sent. n. 326 del 23 febbraio 2011: costituisce danno alle pubbliche finanze la sanzione addebitata alla RAI dall’Autorità per la Garanzia delle Comunicazioni (AGCOM) per la nomina di un direttore generale, già componente della medesima autorità nel quadriennio precedente (per  contrasto, dunque, con la disposizione di cui all’art. 2, comma 9 della legge 14.11.1995 n. 481), in quanto, in particolare, la perdita di esercizio (cui ha contribuito la sanzione in argomento) priva di rilevanti mezzi finanziari l’Azienda pubblica e le toglie competitività sul mercato, con possibili, ulteriori ricadute sulla possibilità di investimenti produttivi e necessità (eventuale) di ricorso a contribuzioni pubbliche

Sent. N.326/2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE LAZIO

composta dai seguenti magistrati:

dott. Salvatore  NOTTOLA                    Presidente

dott. Franco  MENCARELLI                Consigliere

dott. Luigi      IMPECIATI                      Consigliere   relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 067780/R del registro di Segreteria promosso dal Procuratore Regionale nei confronti dei signori:

1)                 BIANCHI CLERICI Giovanna Fausta Giuseppina, nata a Busto Arsizio  il 26 agosto 1958, rappresentata e difesa dagli avv.ti prof. Filippo SATTA, Anna ROMANO e Laura GENTILI, elettivamente domiciliata presso il loro studio in Roma, Foro Traiano n. 1/A ;

2)                 MALGIERI Gennaro, nato a Solopaca il 28 luglio 1953, rappresentato e difeso dagli avv.ti prof. Filippo SATTA, Anna ROMANO e Laura GENTILI, elettivamente domiciliato presso il loro studio in Roma, Foro Traiano n. 1/A.;

3)                 PETRONI Angelo Maria, nato a Montefalco il 26 luglio 1956, rappresentato e difeso dagli avv.ti prof. Filippo SATTA, Anna ROMANO e Laura GENTILI, elettivamente domiciliato presso il loro studio in Roma, Foro Traiano n. 1/A.;

4)                 STADERINI Marco, nato a Roma l’11 luglio 1946, rappresentato e difeso dall’avv. Carlo MIRABILE ed elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore in Roma, largo Messico n. 7;

5)                  URBANI Giuliano, nato a Perugia il 9 giugno 1937, rappresentato e difeso dall’avv. Carlo MIRABILE ed elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore in Roma, largo Messico n. 7;

6)                 CATTANEO Flavio, nato a Rho il 27 giugno 1963, rappresentato e difeso dagli avv.ti Mario SANINO, Fabrizio VIOLA e Paola SALVATORE, elettivamente domiciliato presso il loro studio in Roma, viale Parioli n. 180.;

7)                 MEOCCI Alfredo, nato a Verona il 30 marzo 1953, rappresentato e difeso dall’avv. Luigi MEDUGNO ed elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore in Roma, via Panama n. 58;

8)                 SINISCALCO Domenico Giovanni, nato a Torino il 15 luglio 1954, rappresentato e difeso dagli avv.ti Mario SANINO e Riccardo MONTANARO, elettivamente domiciliato presso lo studio del primo difensore in Roma, viale Parioli n. 180;

9)                 CAPUTI Gaetano, nato a Bisceglie il 2 gennaio 1965, rappresentato e difeso dall’avv. Gennaro TERRACCIANO ed elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore in Roma, largo Arenula n. 34;

10)             GRILLI Vittorio Umberto, nato a Milano il 19 maggio 1957, rappresentato e difeso dall’avv. Pasquale VARONE ed elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore in Roma, ;

11)             ESPOSITO Rubens, nato a Lametia Terme il 2 gennaio 1944, rappresentato e difeso dagli avv.ti Rinaldo GEREMIA e Mario ESPOSITO , elettivamente domiciliato in Roma, via Pierluigi da Palestrina n. 47 presso lo studio del primo difensore;

12)             GUARISO Silvano, nato a Castano Primo il 28 aprile 1954, rappresentato e difeso dall’avv. Mario SANINO e dall’avv. Stefano ASTORRI, elettivamente domiciliato presso lo studio del primo difensore in Roma, viale Parioli n. 180;

13)             CARIDI Domenico, nato a Reggio Calabria il 25 febbraio 1950, rappresentato e difeso dall’avv. Mario SANINO e dall’avv. Stefano ASTORRI, elettivamente domiciliato presso lo studio del primo difensore in Roma, viale Parioli n. 180;

visti l’atto di citazione e gli atti di citazione in riassunzione del Procuratore Regionale presso questa Corte;

uditi, nella pubblica udienza del 15 novembre 2010, con l’assistenza del segretario dott.ssa Ernestina BARBONE, il relatore dott. Luigi IMPECIATI , il P.M. in persona del Vice Procuratore Generale dott. Salvatore SFRECOLA e  gli avv.ti  SATTA, MIRABILE, SANINO, MONTANARO, ASTORRI, VARONE, TERRACCIANO, ESPOSITO e MEDUGNO  per i convenuti;

esaminati gli atti ed i documenti di causa;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

         La Procura regionale, con atto depositato il 7 dicembre 2007, ha evocato in giudizio la RAI – Radiotelevisione Italiana spa nonché i signori Giovanna Fausta Giuseppina BIANCHI CLERICI, Gennaro MALGIERI, Angelo Maria PETRONI, Marco STADERINI, Giuliano URBANI, Alessandro CURZI, Flavio CATTANEO, Alfredo MEOCCI, Domenico Giovanni SINISCALCO, Gaetano CAPUTI, Vittorio Umberto GRILLI, Rubens ESPOSITO, Silvano GUARISO e Domenico CARIDI, ritenuti responsabili, a vario titolo, di taluni fatti asseritamente produttivi di danno erariale.

In primo luogo la Procura ha premesso, anche alla luce di giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha citato, la sussistenza del potere di ius dicere di questa Corte nei confronti di tutti i convenuti, nella convinzione che la RAI, pur essendo nominalmente società per azioni,  sia  equiparabile ad un’Amministrazione pubblica e, quindi, sarebbero convenibili, dinanzi a questa Corte, tutti i soggetti che ad essa abbiano arrecato un danno. Ha articolato il proprio convincimento su argomenti di diritto ricavabili dall’art. 7 della legge n. 97/2001, dall’art. 2 della legge n. 109/94 nonché dall’art. 2 del D.Lgs. n. 158/95, per cui la RAI sarebbe definibile come organismo pubblico oppure, in ogni caso, impresa pubblica,

Nello specifico, il requirente ha contestato, quale primo addebito (fattispecie sub A), l’avvenuta nomina del dott. MEOCCI a Direttore Generale dell’Azienda - avvenuta con delibere del Consiglio di Amministrazione del 4 e 5 agosto 2005, d’intesa con gli azionisti Ministero dell’Economia e delle Finanze (di seguito indicato come MEF) e Società Italiana Autori ed Editori (di seguito SIAE) - dichiarata però contraria alla disposizione di cui all’art. 2, comma 9 della legge 14.11.1995 n. 481 dall’Autorità per la Garanzia delle Comunicazioni (AGCOM) e sanzionata con pena pecuniaria pari ad € 14.379.307,00 interamente pagata dalla RAI; la sanzione costituirebbe posta di danno.

Il P.M. ha contestato che la nomina, prevista d’intesa tra Consiglio di Amministrazione e soci (MEF e SIAE), sia scaturita da una proposta del Consiglio di Amministrazione, formulata il 4.8.2005, dapprima articolata su tre nominativi e, dopo consultazione con il Ministro dell’Economia, centrata sulla sola persona del dott. MEOCCI.

Questi, secondo l’accusa, non avrebbe potuto essere eletto poiché già membro dell’Autorità  Garante delle Comunicazioni nel quadriennio precedente.

Esponeva la Procura, sempre nel suo originario atto, che in una prima riunione assembleare, del 4 agosto, venne espressa l’intesa sul nome del MEOCCI ma non sulla richiesta di “garantire” eventuali possibili azioni di responsabilità con apposita polizza assicurativa.

Dopo i contatti intercorsi tra il presidente della RAI, dott. PETRUCCIOLI e il Ministro SINISCALCO, si convenne di convocare nuovamente l’assemblea, nello stesso giorno. L’organo assembleare manifestò la propria intesa sul nominativo del dott. MEOCCI quale nuovo Direttore Generale e approvò la polizza assicurativa, peraltro modificata.

 Il giorno successivo, col parere favorevole del collegio sindacale sulla sola legittimità della procedura seguita e non sulla legittimità della nomina, il Consiglio di Amministrazione nominò il dott. MEOCCI con il voto favorevole dei consiglieri BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI.

L’AGCOM, però, irrogò la sanzione sopra ricordata per violazione  dell’art. 2 comma 9 della legge n. 481/95 ed il relativo provvedimento ha superato indenne il vaglio del giudice amministrativo di primo e secondo grado.

Di tale danno, così viene considerata la sanzione da parte del requirente, la Procura ha chiamato a risponderne, per il 50%, in solido tra loro, i componenti del Consiglio di Amministrazione della RAI, per il 49,775%, in solido tra loro i soggetti che hanno rappresentato il MEF (Siniscalco, Caputi e Grilli) e per il restante 0,225% i sigg. Guariso e Caridi, che hanno agito quali rappresentanti della SIAE.

La ripartizione che precede è stata giustificata dalla Procura in base all’accurata ricostruzione dei fatti riportata in citazione, articolati nella richiesta da parte dei consiglieri RAI di ben quattro pareri legali, tutti rilasciati prima del 4 agosto 2005, di cui tre di segno contrario alla legittimità della nomina, dai dubbi del collegio sindacale, dal comportamento tenuto dal CdA e dall’Assemblea degli azionisti il 4 e 5 agosto 2005, da quello del ministro SINISCALCO (malgrado un parere informale - di segno contrario- del prof. PESSI) e dei dirigenti. GRILLI e CAPUTI, espressivo – secondo i convenuti - solo di un favorevole intendimento politico su un unico nominativo, preceduto – a tal fine – da un parere, dal contenuto definito predeterminato, dell’Ufficio Legislativo del Ministero, nonché dall’atteggiamento dei rappresentanti della SIAE che, non a titolo di dolo come i predetti ma con condotta gravemente colposa, parteciparono all’assemblea sostanzialmente privi del potere di esprimere la volontà dell’azionista.

In base alla ponderosa documentazione acquisita sia in sede penale, ove le conclusioni cui è pervenuto il P.M. non sono state condivise dal requirente in questa sede, si propone una ricostruzione dei fatti diversa e che giunge a poter affermare la piena responsabilità dei soggetti menzionati, anche sulla base delle decisioni del giudice amministrativo.

Oltre a quanto precede, si è chiesto, al giudice contabile, di emanare una sentenza dichiarativa della nullità degli atti relativi alla nomina del dott. MEOCCI, nonché del successivo contratto contenente la definizione del trattamento economico, ai sensi dell’art. 1, comma 174, della legge n. 266/2005.

A tal fine si espone che il 18/19 ottobre 2005 il Consiglio di Amministrazione della RAI (composto dai sigg. PETRUCCIOLI, ROGNONI, RIZZO NERVO, BIANCHI CLERICI, PETRONI, CURZI, STADERINI, MALGIERI e URBANI), determinò il compenso del dott. MEOCCI in € 670.000,00 annui,  oltre € 80.000,00  come retribuzione variabile, con previsione anche di una clausola particolare, c.d. clausola paracadute, consistente nel riconoscimento di un particolare trattamento economico in caso di cessazione dalla carica per qualsiasi ragione.

La Procura ha considerato, in particolare, quest’ultima pattuizione non supportata da alcuna causa giustificatrice per l’interesse pubblico, ma solo introdotta per favorire il dott. MEOCCI, per cui il relativo contratto sarebbe nullo per contrarietà a norme imperative e, in particolare, la c.d. clausola paracadute per mancanza di causa.

L’illecita nomina del Direttore Generale avrebbe causato anche un notevole danno all’immagine della società (fattispecie sub B) perché avrebbe ingenerato nell’opinione pubblica il convincimento che l’azienda sia assoggettata a volontà esterne e diverse da quelle legittimate a dirigere la società.

Il danno, rapportato alle risorse finanziarie del 2005 e 2006 è stato equitativamente quantificato in € 5.000.000,00 imputabile, in via solidale e nella misura del 50% ai sigg. BIANCHI CLERICI, PETRONI, URBANI, STADERINI e MALGIERI, in quella del 49,775%, in solido, ai sigg. SINISCALCO, GRILLI e CAPUTI nonché, nella misura dello 0.225% ai rappresentanti SIAE, sigg. GUARISO e CARIDI.

