007 la Procura ha chiesto la fissazione di nuova udienza, dichiarando di non aver proceduto ad alcuna integrazione del contraddittorio,  non avendo ritenuto sussistenti i presupposti per la chiamata in giudizio degli altri dirigenti in ipotesi individuati dal Giudice.

La causa veniva quindi discussa il 19 giugno 2008 in pubblico dibattimento davanti alla Sezione Lazio.

Nell’occasione il Giudice respingeva innanzi tutto la richiesta di parte convenuta per la cancellazione del giudizio ai sensi degli articoli 107 e 270 del codice di procedura civile, con riferimento all’articolo 47 del R.D. 1038/33.

Ha quindi ritenuto di dover qualificare la particolare situazione processuale venutasi a creare, rilevando che: a) La Procura è stata legittimata al compimento di una ulteriore attività istruttoria; b) La Procura legittimamente ha esercitato il potere discrezionale conferitogli, decidendo di non dare seguito alla chiamata per carenza dei presupposti legittimanti; c)Il Giudice è però “naturalmente competente” a “valutare quelle ragioni.

Applicando tali principi, la Sezione a quo è entrata nel merito delle argomentazioni che la Procura ha portato a sostegno della mancata estensione del contraddittorio, pervenendo al convincimento della loro infondatezza (“peraltro l’astensione della Procura dall’integrazione del contraddittorio disposta dall’ordinanza – pur lecita, essendo l’ordine di integrazione non incondizionato – risulta non giustificata e quindi inidonea “ allo scopo prefissatosi).

In conclusione, nel merito, la Sezione di prime cure assolveva il Sig. YYY XXX , motivando la decisione con la mancata integrazione del contraddittorio, che avrebbe comportato il permanere nel giudizio di una sostanziale situazione di stallo probatorio

Il 6 marzo 2009 veniva depositato tempestivo atto di appello da parte della Procura.

La sentenza veniva censurata per la “mancata corrispondenza fra chiesto e pronunciato, con violazione dell’articolo 112 del c.p.c. ovvero per l’ omessa motivazione in ordine alle prove dei fatti in contestazione”, chiedendone la riforma con conseguente condanna del Sig. YYY XXX.

Il 27 aprile 2009 il Sig. YYY XXX depositava atto di costituzione in resistenza e di appello incidentale.

L’appello incidentale ha censurato la sentenza in questione per non aver pronunciato la cancellazione del giudizio, in presenza della non esecuzione da parte della Procura della più volte ricordata ordinanza  di integrazione iussu iudicis.

La censura è stata testualmente formulata per “violazione dell’articolo 47 del regio decreto 1038/33 del regolamento di procedura ed in base al rinvio dinamico di cui all’articolo 26 dello stesso regio decreto, nonché degli articoli 107 e 270 del codice di procedura civile; introduzione da parte del Giudice di primo grado della possibilità, non prevista da alcuna disposizione di legge, per il Pubblico ministero di non dare seguito all’ordine  di integrare il contraddittorio senza la conseguenza della cancellazione della causa dal ruolo; violazione dei principi del giusto processo e della parità fra le parti ai sensi dell’art. 111 della Costituzione.

Per quanto attiene al merito, il Sig. YYY XXX – questa volta nella veste di appellato principale – ha contestato che la Procura  avrebbe formulato una inammissibile “domanda nuova”, chiedendo la condanna anche a titolo di concausalità nel determinismo del danno (anziché semplice causalità).

Ha comunque ritenuto che il suo comportamento gestorio sia stato esente da colpa grave e che comunque in fattispecie difetti la prova della sussistenza del nesso causale

Le conclusioni del Sig. YYY XXX sono state le seguenti: “Rigettare l’appello principale proposto dal Procuratore regionale perchè infondato in via di fatto e di diritto. In via di appello incidentale riformare la sentenza n. 1647/08 del 19 giugno 2008 della Sezione giurisdizionale per la Regione Lazio , nella parte in cui non ha disposto la cancellazione della causa dal ruolo, per omessa integrazione del contraddittorio da parte del Procuratore regionale, in violazione dell’ordinanza collegiale n.090/07 del 14 marzo 2007 e conseguentemente disporre la cancellazione della causa dal ruolo. In subordine confermare la sentenza impugnata. Vittoria di spese per il doppio grado”

Con ulteriore comparsa del 29 aprile 2010 il Sig. YYY XXX confermava le proprie tesi e richieste.