Il P.M. ha contestato, poi, l’acquisizione, precedentemente alle riunioni del 4 e 5 agosto 2005 (fattispecie sub. C), di quattro pareri sulla legittimità dell’adottanda nomina del dott. MEOCCI. I pareri sono stati richiesti all’avv. Malinconico (al quale è stata liquidata una parcella di € 18.360,00), all’avv. Luciani (parcella di € 27.540.00), all’avv. Pace (parcella di € 27.540,00) e all’avv. Ripa di Meana (parcella di € 27.540,00).

 Solo il primo si poneva in linea con la decisione poi adottata.

A questi pareri, dopo la nomina del dott. MEOCCI, su iniziativa dello stesso Direttore Generale e con l’avallo dell’avv. ESPOSITO, capo dell’ufficio Legale RAI, sono stati richiesti altri pareri all’avv. Dell’Olio, Sticchi Damiani, De Vergottini, Ruffolo, Puzi e Di Porto, Bertolissi, Ronco, Roversi Monaco e Caranta, tutti su questioni comunque legate, pur con talune specificità, alla legittimità della nomina (ormai avvenuta) del dott. MEOCCI.

Tali richieste sono state valutate, dal P.M., non solo sostanzialmente inutili e ripetitive di pareri già acquisiti, ma dannose anche per la presenza, all’interno della RAI, di uno staff di legali in grado di esprimere i pareri che, da ultimo, il MEOCCI e l’avv. ESPOSITO hanno invece deciso di acquisire all’esterno della società.

La Procura contesta ancora (fattispecie sub. D), che la sanzione amministrativa è stata pagata oltre il termine perentorio di 30 giorni  dalla data di notifica, con la conseguenza di un’ulteriore sanzione pari ad € 1.437.930.70. Di tale maggiore esborso la Procura ritiene responsabile l’avv Rubens ESPOSITO che, secondo quanto dichiarato dal consigliere CURZI (oggi scomparso), non avrebbe mai avvertito il CdA della previsione di questa ulteriore sanzione.

Lo stesso legale viene ritenuto altresì responsabile della decisione del CdA della RAI (fattispecie sub. E) di affidare la difesa della società, nel giudizio amministrativo contro l’AGCOM, a tre professionisti esterni, pagati singolarmente ancorché appartenenti ad uno stesso studio legale; questo malgrado la presenza di ben 18 avvocati dipendenti RAI e l’avvenuta acquisizione dei numerosi pareri sulla legittimità della nomina.

 La decisione (sfavorevole) del giudice amministrativo di prime cure è stata poi, su suggerimento dello stesso avv. ESPOSITO, appellata e di questa volontà i verbali del CdA non fornirebbero elementi a riscontro ma solo una presa d’atto dell’organo collegiale di quanto già autonomamente effettuato dall’avv. ESPOSITO.

Ulteriore fattispecie di danno (sub. F) viene addebitata per la richiesta di pareri ai professori Libertini, Vassalli e Di Porto sulla avocazione, da parte del CdA, dei poteri del direttore generale a seguito  della richiesta di aspettativa senza assegni formulata dal dott. MEOCCI in data 3 maggio 2006.

Si è contestata l’inutilità di questa richiesta, non sollecitata dal CdA, anche sulla base della circostanza che l’avv. ESPOSITO, prima che giungessero tali pareri, ne aveva reso uno, a propria firma, risultato più esaustivo e dettagliato di quelli richiesti e costati, complessivamente  € 22.384,00.

Da ultimo (fattispecie sub. G), viene sollecitata anche l’affermazione della responsabilità amministrativa nei confronti dello stesso avv. ESPOSITO per aver richiesto un parere agli avv.ti Luciani, Sticchi Damiani e Cinelli, appartenenti ad uno stesso studio legale, nonché del prof. Claudio Scognamiglio, circa la possibilità di addivenire ad un accordo transattivo col dott. MEOCCI.

Il danno, all’atto della citazione, ammonta ad € 26.010,00.

Il P.M., ha inviato rituali inviti a dedurre, cui sono seguite deduzioni attinenti alla mancanza di un danno subìto dalla RAI, alla rilevanza – in senso favorevole alle difese - di un parere fornito dall’avv. Mensi (dell’AGCOM) nel 2003, ritenuto dal P.M. non rilevante perché mero atto interno dell’Autorità Garante, all’insussistenza del danno erariale per la destinazione della sanzione alle casse erariali.

Tutte le deduzioni non sono state valutate congrue ad evitare l’emissione dell’atto di citazione col quale si chiede la condanna dei sigg. BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI  alla somma di € 7.198.654,40 in solido fra loro per la nomina del dott. MEOCCI, nomina per la quale si chiede la condanna al risarcimento di € 7.166.260,45, in solido, ai signori SINISCALCO, GRILLI e CAPUTI e a € 32.393,950,nella misura di ½ ciascuno, non solidale, ai sigg. GUARISO e CARIDI.

In subordine, condannare sia i componenti del CdA che i rappresentanti del MEF al pagamento, in solido, nella misura del 50%, ovvero di € 7.198.654,40 rispettivamente.

In ulteriore subordine  condannare, in favore della RAI, i sigg. BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI , in solido, alla somma di € 14.397.308,81.

Per la fattispecie sub. B) condannare i sigg. BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI , in solido, alla somma di € 2.500.000,00, i sigg. SINISCALCO, GRILLI e CAPUTI alla somma di € 2.488.750,00 e i sigg. GUARISO e CARIDI alla somma di € 11.250,00 non in solido e nella misura di ½ ciascuno.

In subordine,  condannare i sigg. BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI, in solido, alla somma di € 2.500.000,00 e i sigg. SINISCALCO, GRILLI e CAPUTI, sempre in solido, alla medesima somma.

In ulteriore subordine, condannare in solido tutti i predetti alla somma di € 5.000.000,00.

In relazione alla fattispecie sub. C) condannare, in favore della RAI,

a) con riguardo agli incarichi professionali conferiti agli avv.ti Malinconico e Luciani, i sigg, URBANI, PETRONI ed ESPOSITO, al pagamento di euro 45.900,00, in solido tra loro; a1) in subordine, per la medesima contestazione, in solido tra loro, i sigg. URBANI E PETRONI, al pagamento di euro 45.900,00;

b) con riguardo agli incarichi conferiti agli avv.ti Pace e Ripa di Meana, i sigg. CURZI, CATTANEO ed ESPOSITO, in solido tra loro, al pagamento di euro 55.080,00; b1) in subordine, condannare i sigg CURZI e CATTANEO al pagamento di euro 55.080,00, in solido tra loro;

c) con riguardo agli incarichi conferiti agli avv.ti Dell’Olio, Sticchi Damiani, De Vergottini, Ruffolo, Punzi-Di Porto, Bertolissi, Ronco, Roversi Monaco e Caranta, i sigg. MEOCCI ed ESPOSITO, in solido tra loro, al pagamento di euro 322.382,50; c1) in subordine, il sig. MEOCCI al pagamento di euro 322.382,50.

In relazione alla fattispecie sub D, condannare l’avv. ESPOSITO al pagamento in favore della RAI di euro 1.437.930,70.

In relazione alla fattispecie sub E, condannare l’avv. ESPOSITO al pagamento, in favore della RAI,  di euro 160.968,00.

In relazione alla fattispecie sub F, condannare l’avv. ESPOSITO al pagamento, in favore della RAI, di euro 22.384,00.

In relazione alla fattispecie sub G, condannare l’avv. ESPOSITO al pagamento, in favore della RAI, di euro 26.010,00.

In ogni caso, con condanna dei convenuti al pagamento in favore della RAI della rivalutazione monetaria e degli interessi dal dì del dovuto al saldo, oltre che delle spese legali.

La RAI, in persona del suo presidente Petruccioli, si è costituita con l’assistenza degli avv.ti Correale, Maresca e Sorrentino. Con atto depositato il 30 luglio 2008 la società formalmente ha depositato, ai sensi dell’art. 367 c.p.c., copia di un ricorso per regolamento di giurisdizione presentato alla Corte di Cassazione nel quale, premessi brevemente i fatti di cui è causa, chiede che sia affermato il difetto di giurisdizione di questa Corte in relazione ai seguenti motivi di censura contestati: 1) condotte asseritamente dannose poste in essere nell’esercizio di attività d’impresa, 2) non equiparabilità della RAI ad amministrazione pubblica e, pertanto, difetto di giurisdizione su azioni commesse da suoi amministratori e dipendenti a suo danno; 3) applicabilità o meno, alla fattispecie, dell’art. 16 bis del D.L. n, 248/2007; 4) illegittimità, in base alla legislazione comunitaria e ai principi della Carta costituzionale del predetto articolo; 5) difetto di giurisdizione in materia di nullità richiesta ex art. 1 comma 174 della legge n. 226/05 ed eventuale incostituzionalità dell’interpretazione fornita dalla Procura.

            Si chiedeva, pertanto, la sospensione del giudizio in attesa della definizione del ricorso che precede da parte delle SS.UU. della Corte di Cassazione.

            Con il patrocinio degli avv.ti Satta, Romano e Gentili si sono costituiti il prof. PETRONI e il cons. MALGIERI i cui difensori, in primo luogo, hanno esposto di aver presentato controricorso e ricorso incidentale avanti la Corte di Cassazione per denunciare il difetto di giurisdizione di questa Corte, così come già effettuato dalla RAI.

 In particolare hanno rilevato che un potere giurisdizionale fondato sull’art. 1, ultimo comma, della legge n. 20/94 non possa riferirsi a società, come la RAI, che operano in regime di diritto privato perché, in caso contrario, essa si mostrerebbe viziata di illegittimità costituzionale in quanto giustificherebbe una sorta di responsabilità “da contatto”, di natura extracontrattuale, con violazione degli artt. 25, 102 e 103 Cost.

Per quanto riguarda le singole contestazioni mosse al prof. PETRONI e al cons. MALGIERI, i difensori contestano l’esistenza di una colpa grave in capo ai loro assistiti  per la nomina del dott. MEOCCI, elemento soggettivo escluso dalla difficoltà interpretativa dell’art.2, comma 9 della legge n. 481/95 che ha richiesto, fra l’altro, l’acquisizione di numerosi pareri. Né vi potrebbe essere alcuna ipotesi di danno per il rinnovo della garanzia assicurativa, atto dovuto e che non tendeva a far salvi i consiglieri da possibili responsabilità amministrative verso la società.

Sono state  altresì escluse anche le responsabilità in ordine al danno all’immagine, frutto semmai di campagna di stampa, nonché alla richiesta di pareri legali, la cui responsabilità andrebbe, semmai, ricondotta all’avv. ESPOSITO.

In conclusione si chiede la sospensione del giudizio ex art. 367 c.p.c oppure, nel merito, l’assoluzione del prof. PETRONI e del cons. MALGIERI.

L’ing. STADERINI e il prof. URBANI si sono costituiti con il patrocinio dell’avv. Mirabile il quale, nei suoi atti, ha richiamato la pendenza del ricorso preventivo di giurisdizione ritenendo, sulla scorta di quello proposto dalla RAI, di dover riproporre proprie argomentazioni circa il radicale difetto del potere cognitivo di questa Corte.

 In via preliminare ha poi eccepito la mancata corrispondenza tra invito a dedurre e citazione sulla contestazione relativa al danno all’immagine, mai quantificato se non in sede di citazione. Sempre in via preliminare e, in caso di mancata sospensione, chiedeva la concessione di un termine per produrre adeguata difesa; nel merito, ha dedotto circa la totale mancanza di elemento soggettivo di dolo, anche eventuale, o colpa grave, dimostrato dai numerosi pareri tecnici richiesti.

Anche per la vicenda  relativa alla polizza assicurativa, ha criticato la contestazione formulata, ricordando come sia ormai regola generale la copertura assicurativa dei dirigenti di ogni azienda per gli eventuali danni e che, già esistente all’epoca, era stata semplicemente rinnovata.

In conclusione, ha chiesto l’accoglimento delle questioni pregiudiziali o preliminari poste e, in subordine, in caso di giudizio, la concessione di un termine a difesa e l’assoluzione dei suoi assistiti.

Con il patrocinio dell’avv. Varone si è costituito il dott. GRILLI.

 Il difensore, premesso che le contestazioni riguardano solo le fattispecie sub A e B dell’atto di citazione, rammentata la pendenza del ricorso per regolamento di giurisdizione, si è soffermato sulla costruzione, che ritiene erronea, dei fatti operata dalla Procura per escludere, in primo luogo, il dolo, nonché il ruolo ritenuto decisivo del dott. GRILLI nella formazione di un‘intesa che deve essere ascritta, invece, al solo Ministro e il collegamento, artificiosamente compiuto dalla Procura, ad una vicenda, quale quella dell’assicurazione, nei fatti distinta e discussa nella medesima riunione solo per una contingenza temporale.