Infine, il 20 ottobre 2009 la Procura generale ha depositato conclusioni scritte per l’accoglimento dell’appello principale e la reiezione di quello incidentale.

Tanto premesso, i ricorsi in epigrafe vanno riuniti ai sensi dell’articolo 335 c.p.c.

Il Collegio ritiene  di dover innanzi tutto scrutinare l’appello incidentale proposto dal Sig.  YYY XXX, poiché le questioni sollevate rivestono oggettivamente un carattere preliminare.

In tale appello si censura la sentenza a quo per aver statuito l’assoluzione nel merito e non la cancellazione dal ruolo,  sull’asserito presupposto della omessa esecuzione dell’ordinanza di integrazione del contraddittorio da parte del Procuratore regionale.

Ad avviso dell’appellante incidentale nella fattispecie si erano realizzate tutte le condizioni per dare applicazione all’articolo 270 del codice di procedura civile , che recita: “La chiamata di un terzo nel processo…può essere ordinata in ogni momento dal giudice istruttore per una udienza che all’uopo egli fissa. Se nessuna delle parti provvede alla chiamata del terzo, il giudice istruttore dispone con ordinanza non impugnabile la cancellazione della causa dal ruolo”.

L’appello sul punto non è meritevole di accoglimento.

Va subito evidenziato infatti che nel caso in questione non si è prefigurato alcun inadempimento da parte del requirente pubblico nel dare esecuzione all’ordinanza del Giudice.

Tale provvedimento infatti non intimava l’integrazione del contraddittorio di determinati soggetti – integrazione iussu iudicis – bensì invitava il Pubblico ministero ad approfondire le posizioni soggettive di altri funzionari del Ministero dell’Ambiente   al fine di una loro eventuale chiamata nel processo (testualmente: “Ravvisata la necessità dell’integrazione del contraddittorio con la presenza dei medesimi dirigenti sopra specificati, previa eventuale ulteriore istruttoria, intesa ad accertare l’effettivo ruolo rivestito da ciascuno di essi nella vicenda in esame”)

Si può discettare sulla correttezza dell’ordinanza sotto il diverso profilo della sua legittimità  in rapporto alla possibile esistenza del potere del Giudice contabile di imporre al Pubblico Ministero approfondimenti istruttori al fine dell’eventuale chiamata di terzi.

Secondo gli orientamenti giurisprudenziali venutisi a consolidare in materia, il Giudice contabile, anche dopo l’entrata in vigore dell’articolo 111 della Costituzione, mantiene in via eccezionale il suo potere sindacatorio, che gli consente di disporre l’acquisizione di atti, documenti ed altri elementi di prova.

Il Giudice può anche disporre l’integrazione del contraddittorio – in virtù di un potere sicuramente eccezionale in quanto derogatorio del generale carattere di esclusività dell’azione del pubblico ministero contabile - ma i soggetti evocandi debbono essere individuati in modo specifico e, soprattutto, i presupposti per la chiamata debbono essere già in atti.

In altre parole non sembra che il Giudice possa ordinare una sorta di integrazione “condizionata” o “interattiva” con la Procura , anche perché  l’integrazione stessa deve essere motivata e le motivazioni confluiscono nel provvedimento di chiamata come parte integrante di esso.

A riprova di ciò, nell’ipotesi di chiamata iussu iudicis, non è necessario far precedere la citazione con l’invito a dedurre, proprio perché i presupposti per la costituzione del litisconsorzio debbono trovarsi già in atti al momento della disposizione del Giudice.

Nel caso di specie, l’ordinanza – peraltro non reclamata da nessuna delle parti – si è posta in una certa misura “extra-ordinem” e comunque è stata eseguita dalla Procura negli esatti limiti del suo contenuto prescrittivo.

Di conseguenza viene a cadere la problematica sull’eventuale obbligo del Giudice di prime cure di cancellare la causa dal ruolo per inesecuzione dell’ordine di integrazione e condivisibili appaiono le considerazioni della Procura  (nella posizione di resistente all’appello incidentale): “ Nel caso in disamina, pertanto, non si è verificata alcuna <ribellione> – come impropriamente e sarcasticamente è stata definita dall’appellante incidentale, bensì si è trattato di un corretto svolgimento dell’azione dell’organo requirente, il quale non ha ritenuto possibile evocare in giudizio altri soggetti, dopo una approfondita quanto complessa istruttoria della vicenda processuale, a seguito della quale non sussistevano altri riscontri oggettivi per dare ulteriore corso ad una diversa ipotesi accusatoria”.