            Ha contestato che la Procura abbia volutamente omesso di considerare che il collegio sindacale aveva espresso parere favorevole alla delibera e che i pareri assunti erano espressione delle singole volontà dei consiglieri e non riconducibili al MEF che, invece, aveva rimesso al CdA della RAI la verifica dei requisiti per evitare possibili conflitti tra il Ministero e la RAI stessa.

Ha criticato, sul punto, l’utilizzo di una dichiarazione, di oltre un anno dopo, del cons. CURZI e la stessa ricostruzione delle modalità di intesa, facendole apparire come un disegno preordinato.

            Ha insistito, quindi, per la sospensione del procedimento in attesa della pronuncia della Cassazione, e, nel merito, ha affermato l’inesistenza di un danno erariale, e, comunque, la sua ascrivibilità al dott. GRILLI.

            Il dott. CAPUTI si è costituito col patrocinio dell’avv. Terracciano il quale, nella propria memoria, eccepita preliminarmente la nullità dell’atto di citazione per non aver, il requirente, controdedotto alle difese istruttorie del CAPUTI nonché l’inammissibilità della domanda per genericità e incertezza, ha contestato la ricostruzione dei fatti operata dalla Procura e, in maniera analitica, ha esposto la cronologia degli eventi che hanno riguardato il coinvolgimento del dott. CAPUTI nella fase preparatoria dell’intesa ministeriale del 4/5 agosto 2005, precisando che la sua attività di coinvolgimento aveva riguardato solo l’ottemperanza prestata ad una sollecitazione del Ministro, che aveva richiesto un parere, praticamente ad horas, circa la titolarità della competenza a verificare il possesso dei requisiti richiesti al nominando Direttore Generale della RAI, competenza ritenuta appartenere al CdA della società. Il contenuto del parere fu portato a conoscenza del rappresentante del MEF perché lo attuasse nell’assemblea di quello stesso giorno. Successivamente, però, le indicazioni ivi formulate non vennero pedissequamente seguite nel corso della seconda riunione del CdA.e di tale mutamento il dott. CAPUTI non sarebbe stato mai messo a parte.

L’avv. Terracciano, poi, ha puntualizzato le varie competenze dell’ufficio diretto dal dott. CAPUTI per dimostrare l’estraneità del suo assistito ad una decisione che competeva ad altri. Ha escluso, quindi, qualsiasi responsabilità, anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo richiesto e di qualsiasi nesso etiologico per cui richiede l’assoluzione.

            Il dott. MEOCCI, assistito dall’avv. Medugno, si è costituito insistendo per la sospensione del giudizio in attesa della pronuncia della Cassazione sul proposto ricorso per regolamento di giurisdizione.

            Il dott. CATTANEO si è costituito con l’assistenza degli avv.ti Sanino, Salvatore e Viola.

I difensori, dopo aver analizzato l’atto di citazione, hanno richiamato l’intervenuto ricorso per giurisdizione, sostenendone diffusamente la fondatezza alla luce della normativa nazionale e comunitaria.

Nei confronti della contestazione rivolta al dott. CATTANEO, hanno sostenuto la sua totale estraneità ad ogni volontà di richiedere pareri legali agli avv.ti Pace e Ripa di Meana, esclusivamente riconducibile al dott. CURZI e all’avv. ESPOSITO. In ogni caso, i legali hanno contestato la mancanza di ogni colpa grave o dolo, per cui hanno chiesto il rigetto della domanda.

            Il prof. SINISCALCO si è costituito in data 29.7.2008, difeso dagli avv.ti Sanino e Montanaro.

            I legali hanno decisamente avversato la ricostruzione dei fatti operata dal requirente e ricordato come il ruolo del Ministro non è quello di compiere atti di amministrazione attiva ma di esprimere orientamenti di carattere politico.

Questa sarebbe stata la posizione tenuta anche nella procedura di nomina del dott. MEOCCI nella quale, confortato dall’interpretazione fornita dai suoi uffici in merito al contenuto dell’art. 29 dello Statuto della Rai, avrebbe espresso solo un gradimento politico per una scelta  di esclusiva  competenza del CdA della RAI.

 Il suo comportamento, giudicato corretto dal P.M. penale, con valutazione però non condivisa da quello contabile, non potrebbe essere letto come una codecisione, ma solo come espressione di un’opinione del socio di maggioranza (il Governo) di cui il Ministro esercitava i diritti, senza travolgere le prerogative del CdA, cui competerebbe la verifica sul possesso dei requisiti. Ha criticato, la difesa, la lettura parziale e preconcetta del requirente che avrebbe condotto, altresì, a ritenere il Ministro responsabile delle decisioni adottate in assemblea dai delegati del MEF, assunte invece, sul conforme parere dell’Ufficio Legislativo del Ministero, dai delegati nella loro autonomia gestionale.

Richiamando l’interpretazione dell’art. 29 dello Statuto, si è assunta la correttezza del comportamento complessivo del Ministro, che avrebbe agito in buona fede e, quindi, anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo non potrebbe essere chiamato a responsabile di danno erariale.

 Se ne è chiesta l’assoluzione da ogni addebito.

            Con il patrocinio degli avv.ti Sanino e Astorri si sono costituiti i sigg. GUARISO e CARIDI, ritenuti dalla Procura responsabili di danno patrimoniale - e non patrimoniale - nei confronti della Rai quali partecipanti all’assemblea degli azionisti (in rappresentanza della SIAE) che codecisero la nomina del dott. MEOCCI a direttore generale.

            Negli atti defensionali, premessa una ricostruzione dei fatti, come riportata nell’atto di citazione, si è rammentata, in primo luogo, la pendenza di ricorso per regolamento di giurisdizione e si è criticata l’affermazione della Procura secondo la quale la Rai sarebbe assimilabile ad un’amministrazione pubblica..

La nomina del Direttore Generale rientrerebbe nell’attività privatistico-imprenditoriale ed improprio sarebbe poi l’inquadramento della responsabilità degli amministratori nell’ipotesi di cui all’art. 1, comma 4 della legge n. 20/94.

            Nel merito si contesta la mancanza di potere legittimante in capo al dott. GUARISO e la censurabilità di quello del dott. CARIDI, che avrebbe – secondo l’assunto accusatorio- consentito di procedere ad una nomina illegittima.

Si replica che la SIAE è ente vigilato dal MEF e ci si è limitati, in quella sede, ad aderire al voto del Ministero, confermando, anche nella seconda seduta, pur non esplicitamente, che la verifica dei requisiti spettava al CdA dell’azienda.

            Nel negare qualsiasi colpa, si è espresso il convincimento che il comportamento dei due dirigenti sia stato immune da colpe e si è chiesto il rigetto della domanda attrice.

            L’avvocato Rubens ESPOSITO si è costituito a mezzo dei suoi difensori, avv. Rinaldo Geremia e Mario Esposito, i quali, nella comparsa depositata il 13 novembre 2008, premessi gli addebiti contestati, hanno esposto che il convenuto ha adito la Corte di Cassazione, con ricorso per regolamento di giurisdizione.

Hanno poi evidenziato come il requirente sarebbe incorso in numerosi errori nella ricostruzione dei fatti e nella loro valutazione, addirittura cambiandone il segno per sostenere il proprio teorema accusatorio. Nello specifico si contesta quanto addotto dal requirente in ordine alla stipula di una copertura assicurativa, il danno derivante dal costo del parere reso dal prof. Malinconico, mai effettivamente pagato, le perplessità del requirente circa le conclusioni dei pareri formulati dai professori Dell’Olio e De Vergottini nonché dal prof. Luciani, tutti asseritamente conclusivi della piena legittimità della nomina del dott. MEOCCI; l’erroneità della presunta omissione da parte dell’avv. ESPOSITO della sovrabbondanza dei pareri acquisiti e della necessità di richiederli per questione definita non difficile. Su questo deducono, al contrario, la complessità intrinseca del quesito giuridico, la cui soluzione ha richiesto svariate pronunce per giungere ad una soluzione dirimente.

In via preliminare, in diritto, hanno instato per la sospensione del processo ex art. 367 c.p.c. ed eccepito il difetto di legittimazione attiva del PM nonché quella passiva del convenuto, nonché l’inammissibilità dell’azione (in quanto il procedimento istruttorio contrasterebbe con gli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione) e l’inammissibilità dell’atto di citazione per violazione del contraddittorio da parte del PM (perché avrebbe depositato l’atto di citazione prima del termine della scadenza fissata per il deposito delle deduzioni); da ultimo, sempre in via preliminare, hanno dedotto l’inammissibilità della domanda per genericità, indeterminatezza e carenza di prove.

Nel merito, i difensori, ritenuto che l’attività di consulenza legale non possa rientrare nell’espletamento del servizio pubblico affidato alla RAI, si sono soffermati sul quadro normativo che regola l’esercizio del servizio pubblico, assumendo che l’istituzione di un ufficio legale interno non rientra nel contratto di servizio ma costituisce esercizio di libertà di impresa, esercizio che costituirebbe comunque decisione discrezionale, incensurabile da parte del PM contabile.

 Sulle singole ipotesi di addebito i difensori hanno opinato che la contestata acquisizione di pareri sulla legittimità della nomina del dott. MEOCCI a Direttore Generale della RAI appare legittima, stante la complessità delle questioni che la struttura dell’ufficio legale, dedita a seguire le numerose pratiche affidate, non avrebbe potuto risolvere.

Anche la necessità di un ricorso a professionalità esterne sarebbe un evento programmaticamente previsto dal budget societario.

 Peraltro, gli stessi difensori hanno sottolineato l’oggettiva necessità del ricorso a professionisti forensi di elevato livello che, valutato unitamente al lavoro svolto dai giudici del Tar e  del Consiglio di Stato, denota l’oggettiva complessità della questione che il requirente ha definito, invece, di pronta soluzione. 

A conforto, hanno richiamato il prolungato lavoro dell’AGCOM per addivenire ad una soluzione, non solo della questione di legittimità della nomina del dott. MEOCCI ma anche sulla legittimità ed identità dell’autorità titolare del potere sanzionatorio.

Hanno contestato, quei difensori, che i pareri resi, ad eccezione di quello del prof. Pace, erano tutti concordi nel confermare la doverosità della riammissione in servizio del dott. MEOCCI, con diritto alla progressione di carriera.

Si è difesa, in generale, la legittimità di tutti i pareri legali acquisiti, anche al fine di dirimere le questioni legate alla predetta nomina e  all’eventuale concretizzazione, nella stessa, di un fatto reato.

Hanno illustrato, poi, come il pagamento della maggior sanzione inflitta sia tuttora sub iudice e, quindi, non costituente, allo stato, fattispecie di danno erariale; in ogni caso, il pagamento della sanzione non può costituire comunque danno secondo i principi di finanza pubblica allargata.

In relazione poi alla nomina, addebitata all’avv. ESPOSITO, di tre professionisti esterni per la difesa della RAI nei giudizi dinanzi al Tar ed al Consiglio di Stato,  i difensori hanno rilevato che la nomina era stata deliberata dal Consiglio di Amministrazione e che comunque il legale patrocinio ben poteva essere affidato a professionisti esperti che meglio potevano garantire la miglior difesa dei rilevanti valori economici in gioco.

Quanto alla richiesta dei pareri relativi alla avocazione da parte del CdA dei poteri del Direttore Generale, si è contestata la situazione così come ricostruita dal PM, assumendo che essi sono stati richiesti dal Consiglio e che comunque si tratta di scelta discrezionale dell’impresa.

Da ultimo si è contestato, altresì, la ricostruzione effettuata dal Pubblico Ministero contabile sull’acquisizione dei pareri a consulenti esterni in merito alla transazione col dott. MEOCCI, anche qui legittimamente richiesti dai consiglieri di amministrazione.

In conclusione si è chiesto, in primo luogo, di disporre la sospensione del processo ex at. 367 c.p.c. e, in caso di trattazione nel merito, di respingere al domanda attorea, instando altresì per la remissione degli atti alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale degli artt. 2 e 5 della legge 19/94 nonché degli artt. 14, 15 e 26 del rd n. 1038/23.

All’udienza del 18 dicembre 2008 il giudizio è stato interrotto per l’intervenuto decesso del convenuto dott. Alessandro CURZI ma, in seguito, è stato ritualmente riassunto dalla Procura attrice, nei confronti dei rimanenti convenuti, con atto depositato il 12 gennaio 2009.

Fissata l’udienza di discussione al giorno 8 ottobre 2009, in prossimità del dibattimento i patroni dei convenuti hanno depositato brevi memorie.

L’avv. Mirabile, difensore dell’ing. STADERINI e del prof. URBANI, ha reiterato l’istanza di sospensione del presente procedimento in attesa della discussione, innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, del regolamento preventivo di giurisdizione nonché di quello penale, necessario per l’eventuale contestazione di danno all’immagine.

Nel merito, ha confermato l’inesistenza di un danno erariale, trattandosi, nella specie, di una mera “partita di giro”.