In conclusione – posto che l’ordinanza del Giudice di prime cure ha imposto alla Procura una integrazione condizionata all’esito dell’ulteriore istruttoria – la conseguente attività investigativa doveva essere rivolta all’accertamento del “ruolo” avuto nella vicenda da altri soggetti, accertamento evidentemente essenziale e prodromico alla chiamata di responsabilità.

Tale presupposto non era all’evidenza presente in atti al momento dell’ordinanza, né era stato dimostrato a sufficienza dalla difesa dello stesso Sig. YYY XXX nell’esercizio del potere sollecitatorio dell’integrazione (altrimenti il Giudice avrebbe ben potuto disporre direttamente l’integrazione).

Comunque non si è realizzata in fattispecie alcuna inosservanza da parte della Procura dell’ordine del Giudice.

Tale circostanza consente di ritenere superata, in quanto assorbita, la problematica incidentale circa l’applicabilità nel processo contabile dell’articolo 270 del codice di procedura

A tutto ciò deve anche aggiungasi che in fattispecie non sono in rilievo imputazioni dolose nelle quali, fra gli eventuali corresponsabili,  troverebbero applicazione le regole della solidarietà.

Gli addebiti portati al Sig. YYY XXX si sono mossi nell’ambito della colpa grave e quindi trovano piena soddisfazione i parametri della personalità e della parziarietà della responsabilità amministrativa, per cui ciascun agente – anche in caso di corresponsabilità – risponde delle quote di danno a lui causalmente ascrivibili a seguito di comportamenti gestori in violazione degli obblighi di servizio improntati da colpa grave.

Con l’introduzione dei ricordati principi della personalità e della parziarietà in luogo di quello della solidarietà (salve le ipotesi del dolo e dell’illecito arricchimento), al di fuori dell’ipotesi del litisconsorzio necessario ex. articolo 102 c.p.c. (che presuppone l’unicità e l’inscindibilità del rapporto giuridico sostanziale) – l’integrazione cosiddetta facoltativa del contraddittorio è rimessa alla discrezionale valutazione del Collegio in ipotesi di comunanza di cause, ovverosia qualora dall’impianto accusatorio (ed entro esclusivamente i limiti dello stesso ex articolo 112) emergano condotte autonome di terzi, che abbiano potuto incidere nel processo di causazione del danno, sovrapponendosi o unendosi alla condotta dei convenuti.

Da tutte le considerazioni appena evidenziate emerge che: a) Il potere del Giudice di ordinare l’integrazione del contraddittorio, pur compatibile con l’articolo 111 della Costituzione nella formulazione novellata, ha carattere eccezionale in quanto potenzialmente confligente con il principio di esclusività in capo al Procuratore regionale del potere di azione e di chiamata in giudizio; b) La chiamata in giudizio iussu iudicis importa una alterazione dei meccanismi procedurali propri della vocatio ad iniziativa del Procuratore regionale, non dovendo neppure essere preceduta dalla cosiddetta fase istruttoria garantita dell’invito a dedurre; c) L’ordine di integrazione del Giudice deve indicare specificamente i soggetti da convenire , evidenziando le ragioni che rendono quanto meno funzionalmente opportuno il litisconsorzio; d) La chiamata iussu iudicis appartiene alla esclusiva competenza e responsabilità del Giudice che è tenuto a dare compiuta motivazione della propria decisione di immettere nel processo altri soggetti; e) Le valutazioni decisorie circa la convenibilità iussu iudicis non possono essere “delegate” o “rimesse” al Procuratore regionale, titolare di un  potere proprio a riguardo,  pena  una illegittima ed irrazionale sovrapposizione  delle posizioni processuali.

Pertanto , a prescindere da qualsiasi altra argomentazione,  risulta non censurabile la  valutazione giudiziale autonoma della posizione del Sig. YYY XXX in prime cure (e, conseguentemente, in questo grado di appello).

L’appello incidentale del Sig. YYY XXX è conclusivamente respinto, siccome infondato.

A diversa conclusione deve invece pervenirsi per quanto riguarda l’appello principale della PROCURA, che ha contrastato l’assoluzione nel merito della sentenza territoriale.

Non meritevole di positivo accoglimento è intanto l’eccezione di inammissibilità formulata dal Sig. YYY XXX, questa volta nella veste di resistente.

L’invocata inammissibilità deriverebbe dalla trasformazione dell’addebito (da una ascrivibilità esclusiva  ad una concausale).

In realtà la qualificazione causale-concausale è rimessa all’esclusiva competenza del Giudice nell’esercizio del suo potere decisorio e le indicazioni della Procura hanno solo valore propositivo.

Inoltre il passaggio fra l’una o l’altra modalità di ascrivibilità non muta la sostanza della domanda,  in quanto la responsabilità , come già evidenziato, ha fra le sue caratteristiche la personalità e la parziarietà.

Il Sig. YYY XXX è stato chiamato in giudizio in qualità di Dirigente preposto alla Direzione generale della protezione della natura del Ministero dell’Ambiente, carica ricoperta dal 1991 al 1997 (mese di luglio).

La vicenda che occupa la presente causa si sviluppa dall’ottobre 1996 al 2000, anno in cui la Corte d’Appello di Cagliari nelle dodici cause al suo esame dichiarava il difetto di legittimazione passiva del Consorzio di MOLENTARGIUS “in quanto, in base ai dati di cui si dispone, risulta che il Consorzio ha agito in nome e per conto del Ministero dell’Ambiente , che deve pertanto ritenersi l’unica parte del procedimento espropriativo, legittimata, in tale veste a contraddire nelle cause relative all’indennità di occupazione temporanea e di esproprio”

Risulta quindi che la condanna del Ministero dell’Ambiente ha potuto configurarsi in quanto agli atti del processo civile non sono stati depositati i documenti comprovanti il rapporto concessorio venutosi a creare fra il Ministero stesso ed il Consorzio.

In sostanza si può convenire con il Requirente che la fattispecie si è caratterizzata per la carente difesa dell’Amministrazione statale, con la conseguente produzione del danno erariale come correttamente quantificato.

Il Ministero era patrocinato dall’Avvocatura distrettuale di Cagliari e la carente difesa di cui si è detto è riferibile alla mancata o quanto meno tardiva collaborazione del Ministero stesso nei riguardi di chi doveva istituzionalmente intervenire

Il nodo temporale della vicenda  si colloca certamente nei mesi iniziali, allorchè occorreva impostare correttamente la costruzione difensiva, sorreggendola con un adeguato e efficiente impianto probatorio.

Ed è per questo che la posizione del Sig. YYY XXX si poneva in primo piano, ferma naturalmente la sua estraneità agli accadimenti fattuali successivi alla data di cessazione dalla carica.

Tuttavia occorre far presente che i comportamenti gestori degli agenti pubblici possono produrre i loro effetti (in ipotesi  dannosi) anche oltre la data di conclusione della carica, senza che questo impedisca il consolidarsi del nesso di causalità fra condotta ed evento.

Il Sig. YYY XXX ha ricoperto la carica di Direttore generale della struttura (complessa)  competente a mantenere i rapporti con l’Avvocatura distrettuale per la gestione del contenzioso civile intentato dai proprietari espropriati  proprio nel periodo in cui la difesa erariale doveva essere proficuamente e (soprattutto) tempestivamente impostata.

Il Sig. YYY XXX ha rilevato nelle sue copiose memorie difensive che la trattazione della  “pratica” (rectius: procedura di risposta all’Avvocatura) rientrava nella competenza delle strutture divisionali sottordinate e che la direzione generale operava nel suo complesso in uno stato di grande difficoltà operativa.

Quanto al primo punto, ritiene questo Giudice che tali argomentazioni, pur di per sé non scorrette, non elidano la responsabilità del Sig. YYY XXX.

E’ infatti assolutamente ovvio che il direttore di una così importante direzione generale non debba occuparsi direttamente della materiale gestione procedurale delle singole questioni.

E’ peraltro altrettanto ovvio che il direttore generale non può “chiamarsi fuori” dalla conduzione operativa delle strutture sottoposte, in una sorta di inammissibile deresponsabilizzazione generalizzata dei vertici burocratici.

Il direttore generale resta invece essenzialmente incardinato nella struttura burocratica di preposizione, che egli ha l’obbligo – in quanto dirigente generale – di coordinare ed organizzare in modo da assicurare i necessari flussi informativi verticali con i direttori delle divisioni

Al di là dell’astrattezza delle formule, il direttore generale deve in particolare interessarsi di quelle procedure che non possono non apparire ictu oculi “allarmate” , ovverosia urgenti per la loro particolarità e straordinarietà.