L’avv. Sorrentino, patrono della società RAI, con atto depositato il 17 settembre 2009, ha nuovamente instato, con articolate argomentazioni, per la sospensione del giudizio in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione.

Con memoria del 18 settembre 2009 l’avv. Terracciano, difensore del convenuto CAPUTI, nel richiamare precedenti atti defensionali, ha confermato la richiesta di rigetto della domanda attorea, in merito alla quale ha evidenziato le innovazioni recate dalla legge n. 102/2009 e D.L. n. 103/2009.

All’udienza dell’8 ottobre 2009 il Collegio ha sospeso il giudizio in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione la quale, con ordinanza n. 27092, depositata il 22 dicembre 2009, ha dichiarato la giurisdizione di questa Corte relativamente alle azioni di responsabilità e quella del giudice ordinario per quelle di nullità dei negozi stipulati.

La Procura Regionale , con proprio atto di citazione in riassunzione, depositato il 4 marzo 2010, ha confermato il precedente atto introduttivo del 3.12.2007, ad eccezione della vocatio in ius della RAI.

Nelle more l’avv. Varone aveva presentato istanza di nullità degli atti istruttori ai sensi dell’art. 17, comma 30 ter del D.L. n. 78/2009, respinta in relazione alla pretesa inesistenza di una notitia damni specifica e concreta ma accolta per quanto riguarda il contestato danno all’immagine con relativa declaratoria di nullità degli atti formati in parte qua (ord. n. 470/2010).

Analoga istanza di nullità è stata proposta dagli avv.ti Satta, Romano e Gentili, patroni della convenuta BIANCHI CLERICI, dichiarata inammissibile con ordinanza di questa Sezione Giurisdizionale n. 593/2010.

In seguito alla notifica dell’atto di citazione in riassunzione, tutti i patroni hanno depositato ulteriori memorie di costituzione.

L’avv. Varone, per conto del prof. GRILLI, richiamati i precedenti atti defensionali, ha ribadito la richiesta di assoluzione del suo assistito e, in subordine, ha chiesto che sia fatto ampio ricorso al potere riduttivo.

Gli avv.ti Satta, Romano e Gentili, con memoria del 26 ottobre 2010, preso atto dell’ordinanza n. 27092/09 della Corte di Cassazione, hanno ricordato  la successione degli eventi che hanno portato alla nomina del dott. MEOCCI a Direttore Generale della RAI, preceduta dall’acquisizione di pareri al riguardo nonché dell’avviso del collegio sindacale  e la necessaria intesa con gli azionisti.

Hanno concluso per l’assenza di ogni colpa grave della loro assistita per assoluta mancanza di ogni negligenza nell’assolvimento del particolare compito. Si è negata, poi, la sussistenza di qualsiasi danno erariale perché la sanzione dell’AGCOM sarebbe stata pagata con risorse provenienti dalle attività svolte dalla RAI sul libero mercato e non da proventi pubblici, somma comunque entrata nelle casse erariali. Hanno negato poi la sussistenza di qualsiasi danno all’immagine ed hanno concluso, ove non dichiarata nulla l’attività istruttoria, per l’assoluzione della loro assistita.

Gli avv.ti Sanino, Viola e Salvatore, difensori del dott. CATTANEO, con memoria depositata il 12 ottobre 2010, richiamati gli atti e ricordato come al loro assistito è stata contestata la responsabilità di aver, d’intesa con il consigliere di amministrazione CURZI, richiesto due pareri per il tramite dell’avv. ESPOSITO, al prof. Pace e all’avv. Ripa di Meana, hanno contestato la dedotta intesa, precisando che il dott. CATTANEO avrebbe solo avallato, ex post, la richiesta di pareri ai professionisti esterni.

Si è respinta, altresì, la mancata utilizzazione della struttura legale interna non avendo il dott. CATTANEO deciso preventivamente di non accedere all’ufficio legale della società.

Mancando poi, nella citazione, ogni prospettazione sull’elemento soggettivo si è insistito per l’assoluzione del convenuto.

Lo stesso difensore, nell’interesse del dott. GUARISO e del dott. CARIDI, presidente della SIAE il primo e direttore generale il secondo, ha contestato l’addebitabilità della nomina illegittima anche ai rappresentanti SIAE affermando, in primo luogo, la legittimità della delega conferita, dal dott. GUARISO al dott. CARIDI, la sostanziale ininfluenza di una eventuale volontà contraria  alla nomina e la buona fede dei dirigenti in quanto non messi preventivamente a parte della candidatura.

 Peraltro, ha continuato la difesa, non viene messo in evidenza neanche l’elemento soggettivo addebitato, cosicché ha concluso per l’assoluzione del dott. GUARISO e del dott. CARIDI

L’avv. Terracciano, difensore del dott. CAPUTI, con memoria depositata il 25 ottobre 2010, dopo aver premesso un’articolata ricostruzione della vicenda processuale, ha contestato l’assunto accusatorio eccependo, in primo luogo, il difetto di giurisdizione di questa Corte, basando la sua tesi sulla sentenza n. 26806/09 della Corte di Cassazione in materia di danno causato a s.p.a. pubbliche o da amministratori della s.p.a. al patrimonio sociale. Ha eccepito, poi, la nullità e l’inammissibilità dell’atto di citazione per non aver, il requirente, dato contezza delle deduzioni dell’invitato e per assoluta incertezza della causa petendi.

Nel merito ha negato che, nella vicenda, il dott. CAPUTI, quale responsabile dell’ufficio legislativo del MEF, abbia fornito un apporto causale, con dolo o colpa grave, stante anche le limitate competente del proprio ufficio nel procedimento decisionale che è all’esame.

Contestando anche l’imputazione di danno all’immagine, ha concluso chiedendo l’assoluzione del proprio assistito, o in via subordinata, l’applicazione del potere riduttivo.

I difensori del convenuto SINISCALCO, avv.ti Sanino e Montanaro, hanno depositato, unitamente a loro memoria del 26 ottobre 2010, un parere pro-veritate del prof. Paolo Montalenti nel quale, ricostruita la storia della competenza dell’assemblea dei soci nella società di capitali, a partire dal 1942 ad oggi, si analizza la dedotta “intesa” del prof. SINISCALCO alla luce delle disposizioni che presiedono, in materia societaria, alle autorizzazioni dell’assemblea dei soci, sottolineando come la vigente normativa concluda per un’irresponsabilità dei soci in favore di una piena responsabilità degli amministratori, non variata – come disciplina generale – dal ricorso dello Stato a schemi privatistici, pur adottati su società a partecipazione pubblica..

Nel caso RAI si propone la tesi di una piena assoggettabilità della normativa statutaria alle regole generali in materia societaria, per cui l’intesa dovrebbe essere apprezzata come autorizzazione dei soci alla nomina del Direttore Generale e, come tale, se rilasciata, discrezionalmente condivisibile o meno dagli amministratori.

Questa interpretazione sarebbe, peraltro, conforme a quella fornita dall’Ufficio Legislativo del MEF e dalla Procura della Repubblica di Roma..

Nell’atto defensionale si è concluso, in linea con il parere, per l’assenza di ogni elemento soggettivo e, quindi, per l’assoluzione del prof. SINISCALCO.

L’avv. Mirabile, difensore dei convenuti URBANI e STADERINI, in separate memorie del 26 ottobre 2010 ha assunto, in primo luogo, che la nomina del dott. MEOCCI, a suo avviso, poteva inquadrarsi in una continuazione e riespansione del rapporto d’impiego già in atto, sospeso per la nomina dello stesso a componente dell’AGCOM, la qual cosa determinò, con l’assenso del MEF, la manifestazione di volontà, in buona fede, dei componenti del CdA della RAI.

In disparte, egli ha eccepito la nullità di tutti gli atti istruttori affermando che se la nullità è stata sanzionata per gli atti relativi alla contestazione del danno all’immagine, essa non potrebbe che riverberarsi su tutti gli atti istruttori, attesa la medesima natura ed ampiezza di essi.

Ha esposto poi la propria tesi circa un’insussistenza di un danno all’Erario, atteso che la sanzione non sarebbe stata pagata con denaro pubblico, derivante dal canone, poiché il contributo dell’Erario sarebbe allocato in contabilità separata, secondo le indicazioni comunitarie e dell’AGCOM, nonché per la sostanziale natura di partita di giro della sanzione pagata dalla RAI, affluita nelle casse erariali.

Ha prospettato, poi, la mancanza di qualsiasi colpa grave, proprio in ragione della problematicità della decisione da assumere, rilevabile sia dalla procedura seguita che dalla spaccatura verificatasi in seno all’AGCOM al momento della decisione se irrogare o meno la sanzione.

Ha chiesto, nel merito e in disparte le eccezioni di nullità formulate, che sia respinta la domanda attrice.

L’avv. Mario Esposito, con memoria del 26 ottobre 2010, prodotta in difesa dell’avv. Rubens ESPOSITO ha richiamato i propri atti defensionali e ha ulteriormente insistito per la declaratoria di nullità dell’istruttoria nonché instato per declaratoria di nullità dell’atto di citazione per difetto di corrispondenza tra invito a dedurre e citazione nonché per difetto di contraddittorio non essendo stata evocata in giudizio la RAI dopo l’ordinanza n. 27092/09 della Suprema Corte di Cassazione.

Ha ritenuto, poi, come sussistente un difetto di giurisdizione, in quanto la RAI sarebbe in toto, sia come azienda che come organizzazione societaria, sottoposta alle generali regole civilistiche e, in questo senso, ha rilevato la non manifesta infondatezza di una costruzione contraria, della quale ha chiesto il vaglio della Corte Costituzionale.

Ha insistito, in conclusione, per l’accoglimento di tutte le richieste formulate.

All’udienza del 15 novembre 2010 i difensori, collegialmente, hanno obiettato come la mancata vocatio in ius della RAI, non destinataria dell’atto di riassunzione depositato dal P.M. il 4 marzo 2010, costituisca una vulnerazione del principio di completezza del contraddittorio e, ai sensi dell’art. 307 c.p.c., hanno chiesto dichiararsi l’estinzione del giudizio.

Il Collegio, riunitosi in Camera di Consiglio ha pronunciato decisione, letta a verbale dal Presidente, con la quale è stata respinta l’eccezione delle difese, ritenuta infondata e disposta, pertanto, la prosecuzione del giudizio con la discussione dibattimentale.

Il P.M., ha confermato la richiesta di condanna contenuta nell’atto introduttivo, rilevando come la norma evocata a fondamento dell’accusa sia di chiara interpretazione al pari dell’impossibilità di nominare il dott. MEOCCI quale Direttore Generale della RAI.

 Sottolineato come, a suo avviso, la nomina doveva essere effettuata perché questa era la volontà politica, ha evidenziato come questo non scrimini l’illiceità della condotta, né il disvalore sia attutito dal comune concerto dei responsabili e dall’acquisizione dei molteplici pareri legali.

Contestato come sussista il danno ancorché sia prevista, per la RAI, una “contabilità separata” e come esso sia effettivo anche alla luce della “partita di giro” dedotta dalle difese, ha confermato la richiesta risarcitoria per il danno causato.

L’avv. Satta, patrono dei convenuti PETRONI; MALGIERI e BIANCHI CLERICI, ha ricordato come la RAI sia sottoposta a significativa influenza da parte del potere politico e, in quest’ottica, andrebbe letta la cronologia degli eventi che hanno registrato, ex ante, una diffusa incertezza sulla corretta interpretazione della normativa da applicare e sulla sussistenza di impedimenti alla nomina del dott. MEOCCI.

Legittime, pertanto, sarebbero state le decisioni di richiedere pareri a illustri giuristi.

Quanto al danno, il prof. SATTA ha negato che esso sia sussistente poiché la sanzione, pagata dalla RAI, società quasi totalmente in mano pubblica, è stata versata nelle casse erariali, cioè dello stesso azionista.

Nel richiamare quanto affermato nella decisione n. 29/QM/96 delle Sezioni Riunite di questa Corte, ha concluso per l’assoluzione dei suoi assistiti.

L’avv. Mirabile, difensore dei sigg. URBANI e STADERINI ha invece contestato la dichiarata chiarezza della normativa applicabile e applicata, la cui incertezza interpretativa sarebbe dimostrata anche dalla spaccatura verificatasi in senso all’Autorità Garante intorno all’ipotesi di irrogare o meno una sanzione.

La stessa difficoltà sarebbe, altresì, testimoniata dalla divergenza dei pareri resi che inducono a ritenere, se non altro, inesistente qualsiasi colpa grave.

Nell’esporre la sua tesi dell’esistenza, in seno alla RAI, di due anime, una riconducibile ad azienda privata e l’altra a società di pubblico servizio, ha negato che la sanzione sia stata pagata con i proventi derivanti da quest’ultima attività per cui, nel ribadire l’eccezione di nullità degli atti, formulata ai sensi dell’art. 17, comma 30 ter del D.L. n. 78/2009, nel merito ha concluso per il rigetto della pretesa attrice.