La tutela in giudizio rientra certamente fra le procedure “allarmate” così come appena evidenziate e ciò anche al di là dei pur esistenti vincoli ed obblighi normativi di cui  alla lettera <f> del comma <1> dell’articolo 16 del decreto legislativo 3 febbraio 1993 n. 29, poi integralmente trasfuso nella lettera <f> del comma primo dell’articolo 16 del decreto legislativo 30 marzo 2001 n. 165 (“I dirigenti generali…esercitano, fra gli altri, i seguenti compiti e poteri…promuovono e resistono alle liti…”).

La funzione di “promozione” e “resistenza” alle liti ricomprende tutti i passaggi strumentali necessario al suo proficuo esercizio, fra i quali rientrano la definizione strategica delle linee difensive, l’approntamento della documentazione, i contatti con i legali erariali ecc.

Tale “competenza funzionale” è propria del dirigente generale che può affidarsi agli uffici sottoordinati solo per adempimenti esecutivi e collaborativi, la cui esecuzione deve però essere opportunamente e dettagliatamente monitorata.

Il direttore generale Sig. YYY XXX non aveva dunque l’obbligo di rispondere personalmente all’Avvocatura dello Stato, ma doveva vigilare affinche le proprie strutture sottordinate (fino al responsabile del procedimento) se ne facessero carico.

Nella fattispecie vi è di più.

Il Sig. YYY XXX non solo non si è adoperato in proprio, ma era strato messo in grado di avere la piena consapevolezza dell’inadempimento della struttura di cui egli era il responsabile apicale.

Infatti in ben due occasioni – a breve distanza l’una dall’altra – egli ha ricevuto specifiche note dal Capo dell’Ufficio legislativo e addirittura dal Capo di Gabinetto, note non indirizzate impersonalmente alla Direzione Generale, ma personalmente al Sig. YYY XXX. Quella del Capo di Gabinetto conteneva contestualmente l’ordine di referto, ad esprimere la forte preoccupazione dei vertici del Dicastero.

Le autorevoli sollecitazioni – rimaste entrambe inevase – portavano in allegato gli atti dell’Avvocatura, il che avrebbe consentito al Sig. YYY XXX di poter “percepire” con facilità quanto era richiesto e gli adempimenti da porre in essere nell’immediato (nota del 9 novembre 1996 prot. 17722 del Capo dell’Ufficio legislativo e nota del 22 febbraio del Capo di Gabinetto).

Correttamente e condivisibilmente la Procura appellante ha evidenziato, quali titoli di responsabilità, che “l’ing. XXX era stato il destinatario delle due note appena ricordate.

Il direttore generale Sig. YYY XXX aveva quindi avuto modo di essere perfettamente consapevole dell’esistenza di una procedura allarmata inevasa o, quanto meno, in esame. Dunque, anche se le relative “carte” stazionavano presso la Divisione sottordinata competente, egli non si è attivato per sollecitarne o avocarne la trattazione o almeno acquisire gli opportuni chiarimenti.

Si consideri che il Sig. YYY XXX era comunque a conoscenza del quadro giuridico della concessione attribuita al Consorzio Molentargius e quindi era nelle condizioni di “richiamare” a sé il fascicolo e avvedersi della necessità di inviare (o far inviare dal direttore divisionale) l’atto concessorio, certamente indispensabile a far valere le buone ragioni del Ministero. Tale conoscenza gli derivava dall’aver egli stesso sottoscritto  a suo tempo proprio quella concessione mai ritualmente giunta agli atti del processo civile; nonché dall’aver seguito anche i passaggi amministrativi ed operativi successivi alla concessione stessa.

Pertanto può ritenersi che il direttore generale Sig. YYY XXX fosse ben edotto circa l’origine e gli sviluppi della concessione con il Consorzio Molentargius e , nello specifico, avesse ricevuto precisi e puntuali segnali circa l’urgenza di interloquire con l’Avvocatura distrettuale di Cagliari chiamata ad approntare la difesa degli interessi erariali.

Poco rileva pertanto se la “pratica” si era venuta a trovare negli uffici del direttore generale per una trattazione diretta ovvero in quelli della divisione competente, con permanenti ed espliciti obblighi del Sig. YYY XXX di verificare l’adempimento e di riferire al Ministro.