L’avv. Sanino, in difesa dei convenuti CATTANEO, SINISCALCO, GUARISO e CARIDI  ha confermato la difficoltà dell’esatta applicazione della normativa  per cui, a suo avviso, la richiesta di pareri, richiesti dai consiglieri, dimostrerebbe l’assoluta mancanza di colpa grave.

Ha concluso per l’assoluzione di tutti i suoi assistiti, ivi compresi i dirigenti della SIAE che, per la modesta incidenza della partecipazione azionaria non potevano far altro che seguire le indicazioni dell’azionista di maggioranza, essendo peraltro ininfluente il loro voto.

L’avv. Montanaro, patrono del convenuto SINISCALCO, ha negato qualsiasi responsabilità amministrativa del suo assistito, anche alla luce del provvedimento a contenuto sostanzialmente assolutorio della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

Ribadita la tesi che i requisiti personali e professionali del nominando Direttore Generale dovevano essere verificati dal Consiglio di Amministrazione e che l’intesa espressa dal ministro aveva una valenza squisitamente politica, ha negato sussistere i presupposti per un’affermazione di responsabilità, anche sotto il profilo dell’inesistenza di un danno erariale, per cui ha concluso per l’assoluzione del dott. SINISCALCO.

L’avv. Astorri, per GUARISO e CARIDI, si è associato alle considerazioni svolte dall’avv. Sanino, chiedendo l’assoluzione dei dirigenti SIAE.

L’avv. Varone, difensore di GRILLI, nel riferire che sull’ordinanza di nullità n. 470/2010 di questa Sezione pende giudizio di appello, ha escluso che il dott. GRILLI possa essere chiamato a risarcire il contestato danno in quanto avrebbe attuato una chiara disposizione del Ministro SINISCALCO, il quale avrebbe operato una scelta squisitamente politica.

Nel criticare la Procura contabile per aver condiviso in toto una ricostruzione del dott. Scannapieco, diretto superiore della dott.ssa Vitolo, che ha partecipato all’assemblea dei soci in nome e per conto del MEF, ha ribadito che l’indicazione della persona del dott. MEOCCI  aveva origine e natura esclusivamente politica e che una eventuale responsabilità nella scelta del Direttore Generale andrebbe ricercata in seno al Consiglio di Amministrazione della RAI.

Ha concluso chiedendo l’assoluzione del dott. GRILLI.

L’avv. Terracciano, patrono del dott. CAPUTI, ha preliminarmente opinato sulla condivisibilità della soluzione del regolamento di giurisdizione, richiamando l’avviso contrario del P.G. della Cassazione.

Ha negato, sulla base dello svolgimento dei fatti, qualsiasi responsabilità del suo assistito, il cui ufficio avrebbe solo reso un parere nel quale si individuava il potere di verifica dei requisiti in capo al Consiglio di Amministrazione della RAI. Non avendo fornito alcun apporto causale alla determinazione di nomina, ha chiesto che il suo assistito venga mandato assolto da ogni addebito.

L’avv. Esposito, per Rubens ESPOSITO ha ribadito la propria eccezione di nullità degli atti e dubitato dell’equiparazione della RAI ad una Pubblica Amministrazione, come ritenuto dalla Corte di Cassazione.

Nell’evidenziare come l’avv. ESPOSITO non abbia mai rivestito funzione diversa da quella consulenziale, né aveva potere di nominare consulenti esterni, ha ribadito come il suo assistito non possa essere condannato a risarcire un danno eventualmente prodotto da altri.

Quanto alla sanzione aggiuntiva ha confermato che il provvedimento di irrogazione è tuttora sub iudice e come la sanzione principale non abbia caratteristica di danno perché il movimento di denaro sarebbe rimasto all’interno della finanza pubblica.

Ha chiesto che il suo assistito sia mandato assolto da ogni addebito. 

L’avv. Medugno, difensore del dott. MEOCCI, nel ricordare che l’ex Direttore Generale della RAI è stato anche sanzionato individualmente, ha sottolineato la difformità dei pareri resi a conferma, quindi, della necessità della loro acquisizione; la qual cosa escluderebbe ogni ipotesi di colpa grave.

Ha concluso per l’assoluzione del suo difeso.

Il P.M. ha brevemente replicato, confermando le richieste formulate in atti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

            E’ obbligo del Collegio, ai sensi dell’art. 276 c.p.c, esaminare e delibare in ordine alle eccezioni e istanze incidenti sulla validità del giudizio introdotto dalla Procura erariale prima di poter procedere ad una valutazione, nel merito, della domanda attrice.

In primo luogo e in via assolutamente pregiudiziale il Collegio afferma la giurisdizione di questa Corte nella materia relativa alla cognizione di fattispecie di responsabilità amministrative addebitate ad amministratori e dipendenti della RAI.

La difesa dell’avv. Esposito ripropone in questa sede argomentazioni già ampiamente trattate in sede di regolamento preventivo di giurisdizione e ritenute infondate dalla Suprema Corte di Cassazione nella sua ordinanza n. 27092/2009.

Ciò posto il Collegio, nel ribadire la sua adesione all’approccio sistematico enunciato da quei giudici, osserva che la difesa non sembra cogliere un punto rilevante e dirimente, allorché si attarda a manifestare il proprio convincimento che la RAI sarebbe una società per azioni di diritto privato “speciale”, strutturata come impresa operante in un mercato concorrenziale. E questo sarebbe, in sintesi, sufficiente a sottrarla alla giurisdizione di questa Corte, nella materia de qua, opinando che una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con i principi costituzionali di cui agli artt. 3, 24, 25 e 111 Cost.

Invero, la Rai, ancorché società per azioni, a differenza di altre società partecipate dallo Stato, ha evidenti e non contestabili peculiarità che la fanno definire sul piano sostanziale e malgrado la veste formale, pur con innegabili particolarità, quale “ente assimilabile ad una amministrazione pubblica”.

La possibilità di operare sul mercato concorrenziale non può, ad avviso del Collegio, essere ritenuto elemento discriminante di natura tale da far venir meno l’interesse, anch’esso costituzionalmente garantito, ad un’amministrazione efficiente ed efficace, così da mandare esenti i suoi amministratori, che operano con capitale pubblico, da quella responsabilità amministrativa che astringe tutti i pubblici agenti.

Né, a tanto, vale il richiamo alla disciplina di cui all’art. 2449 c.c. e 2451 c.c..

L’art. 2449 c.c., unica norma che il codice civile dedica, attualmente, al fenomeno della partecipazione di enti pubblici al capitale di società per azioni (se si eccettua il riferimento all'"azionista pubblico" contenuto nell'art. 2414 bis) si muove (anche nella sua attuale formulazione) nel contesto della ritenuta volontà del Legislatore di assoggettare le società a partecipazione pubblica al diritto societario comune.

Quanto detto, però, non pone preclusioni al riconoscimento, come avvertito dalla dottrina più avveduta, della natura pubblica di quelle compagini sociali che, oltre a presentare deviazioni strutturali rispetto al toponimo società per azioni, sono sottoposte al potere di direzione di organi pubblici, con la conseguenza che si è ritenuto che sino a quando lo Stato conservi la maggioranza azionaria delle società derivate dalla trasformazione di ex enti pubblici, queste rimangono soggette al controllo della Corte dei conti (C. Cost. 28.12.1993, n. 466).

Il limite esterno della giurisdizione della Corte dei conti è stato, poi, individuato dal Legislatore, in materia societaria, nell’art. 16 bis del D.L. n. 248/2007 e, su questa linea, soprattutto la giurisprudenza amministrativa, ponendo in evidenza diversi fattori, quali il perseguimento di finalità pubblicistiche, la specialità della disciplina, la notevole compressione dell'autonomia funzionale degli organi societari, ha riconosciuto natura sostanzialmente pubblica alle società per azioni derivate dal processo di privatizzazione formale (C. St., Sez. IV, 30.1.2006, n. 308; C. St., Sez. VI, 17.9.2002, n. 4711; C. St., Sez. VI, 5.3.2002, n. 1303; C. St., Sez. VI, 2.3.2001, n. 1206), con conseguente adozione delle procedure di evidenza pubblica nella scelta dei contraenti e nell'affidamento degli appalti (Cons. St., Sez. VI, 20.5.1995, n. 498) o sottoposizione alla disciplina dell'accesso documentale (Cons. St., ad. plen., 5.9.2005, n. 5; Cons. St., Sez. VI, 24.5.2002, n. 2855).

Peraltro, sempre la dottrina più accorta, ha riconosciuto, allorché la maggioranza o totalità del capitale sia in mano pubblica, che l’interesse perseguito dalla società diviene una componente del più generale interesse sociale, con conseguente compressione di quello squisitamente lucrativo.

L’art. 2449 c.c., pur costituendo una norma speciale nel più generale panorama ordinamentale delle società per azioni, nulla innova circa la natura pubblica o privata della società ma regola, anche sulla base della disciplina comunitaria, le modalità di nomina degli amministratori, incombenza che può avvenire anche al di fuori del contesto assembleare, proprio per la tipicità (o atipicità) della compagine sociale.

Lo stesso deve dirsi per l’invocato art. 49 del D. Lgs. n. 177/2005  che se prevede che la RAI è assoggettata alla disciplina delle società per azioni, anche per quanto concerne l’organizzazione e l’amministrazione,  afferma la sussistenza di due importanti elementi identificativi dell’attrazione nell’alveo pubblico della stessa società (e della conseguente giurisdizione per le ipotesi di responsabilità amministrativa): l’essere titolare di una concessione esclusiva (comma 1) e il dover garantire “il corretto adempimento delle finalità e degli obblighi del servizio pubblico generale” (comma 3).

Ora, sia l’ordinanza n. 27092/2009 che la sentenza n. 26806/2009 della Suprema Corte di Cassazione, con assoluta coerenza, ribadiscono che il discrimine della giurisdizione deve essere rinvenuto non in un fatto puramente nominalistico (pubblico o privato) ma attraverso un approccio sostanzialistico che poggia su “un criterio oggettivo che fa leva sulla natura pubblica delle funzioni espletate e delle risorse finanziarie a tal fine adoperate” (sent. n. 26806/09), cosicché lo svolgimento di un servizio pubblico non può non essere elemento funzionale al perseguimento di finalità di interesse generale, con affermazione della giurisdizione di questa Corte.

Sulla stessa linea si muove l’ordinanza n. 27092/09 della Suprema Corte, contestata dalla difesa ma che, ad avviso di questo Collegio, come detto, coerentemente enuclea fattori indicativi di una rilevanza pubblicistica dell’attività societaria espletata, con indubbio riflesso sulla configurabilità della giurisdizione contabile.

Né, ad avviso del Collegio questo implica perplessità circa la costituzionalità del quadro normativo che, in armonia, con quanto detto, assicura il conseguimento dell’interesse generale acché il servizio radiotelevisivo sia svolto nel rispetto sia dei canoni costituzionali di libera iniziativa economica sia della tutela degli amministratori nel rispetto delle peculiarità della società a loro affidata.

Nessun vulnus si appalesa nell’ordito normativo ai valori costituzionali, sicché la questione di illegittimità costituzionale (anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 466/93) appare manifestamente infondata e tale dev’essere dichiarata.

Alla luce della perseguita funzione pubblica della Rai, ancorché assoggettata ad un regime di libera concorrenzialità, va riaffermata la giurisdizione contabile in ipotesi di responsabilità amministrativa dei suoi amministratori o dipendenti.

 Le difese dei convenuti hanno poi, in primo luogo, chiesto che venisse dichiarata l’estinzione del giudizio ai sensi dell’art. 307 c.p.c. in quanto lo stesso non sarebbe stato riassunto nei confronti di un litisconsorte necessario (la RAI).

            In udienza è stata rigettata l’istanza in tal senso proposta, con provvedimento ad hoc del Collegio per cui, in questa sede, non può che farsi rinvio a tale decisione.

            E’ stata chiesta, poi, la declaratoria di nullità degli atti istruttori e processuali, ai sensi dell’art. 17, comma 30 ter, del D.L. n. 78/2009 e successiva norma di conversione in legge e modifiche ritenendo che la declaratoria di nullità, pronunciata con ordinanza n. 470/2010,  relativa al danno all’immagine, non possa che riverberare i suoi effetti su tutti gli atti compiuti nello stesso procedimento.

            La richiesta non può essere condivisa sulla base del centrale assunto che la domanda della Procura si presenta articolata su una pluralità di addebiti, astretti tra loro solo da un vincolo di colleganza fattuale e non da un nesso di stretta dipendenza sul piano giuridico.

            Su tale piano gli addebiti mantengono una loro autonomia, riferendosi a fattispecie distinte che, seppur temporalmente contigue, appaiono connotate da comportamenti materiali, da manifestazioni di volontà e da valori negativamente incidenti sulle finanze dell’Azienda, tra loro separati, che non possono essere, riduttivamente, assemblati in un’ottica unitaria, avente riflessi reciproci e di immediata influenza.

            Del pari non può essere condivisa l’eccezione formulata dalla difesa dell’avv. ESPOSITO circa la nullità/inammissibilità dell’atto di citazione in quanto depositato nella segreteria della Sezione prima della scadenza del termine di proporre deduzioni, previsto dallo stesso invito a dedurre.

            La difesa richiama la giurisprudenza di queste Sezioni Riunite (cfr SS.RR. n. 1/2005/QM secondo la quale, in caso di pluralità di invitati, tutti destinatari di contestuale invito a dedurre, il termine per depositare l’atto di citazione decorre dalla notifica dell’ultimo invito, in questo caso quello notificato alla RAI S.p.a. (18 novembre 2007).

            Ne conseguirebbe una lesione del diritto di difesa che renderebbe nullo o inammissibile l’atto di citazione.

            La doglianza poggia, però, su due presupposti che, ad avviso del Collegio, sono errati e fuorvianti.

            Il primo è che, per regola generale del processo, una parte non può che tutelare proprie posizioni personali (art. 24 Cost. e art. 81 c.p.c.), ovvero domandare tutela per quei diritti che si affermano come propri e non per posizioni soggettive afferenti altri., salvi – ovviamente - i casi di consentita rappresentanza processuale.

            La seconda è che, atteso che la citazione è stata effettivamente depositata il 7 dicembre 2007, non vi è alcun invitato formale (poi convenuto in giudizio) a cui sia stato leso il diritto ad una corretta ed esaustiva difesa.

            Depone, in questo senso, l’invito a dedurre inviato alla RAI s.p.a., nella parte in cui indica che l’invito viene inviato “nella qualità di soggetto eventualmente da coinvolgere in azioni diverse da quella risarcitoria (nelle quali riveste la qualità di danneggiato)”.

            La formula usata è sintomatica di una posizione istruttoria e processuale sicuramente diversa e posta su piani distinti rispetto a quella dei formali invitati (o convenuti), ove la notifica dell’atto si atteggia a partecipazione dell’esistenza di una pluralità di fattispecie dannose di fronte alle quali – ove consentito da regole di giurisdizione –  la RAI potrebbe agire autonomamente oppure, in questa procedura, in posizione di interveniente adesivo dipendente.

            Di vero vi è che tutti i convenuti, ritenuti responsabili di addebito erariale, sono stati messi nella condizione di potersi efficacemente e tempestivamente difendere, con pieno rispetto dei termini procedurali imposti dall’art 5 del D.L. n. 453/93.

            Né può dirsi, come eccepito dalla difesa del prof. URBANI e dell’avv. ESPOSITO, che lo stesso atto di citazione sarebbe nullo o inammissibile perché il P.M. non avrebbe dato contezza, nel suo atto introduttivo, delle deduzioni presentate dagli interessati.

            Ora, come è noto, i vizi della citazione, che comportano la sanzione della nullità o inammissibilità dell’atto di citazione, non sono e non possono essere figure sintomatiche, di creazione giurisprudenziale, in base alle quali “percepire” se l’atto abbia o meno i crismi di validità ed efficacia.

            I vizi della citazione che conducono ad un riconoscimento della sua (in)sanabilità sono espressamente previsti sia dal R.D. n. 1038/33 che dall’art. 164 c.p.c. (in relazione ai contenuti previsti dal precedente art. 163 c.p.c) e la loro elencazione non può essere arricchita da elementi retorici che, attraverso una adiectio linguistica, consentano un ampliamento delle fattispecie vizianti.

            Ora, nell’atto di citazione si è dato atto che i convenuti hanno presentato le loro deduzioni e, con altrettanta chiarezza, si è –esplicitamente- riportata la valutazione del P.M. circa la loro inidoneità a superare le contestazioni partecipate con l’atto istruttorio.

            Non vi è norma alcuna che imponga al P.M. di ribattere puntualmente le considerazioni di parte avversa ma vi è, da parte sua, solo la necessità di indicare, con chiarezza espositiva e sufficiente esaustività motivazionale, gli addebiti formulati e le ragioni dell’antigiuridicità dei comportamenti ipoteticamente tenuti e forieri di danno erariale.

            E’ il dibattimento la sede in cui ognuna delle parti può, in un effettivo contraddittorio, esporre al Giudice le proprie posizioni e le proprie articolate ragioni, senza che questo diritto possa dirsi vulnerato dalla mancata, preventiva valutazione su di esse del P.M. poiché il giudizio sui fatti e sulle prove addotte spetta al Collegio e non ad altri.

            Lo stesso esito ha l’eccezione relativa alla nullità dell’atto di citazione per genericità della domanda e mancanza di idonea prova, avanzata dalle difese.

            In disparte il fatto che la domanda non adeguatamente supportata da prove si risolve in una pronuncia di reiezione della domanda stessa, atteso che spetta all’attore supportare la propria pretesa con idoneo e congruo materiale probatorio - con la conseguenza che invocare la nullità della citazione per difetto assoluto di prova significa proporre un rimedio improprio in quanto l’art. 163 c.p.c., qualora lo si voglia richiamare ai sensi dell’at. 26 del R.D. n. 1038/33, al n. 5 chiede l’”indicazione specifica” dei mezzi di prova, non la loro validità e idoneità a supportare la fondatezza della domanda attrice - l’eccezione per genericità è sicuramente infondata.

            La citazione in esame espone invero, con analiticità e puntualità, i fatti e gli elementi di diritto che sono alla base della richiesta di condanna dei convenuti sicché apodittica e contraddittoria appare la doglianza, sia perché è sicuramente rispettato il canone - imposto all’attore - di esaustiva narrazione degli addebiti e l’indicazione del soggetto contro il quale si chiede la pronuncia del giudice, sia perché proprio da tale esaustiva esposizione la difesa ha tratto, copiosamente, elementi per contraddire, in fatto e in diritto, la tesi del P.M.. 

            Uguale riscontro deve avere la lamentata diversità di contenuto tra invito a dedurre e citazione poiché “non è necessario che tra l'invito a dedurre e l'atto di citazione esista una totale  corrispondenza essendo sufficiente che l'invito offra al destinatario un quadro dettagliato degli elementi di fatto in relazione ai quali il procuratore regionale ritiene sussistente la sua responsabilità amministrativa” (C. Conti Sicilia Sez. App. Sent., 2/4/2008, n. 122).

            Risolte, nel senso che precede, le eccezioni poste dalle difese, il Collegio procede, ora, ad esaminare la domanda attrice, nel merito, seguendo la scansione dei comportamenti addebitati, come descritta in citazione.

            Fattispecie ritenute dannose

            A) Nomina del dott. MEOCCI alla carica di direttore generale della RAI, disposta d’intesa con l’azionista (MEF e SIAE, dichiarata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni contraria all’art. 2, comma 9 della legge 14 novembre 1995 n. 481 e sanzionata con una pena pecuniaria pari ad euro 14.379.307,00

            La Procura Regionale ha chiesto, per l’addebito descritto, la condanna dei convenuti BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI, quali componenti del Consiglio di Amministrazione della RAI, che deliberarono la nomina del dott. MEOCCI a Direttore Generale; dei convenuti SINISCALCO GRILLI e CAPUTI, Ministro il primo e dirigenti, gli altri, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nonché dei convenuti GUARISO e CARIDI quali dirigenti della SIAE che, quali rappresentanti dell’azionista, concorsero, con la loro intesa, alla nomina suddetta.

            Il requirente descrive, con puntigliosa analiticità, la cronologia dei contatti, delle riunioni e delle determinazioni assunte tra il 4 ed il 5 agosto 2005 che ebbero, come risultato finale, la nomina del dott. MEOCCI a direttore generale.

            Tale decisione del Consiglio, assunta d’intesa con l’azionista, venne preceduta da una frenetica (lo si desume chiaramente dagli atti) acquisizione di pareri legali sulla legittimità della nomina di un componente dell’AGCOM,  cessato dalla carica da un periodo di tempo inferiore (circa quattro mesi) al minimo previsto dalla norma (quattro anni) e posto in relazione al doveroso reintegro dello stesso MEOCCI in azienda, alla luce del pregresso rapporto di impiego esistente.

            La difesa dei convenuti ha prospettato una quasi unanimità di pareri favorevoli alla nomina, con l’eccezione di quello fornito dal prof. PACE mentre la Procura ritiene che il segno dei pareri vada equamente diviso tra favorevoli e contrari.

            E allora non appare inutile esaminare, seppur in maniera sintetica, i pareri redatti dai professionisti di chiara fama consultati.

            a) il parere del prof. Pace, esclude, in radice, l’applicabilità alla fattispecie, della garanzia connessa al principio posto dall’art. 51 Cost. e, comunque, afferma la piena applicabilità del divieto posto dall’art. 2, comma 9 della legge n. 481/95, sottolineando la gravità delle sanzioni connesse al verificarsi della c.d. incompatibilità successiva. Nulla esprime in ordine alla possibilità di nomina del MEOCCI a direttore generale (quesito verosimilmente non sottoposto all’analisi e valutazione del docente);

            b) il parere del prof. Luciani non affronta (perché evidentemente non richiesto) la problematica relativa alla possibilità di nominare il dott. MEOCCI quale direttore generale dell’Azienda ma solo “se un giornalista, dipendente della RAI, eletto commissario dell’AGCOM, possa o meno riprendere il rapporto di lavoro dipendente con la RAI una volta scaduto il mandato presso l’AGCOM”.

            La risposta data dal professionista è positiva, ritenendo pienamente applicabile la garanzia ex art. 51 Cost, norma ritenuta non cedevole dinanzi a eventuale norma comunitaria contraria (così è affermato nel supplemento di parere reso il 1° agosto 2005);

            c) il parere dell’avv. Malinconico, richiesto su entrambe le problematiche suindicate, è nel senso che, cessata la causa d’incompatibilità, il rapporto di lavoro si riespande e, in tale contesto, non vi sarebbero motivi ostativi acché il soggetto interessato, reinserito in Azienda, possa essere chiamato a svolgere qualsiasi incarico o funzione, ivi compreso quello di direttore generale;

            d) il parere dell’avv. Ripa di Meana è contrario alla nomina del MEOCCI a direttore generale della RAI ritenendo, sulla base di un’analisi del contesto normativo e funzionale dei componenti dell’AGCOM, che al termine dell’incarico, svolto in posizione di aspettativa da parte del dipendente, egli possa riprendere il proprio rapporto d’impiego “come se il rapporto di lavoro non avesse subìto sospensioni, senza alcun privilegio ulteriore” ma anche che la nomina dello stesso soggetto a direttore generale dell’Azienda comporta “l’instaurazione di un nuovo rapporto diverso ed autonomo dal precedente”.

            La conseguenza che il professionista ne trae, anche sulla base del parere reso dal Consiglio di Stato (n. 3314/2003), è che il “nuovo contratto di lavoro dovrebbe essere considerato ab origine in contrasto con quanto disposto dall’art. 2, comma 9, della legge n. 481 del 1995” .

            A tale conclusione, peraltro, accede l’avvertimento che “data la consapevolezza, da parte degli amministratori, del potenziale danno economico per la società conseguente l’adozione di una deliberazione potenzialmente lesiva per violazione del divieto ricordato, in sede di controllo sulla RAI S.p.A. la Corte dei conti potrebbe configurare come danno erariale quello determinatosi a seguito dell’applicazione di sanzioni conseguenti l’approvazione di una delibera in violazione del suddetto divieto”.

            Acquisiti tali pareri, seppur resi in pochissimi giorni, il Consiglio di Amministrazione della RAI, ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge n. 206 del 25 giugno 1993 e dell’art. 29 dello Statuto, doveva procedere alla nomina del direttore generale, “d’intesa” con l’assemblea dei soci.

            L’argomento venne posto al punto 6) dell’ordine del giorno della seduta del 4 agosto 2005, delle cui determinazioni fa fede il verbale del notaio Ragnisco di Roma, e, dopo una richiesta pregiudiziale di rinvio posta dal consigliere CURZI, avversata dai consiglieri STADERINI, URBANI, PETRONI, MALGIERI e BIANCHI CLERICI e delucidazioni sulla procedura fornite dall’avv. ESPOSITO, si procedette alla votazione (con scrutinio segreto) sulle candidature di Flavio CATTANEO, Giancarlo LEONE e Alfredo MEOCCI, conclusasi con 5 voti in favore di quest’ultimo.

            Ragion per cui. “il Consiglio esprime l’intendimento di nominare il dott. Alfredo MEOCCI alla carica di Direttore Generale della RAI”, intendimento da partecipare agli azionisti, la cui assemblea era già stata convocata per le ore 15.00 dello stesso giorno.