In particolare appare censurabile un punto essenziale della sentenza assolutoria di primo grado, là dove afferma: “ La Procura ha obiettato la mancanza di formali deleghe: in realtà queste ultime sono necessarie e vengono di fatto usate per l’espletamento di funzioni e non per il disbrigo di singoli adempimenti, quale era quello omesso, che non ha riguardato la istituzionale <difesa in giudizio> dell’Amministrazione (riservata ai dirigenti generali), ma solo l’ <incombente materiale> di inviare all’Avvocatura una copia dell’atto (incombente che poteva essere assolto da chiunque)”.

Tale argomentazione non è appropriata. Infatti compete ai Direttori generali la tutela “istituzionale” in giudizio. Come già evidenziato, il concetto di tutela deve essere inteso però nel senso più ampio e funzionale e ricomprendere  tutte le attività e tutti i passaggi procedurali (anche strumentali) che ciò comporta.

L’invio dell’atto di concessione  rientrava a pieno titolo nella competenza funzionale di difesa in giudizio e quindi del direttore generale che, ovviamente, poteva affidarne la materiale spedizione ad una struttura sottordinata.

Il passaggio di consegne al quale fa riferimento la Procura riguarda evidentemente i contenziosi pendenti , le relative “urgenze” procedurali  e gli altri oneri connessi (fra i quali gli obblighi di referto al Ministro).

Il Sig. YYY XXX – nella veste di resistente all’appello principale – ha posto in rilievo difensivo le “condizioni particolarmente gravose se non intollerabili in cui si era costretti a svolgere l’attività del servizio”.

Tale rilevo, oltre a costituire un documento preoccupante in sé della funzionalità degli apparati pubblici (dei quali il Sig. YYY XXX è stato pur sempre al vertice per molti anni), non elide la responsabilità del direttore generale per adempimenti “elementari” propri delle procedure definite allarmate, proprio per la loro intima rischiosità dannosa e di rilievo istituzionale.

Infatti , nella fattispecie, gli adempinenti che il Sig. YYY XXX doveva compiere in proprio (in quanto titolare della competenza di tutela giudiziale come dirigente generale) o far compiere alle divisioni sottordinate (con onere di vigilanza e, nel caso concreto, di referto diretto al Ministro), erano privi di particolare complessità.

In conclusione, incontroverso il danno, debbono ritenersi provati a carico del Sig. YYY XXX sia il nesso causale che la colpa grave, quest’ultima parametrata in particolare alla prevedibilità e prevenibilità dell’evento, nonché alla facile percettibilità del comportamento doverosamente da osservare nel rispetto degli obblighi di servizio.

Anzi, ritiene il Collegio –in virtù del potere di qualificare la tipologia delle condotte rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa – che nel caso di specie si possa configurare una ipotesi di dolo contabile, ovvero di comportamento gestorio in violazione degli obblighi di servizio con previsione di evento.

Tuttavia esistono i presupposti per non attribuire al predetto direttore generale l’intero importo del danno e ciò per la possibile compartecipazione all’evento di altri soggetti non evocati.

Applicando i già richiamati principi di parzietà e personalità, la quota da addebitare al Sig. YYY XXX è pari alla metà del danno originariamente contestato in atto di citazione e cioè euro 7.570 (settemilacinquecentosettanta), oltre rivalutazione (dalla data dell’evento coincidente con l’ultimo pagamento delle spese di lite effettuato dal Ministero a quella di deposito della presente sentenza di condanna) e interessi (dalla data del deposito al soddisfo erariale).

Le spese di giudizio sono parimenti poste a carico del Sig. YYY XXX e liquidate come in dispositivo.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte dei conti – Sezione prima giurisdizionale centrale d’appello- definitivamente pronunciando, riuniti gli appelli in epigrafe, in riforma della sentenza impugnata, accoglie parzialmente l’appello principale della Procura regionale territorialmente competente e , per l’effetto, condanna il Sig. YYY XXX a titolo di responsabilità amministrativa per colpa grave al pagamento in favore dell’erario dello Stato della somma di euro 7.570 (settemilacinquecentosettanta) oltre rivalutazione e interessi come in parte motiva. Respinge l’appello incidentale.

Pone a carico del predetto le spese di giudizio che vengono liquidate in euro 501,16 (cinquecentouno/16).

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 12 novembre 2010

L’ESTENSORE                                                   IL PRESIDENTE

f.to   Alberto Avoli                                                    f.to   Vito Minerva

 

 

 

 

 

 

Depositata in segreteria il 10/03/2011

IL DIRIGENTE

f.to Massimo Biagi