            Alle ore 18,20 la seduta riprendeva con la comunicazione del Presidente che l’assemblea degli azionisti (ai quali erano stati trasmessi i pareri legali sopra citati) aveva espresso l’intesa sul nome del MEOCCI con la precisazione che “la verifica del possesso dei requisiti richiesti per la nomina, rimane, come di consueto di competenza del Consiglio di Amministrazione”, seguita dall’osservazione del consigliere MALGIERI che “in assenza di adeguata copertura assicurativa non è opportuno procedere alla nomina del Direttore Generale”.

            Al fine di superare le perplessità, il Presidente Petruccioli riferiva di aver avuto contatti con l’Azionista (da intendersi inequivocabilmente, anche per quanto si dirà, il ministro SINISCALCO, che aveva espresso, tra l’altro, la sua disponibilità ad una sottoscrizione della polizza assicurativa anche a copertura di comportamenti connotati da colpa grave), rappresentandogli la possibilità di una nuova convocazione dell’Assemblea dei soci e di aver acquisito, in tal senso, la “disponibilità” del delegato dell’azionista di maggioranza e della SIAE.

            Dopo una sospensione, il Presidente Petruccioli riferiva che “a seguito dei contatti intercorsi con l’Azionista, questi si è detto disponibile a rivedere le proprie posizioni, delegando il dott. Scannapieco a rappresentarlo in sede assembleare”.

            Lo stesso Presidente, “preso atto della deliberazione assunta dall’Assemblea, che aveva escluso il riferimento alla responsabilità di verifica da parte del Consiglio dei requisiti di compatibilità del candidato alla carica di Direttore Generale, propone di procedere alla nomina del Direttore Generale” ma, essendosi il presidente del Collegio sindacale riservato di convocare un’apposita riunione dell’organo collegiale, alla luce dei pareri legali acquisiti, “in considerazione della funzione consultiva e di controllo espletata dallo stesso Collegio”, per “fornire agli Amministratori il proprio parere sulla correttezza delle procedure di nomina del Direttore Generale”, la riunione venne rinviata al giorno successivo.

            Nel corso di quest’ultima venne letto il parere del Collegio Sindacale, puntualmente riportato nel verbale redatto dal notaio Ragnisco, nel quale, in sintesi, si afferma che la procedura, seguita dal Consiglio e dall’Assemblea, si dimostrava immune da rilievi ma che permanevano dubbi nel merito della scelta effettuata, dubbi che, su richiesta di chiarimento da parte del consigliere PETRONI, andavano riferiti, secondo il presidente del Collegio sindacale, all’esistenza di quattro pareri legali non concordanti fra loro.

            Al termine del dibattito, centrato proprio sulla legittimità della nomina, alla luce dei contrastanti pareri legali acquisiti, - e nel quale il Presidente Petruccioli, dichiarando di aver verbalmente richiesto a persone di sua fiducia ulteriori lumi, sospendeva il proprio voto favorevole precedentemente annunciato - venne approvata la nomina del dott. MEOCCI con il voto favorevole dei consiglieri BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI.

            Quanto precede, però, deve essere apprezzato in sinergica cognizione con il concomitante comportamento dell’azionista e delle decisioni assunte in sede assembleare.

            All’assemblea del 4 agosto 2005, iniziata alle ore 17,35, riunitasi – per l’argomento che ci occupa – in forma totalitaria, venne deciso di manifestare la rituale “intesa” dell’Azionista (ovvero del MEF e della SIAE). Tale “intesa” venne esplicitata in una dichiarazione letta a verbale dalla dott.ssa Vitolo, dirigente della Direzione Generale Finanza e Privatizzazioni del MEF, di cui era rappresentante in quella sede, nella quale, preso atto di quanto deliberato dal Consiglio di Amministrazione, si esprimeva il proprio consenso alla nomina del dott. MEOCCI, con la precisazione che “la verifica del possesso dei requisiti per la nomina, rimane, come di consueto di competenza del Consiglio di Amministrazione”.

            Sintomatico è che la discussione che precede, unitamente a quella riguardante l’altro argomento – questo già all’ordine del giorno – della copertura assicurativa, si è svolta e conclusa in soli quindici minuti, come attestato dal notaio verbalizzante.

            Come sopra riferito, però, la precisazione posta dal MEF sollevava le perplessità (o forse il timore della pesante responsabilità che si andava concretizzando in capo al Consiglio di Amministrazione) dei consiglieri RAI che, espresse in Consiglio, inducevano a ulteriori contatti tra il Presidente Petruccioli ed il delegato dell’azionista MEF per la convocazione immediata di una nuova assemblea dei soci, alla quale stavolta, per il MEF, partecipava direttamente il Direttore Generale preposto, anche, al settore privatizzazioni, dott. Dario Scannapieco.

            In quest’ultima seduta, iniziata alle ore 21.00 dello stesso 4 agosto 2005, preso atto delle osservazioni emerse in seno al Consiglio di Amministrazione, tenutosi dalle 19,40 alle 20,50 precedenti, si esprimeva, tra l’altro, l’intesa sulla delibera di nomina del dott. MEOCCI adottata dal Consiglio di Amministrazione.

            Rilevante, ai fini di un’esatta ricostruzione dei comportamenti addebitati, è la precisazione chiesta, in quella sede, dal consigliere MALGIERI al dott. Scannapieco, ovvero se il consenso alla nomina implicasse condivisione circa la verifica dei requisiti del candidato.

            La risposta del dirigente, lapidaria ma assolutamente significativa era che si era “voluto esprimere un voto su una proposta di deliberazione” .

            Questa la cronologia degli eventi e questi i comportamenti dei singoli soggetti che a quella nomina hanno partecipato e dato il proprio consenso.

            Ad avviso del Collegio non vi è difficoltà alcuna ad avvertire, nella complessiva procedura riferita, due elementi di sicuro significato: l’estremo “imbarazzo” che si coglie nei consiglieri di amministrazione nel portare avanti una proposta di nomina di cui avvertono chiaramente la problematicità (quantomeno) e la violenta forzatura procedurale, piegata ad esigenze di “politica istituzionale” che, a fronte della complessità della vicenda, impose tempi rapidissimi e discussioni assembleari (dove è più sentita la longa manus del potere politico) prive di qualsivoglia approfondimento, ma suggestive solo della reale funzione di dover solo  ratificare decisioni già prese in altri contesti.

            Testimonianza dell’intenso e convulso lavoro preparatorio sono sia le dichiarazioni del presidente Petruccioli che i frenetici contatti tra lo stesso ed il ministro SINISCALCO nonché tra questi e i suoi collaboratori (prof. GRILLI, dott. Scannapieco, cons. Fortunato, Capo di Gabinetto, cons. Caputi, capo dell’Ufficio Legislativo, cons. Pinto, vice Capo di Gabinetto) riferiti, questi ultimi, dallo stesso dott. Scannapieco e dalla dott.ssa Vitolo in una relazione preparata per il P.M. alla quale, però, il Collegio non può attribuire sicura valenza probatoria perché proveniente dai due soggetti che, in rappresentanza del MEF, hanno espresso la necessaria (e, in tesi, illecita) “intesa” dell’Azionista di maggioranza.

            Ciò precisato, la valutazione di questo Collegio, sui fatti narrati e le decisioni assunte non può prescindere dal considerare come assolutamente prevalenti gli elementi che seguono.

            In primo luogo i pareri richiesti ai quattro professionisti (Pace, Malinconico, Luciani e Ripa di Meana).

            E’ assolutamente oggettivo che i documenti costituissero fondamento più che giustificato per pervenire ad un’approfondita discussione e, caso mai,  ad ulteriori verifiche sulla legittimità della nomina che, inutile negarlo, si voleva fortemente da parte di taluni consiglieri di amministrazione e sulla quale l’azionista di maggioranza concordava.

            Ma, ritiene il Collegio, i pareri legali (ed anche l’avviso del Collegio Sindacale), dapprima chiesti dal cons. CURZI e poi dagli altri, alla fine vennero percepito come un ostacolo al perfezionamento di una granitica volontà di nominare il dott. MEOCCI alla carica di direttore generale, in dispregio di una norma  (art. 2, comma 9 della legge n.  481/95) che non sembra porre soverchi problemi interpretativi.

            Tuttavia, la ferma determinazione di giungere all’obiettivo posto dalla volontà politica ha inquinato – riuscendovi però solo in parte – le stesse richieste di pareri allorchè i quesiti posti dalla RAI, attraverso il suo ufficio legale, appaiono contenere alcune premesse suggestive, quali l’affermazione (aprioristica) che “la figura del direttore generale di una S.p.A. potrebbe essere riconducibile nell’ambito del rapporto di lavoro” e che “la conservazione del posto di lavoro, a seguito di aspettativa per lo svolgimento di funzioni pubbliche elettive è garantita dall’art. 51, comma 3 della Costituzione “ (parere richiesto all’avv. Ripa di Meana) oppure che “non si verserebbe in un’ipotesi di costituzione ex novo di un rapporto lavorativo ma di prosecuzione di un rapporto preesistente alla elezione parlamentare del dott. Meocci a componente dell’AGCom” e che “il Direttore Generale della RAI è pur sempre un dipendente della società” (parere richiesto al prof. Pace) o, ancora e diversamente da quanto richiesto ad altri, al prof. Luciani si è chiesto se la garanzia costituzionale di conservazione del posto potesse intendersi come mantenimento del posto di lavoro o impiego.

            Non vi è dubbio che, capziosità o meno delle richieste, i pareri, pur  formulati in riscontro ai quesiti posti abbiano suggellato e rafforzato, con la serietà e profondità speculativa dei professionisti, un orientamento (e forse un convincimento già presente in taluni consiglieri) assolutamente negativo sulla legittimità della nomina del dott. MEOCCI.

            Lo testimonia, se non altro, la posizione assunta dal presidente Petruccioli che, dopo aver assicurato il suo voto favorevole al candidato espresso dalla maggioranza, nella votazione finale non solo si è astenuto ma ha esplicitamente affermato il proprio disagio nel votare a favore del dott. MEOCCI.

            E non può essere privo di significato un atteggiamento del genere che, pur non sconfessando la volontà politica che premeva, ne ha preso le distanze in maniera inequivoca, ancorché mascherata da un comportamento e dichiarazioni assolutamente prudenziali.

            Ma tant’è, la determinazione della nomina del dott. MEOCCI a direttore generale era a prova di qualsiasi ripensamento fondato su argomentazioni giuridiche, trovando il suo momento di sostanziale definizione nell’appunto, datato 4 agosto 2005 ore 15,35, inviato dal ministro SINISCALCO al dott. GRILLI, nel quale informa il Capo Dipartimento del Tesoro di aver espresso al presidente della RAI – una volta “appreso” dallo stesso l’indicazione del nome del dott. MEOCCI – “la mia intesa che ti prego di comunicare al rappresentante del Tesoro in Assemblea…”. 

            Da un lato, quindi, il Consiglio di Amministrazione della RAI che, avuta conoscenza dei pareri formulati dai quattro professionisti incaricati,  e seppur con le perplessità espresse da taluni consiglieri (che hanno esplicitato votando contro), ha varato la nomina del dott. MEOCCI sulla spinta, ferma e risoluta, dei componenti favorevoli che, contrari a rinvii prudenziali e (cons. STADERINI)  pur puntualizzando che esprimevano voto favorevole “nella presunzione che non sussistessero ragioni gravi di incompatibilità, come peraltro sostenuto in alcuni dei pareri pro veritate resi al Consiglio da autorevoli giuristi”, hanno determinato l’adozione del provvedimento.

            Dall’altro l’assemblea degli azionisti che, conscia degli stessi dubbi ma astretta da una dipendenza funzionale con l’autorità politica, ha manifestato la propria intesa sulla nomina del dott. MEOCCI tentando di eludere ogni responsabilità rimettendo la verifica del possesso dei requisiti del prescelto al Consiglio di Amministrazione.

            Ma quest’escamotage, sostenuto dalle difese anche attraverso una ricostruzione contenutistica e definitoria dell’”intesa” diversa da quella di un’effettiva e corresponsabile decisione unitaria – come giustamente sostenuto dalla Procura –, non ha retto nel confronto con il Consiglio di Amministrazione che, percepito il pericolo di una traslazione del rischio esclusivamente sui consiglieri ha preteso (e il Ministro accordato) che l’intesa fosse priva di condizioni o puntualizzazioni.

            Non può allora, ad avviso del Collegio, non ravvisarsi la piena sussistenza di un elemento psicologico di grave colpa per una decisione assunta in grave e totale dispregio non solo della norma ma di ogni regola di prudenza, manifestazione di una volontà pervicacemente e supinamente adesiva alla volontà politica.

            Non è compito del Collegio affrontare una disamina sulla professionalità del dott. MEOCCI né, alla pari di quanto osservato dal Consiglio di Stato nella sua sentenza n. 341/2007, se la sua riassunzione sia stata lecitamente disposta o meno e neanche, al limite, in questa sede sottoporre a nuova ed originale valutazione la questione se la carica di direttore generale comportava una novazione oggettiva del pregresso rapporto di lavoro o, come considerato da uno dei giuristi interpellati, se esso potesse o meno  rappresentare una naturale evoluzione del rapporto di lavoro già in essere.

Il punto di partenza della valutazione dell’azione dannosa dei consiglieri e degli azionisti (così come individuati in seguito) è rappresentato dalla sanzione irrogata dall’AGCOM a fronte dell’accertata violazione di una norma (art. 2, comma IX della legge n. 481/95)  che, come ritenuto dal Consiglio di Stato nella decisione surrichiamata, stabilisce che  per almeno quattro anni dalla cessazione dell’incarico i componenti delle Autorità non possono intrattenere, direttamente od indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o di impiego con le imprese operanti nel settore di competenza”.

La lettera della norma nella sua ampiezza, riguarda anche il conferimento dell’incarico di direttore generale, senza distinguere a seconda che si tratti di soggetto già legato, o meno,  da un rapporto di lavoro con l’impresa operante nel settore.” esprimendo così, in maniera chiara, la duplice ratio di “evitare che l’esercizio della carica sia inquinato anche solo dal sospetto di future utilità personali, e, dall’altro, nella volontà di scongiurare l’eventualità che la peculiare esperienza e le relazioni maturate dai componenti delle Autorità di regolazione dei servizi di pubblica utilità durante lo svolgimento dell’incarico possano essere utilizzate, dopo la cessazione dell’incarico stesso, da imprese operanti nei rispettivi settori al fine di trarne utili e vantaggi incompatibili con la trasparenza e la parità della competizione nel mercato.”.

La riflessione di quei giudici è “che la nomina al vertice strategico aziendale assume una valenza così spiccatamente premiale e sostanzia un’evoluzione così straordinaria della carriera giornalistica (sui  crinali  dell’inedita apicalità, della diversità funzionale,  dell’accessibilità agli esterni, della specificità del procedimento di investitura e della profonda diversità del trattamento economico) da concretizzare, in modo scolastico, i rischi che la norma vuole scongiurare  sotto il duplice, e più volte rammentato,  profilo  del sospetto di strumentalizzazione a monte e del rischio di sfruttamento distorsivo a valle della veste di commissario dell’Autorità.  Posto, infatti, che la veste di giornalista non costituisce un prius necessario e neanche omogeneo per l’accesso alla carica manageriale verticistica (non riservata ai soli dipendenti interni), ponendosi rispetto ad essa in un rapporto di occasionalità non necessaria, si deve infatti reputare che la nomina a direttore generale  non assume una valenza conservativa o ripristinatoria ma riveste  quel carattere spiccatamente innovativo o premiale che sostanzia il fondamento della norma preclusiva.”

            Si può obiettare che le valutazioni del giudice amministrativo di primo e secondo grado si pongono come elemento di apprezzamento chiaro e dirimente solo ex post, mentre questa cognizione deve esaminare i comportamenti facendo ricorso a strumenti di esame ex ante.

            L’obiezione coglierebbe nel segno se quei consiglieri, pur privi di adeguate cognizioni giuridiche e pur tacendo il fatto che alle riunioni del CdA era presente l’avv. ESPOSITO, non avessero acquisito i pareri dei giuristi sul punto.

            Solo in questo caso si poteva disquisire se la norma poi violata fosse (o meno) chiaramente e univocamente interpretabile; ma una volta che i pareri erano stati resi (ancorché non sia provata la capziosità dell’impostazione dei singoli quesiti), che gli stessi erano stati attentamente esaminati e ponderati da più parti, ivi compreso il collegio sindacale (il quale, ad onor del vero, ha fornito un avviso decisamente evanescente sotto il profilo giuridico e sicuramente attento più che a chiarire i contorni della vicenda, ad evitare propri coinvolgimenti in responsabilità amministrative o di altra natura -venendo così meno alla dichiarata funzione consultiva e di controllo espletata dallo stesso Collegio -) non vi è spazio alcuno per considerare un ipotetico stato di buona fede o colpa lieve dei consiglieri di amministrazione, così consci del possibile addebito da subordinare l’espressione del loro voto al rinnovo della polizza assicurativa anche per azioni connotate da colpa grave.

            Vi erano, quindi, tutti gli elementi che giustificavano (quanto meno) un’ulteriore riflessione da parte del Consiglio di Amministrazione, eventualità mai presa in considerazione dalla maggioranza di loro, neanche dopo il rifiuto della minoranza a partecipare all’assemblea degli azionisti.

              Un tale pervicace, granitico e risoluto atteggiamento integra l’elemento psicologico richiesto per l’affermazione della responsabilità amministrativa dei consiglieri BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI e URBANI per la nomina illegittima, illecita del dott. MEOCCI a direttore generale della RAI e del conseguente danno rappresentato dalla sanzione irrogata, per tale causa, dall’AGCOM.

            I predetti vanno, pertanto, condannati a risarcire la RAI del danno alla stessa causato nell’ammontare   e con le modalità di seguito precisati.

            Deve essere, ora, verificata la posizione dei convenuti SINISCALCO, GRILLI e CAPUTI ritenuti corresponsabili della decisione adottata, al pari dei convenuti GUARISO e CARIDI.

            I primi quali “rappresentanti” dell’azionista di maggioranza, MEF, e gli altri quali rappresentanti della SIAE.

            Diverse le impostazioni delle difese dei convenuti in ordine ai comportamenti tenuti.

            I difensori del ministro SINISCALCO, del dott. GRILLI, del dott. CAPUTI dei dott.ri GUARISO e CARIDI. oppongono, pregiudizialmente ad una analisi dei comportamenti ad ognuno addebitati, un’esegesi dommatica dell’intesa dell’azionista che questo Collegio non reputa di poter condividere.

            In particolare la difesa del prof. SINISCALCO rileva come la funzione del Ministro , nella gestione delle partecipazioni azionarie, non sarebbe quella di assumere atti di amministrazione attiva ma solo quella di esprimere orientamenti ed indirizzi di carattere politico “che ispirino e coordinino l’attività del Ministero con la più complessiva attività dell’Esecutivo.

            In questa prospettiva, prosegue la difesa, il Ministro fece, nella fattispecie, le necessarie verifiche in ambito governativo circa la scelta effettuata dal CdA della RAI e questo perché, prosegue la stessa difesa “ un eventuale dissenso da parte dell’Assemblea degli azionisti avrebbe di fatto rappresentato una grave crisi politico-istituzionale”.

            Premessa questa tesi circa il ruolo del Ministro dell’Economia quale figura istituzionale che non s’ingerisce nella pratica delle cose di competenza (lasciandole agli apparati amministrativi), ovviamente in materia di partecipazioni azionarie, ma limitandosi a fornire i suoi indirizzi generali, si affronta il più pregnante tema della definizione, non tanto nominalistica quanto dell’effettivo contenuto dell’intesa, prevista sia dalla legge che dall’art. 29 dello Statuto RAI che, lungi dall’essere una fonte legislativa (come correttamente osservato), si pone comunque come atto fondamentale dell’organizzazione amministrativa e gestionale dell’Azienda.

            Si richiama a tale fine, ma senza che questo possa essere interpretato come offesa per gli autorevoli difensori, la natura essenziale e la collocazione, tra le fonti, dello Statuto (ad es. negli enti locali) in ambito amministrativo.

            Si assume, in estrema sintesi, che l’intesa che si vuole, dal legislatore, posta all’interno della norma evocata (art. 2, comma IX della legge n. 481/1995) in una sua accezione atecnica, altro non indicherebbe che un mero gradimento politico sul nome del designato, una mera presa d’atto, un nulla-osta, un momento perfezionativo della decisione del CdA rappresentato da un semplice assenso formale, un parere meramente politico.

            E’ evidente lo sforzo delle difese di relegare il ruolo dell’Azionista ai margini di una decisione che, spettando ad altri, non può che essere recepita in toto, senza alcun potere di interlocuzione, quasi come se l’azionista fosse muto spettatore di una rappresentazione in cui altri sono gli attori.

            Così contraddicendo quello che poco prima si è affermato, ovvero che lo stesso azionista di maggioranza, prima di divenire spettatore si è reso autore di preventivi contatti in ambito governativo per evitare, al momento della formalizzazione dell’intesa, di non concederla, aprendo così una grave crisi politico-istituzionale.

            Diversa è l’impostazione che viene data, allo stesso problema e nel tentativo di fornire contenuti giuridici più favorevoli alla tesi difensiva, nel parere reso dal prof. Montalenti, officiato dalla difesa del prof. SINISCALCO.

            Il giurista, premesse interessanti notazioni in materia di evoluzione delle competenze assembleari, dal codice 1942 - che notoriamente si pone come rimodulazione del previgente codice del commercio, come ci ha ricordato -, alla più recenti riforme sulla disciplina delle società di capitali e cooperative, introdotte con il D. Lgs. 17 genaio 2003 n. 6 (emanato in attuazione della delega al Governo contenuta nella legge n. 366/2001, proseguito poi con altri interventi organici contenuti nel D.Lgs. n. 37/2004), effettua una puntuale e pregevole analisi sui poteri dell’assemblea dei soci nelle società di capitali.

            In particolare, ma in sintesi, ricorda come il potere di gestione spetti, in via esclusiva agli amministratori mentre ai soci, in sede assembleare, compete solo il potere di autorizzare, quando previsto dallo statuto, determinati atti degli stessi amministratori, responsabili – in ogni caso – degli atti compiuti.

            Ricorda, altresì, come autorizzazione significhi rimozione di un ostacolo al compimento dell’atto, senza che questo obblighi gli amministratori a compierlo, con la conseguente irresponsabilità degli azionisti per gli atti di concreta gestione posti in essere da quelli.

            Il Collegio non ha dubbi che la RAI, poiché questo è espressamente previsto dall’art. 20 della legge n. 112/2004, sia assoggettata allo statuto delle società di capitali, pur con le specificità, che il prof. Montalenti puntualmente ricorda, previste dalla medesima legge, per quanto riguarda l’organizzazione e l’amministrazione della stessa.

            Ma, in disparte ogni considerazione sull’applicabilità delle norme generali e speciali alla RAI s.p.a, vi è da dire che l’art. 3 della legge n. 206/93, con formulazione ripresa e fatta propria dallo Statuto (art. 29), prevede e dispone che la nomina del direttore generale della società, di competenza del Consiglio di Amministrazione sia fatta d’intesa con l’assemblea dei soci.

            E’ questo un dato normativo dal quale non si può prescindere.

            E allora gli sforzi ermeneutici, pur indirizzati allo svuotamento della natura dell’atto di intesa, non sembrano cogliere nel segno allorché, da un lato, indicano tale atto come autorizzazione e dall’altro lo identificano come nulla-osta, apparendo fuorvianti le altre allocazioni definitorie, tutte finalizzate ad accreditare un concetto di intesa (nella manualistica associato alle convenzioni e agli accordi amministrativi, tutti atti negoziali) svuotato da ogni pregnante significato.

            Partendo dalla definizione che lo stesso consulente di parte ammette esistere (perché tratta dal vocabolario della lingua italiana) di “accordo tra persone o gruppi”, e ammessa anche la più scolastica e meno elaborata delle definizioni di autorizzazione (quale provvedimento che rimuove un ostacolo all’esercizio di un diritto), categoria nella quale rientra il “nulla-osta” (nihil obstat=nulla si oppone), vi è da osservare che sotto qualsiasi profilo s’intenda l’”intesa”, essa rappresenta una manifestazione di volontà e non una mera conoscenza o presa d’atto, che nulla aggiungono ad una decisione già presa.

            L’intesa, vuoi che sia un accordo, vuoi che sia la volontà di consentire ad altri l’esercizio di un diritto (dopo aver valutato se tale esercizio tuteli o meno un interesse di carattere generale o superiore) consiste, comunque, in una libera determinazione di soggetti che, attraverso essa, esprimono un consenso che, nella fattispecie che ci occupa, è assolutamente necessario alla nomina stessa  e che, come ammette la difesa, consegue (non in posizione collaterale ma quale diretto prodotto) alla proposta promossa dal Presidente della RAI che, attraverso essa, partecipa agli azionisti l’”intendimento” del Consiglio di Amministrazione.

            Diversamente opinando e qualora si volesse accedere alla tesi di un’intesa quale strumento neutrale o pressoché ininfluente, perché mai senza di essa dovrebbe realizzarsi una grave crisi politico istituzionale?

            Il Collegio è assolutamente convinto che l’intesa sia elemento essenziale e non accidentale della nomina (formalmente fatta dal Consiglio di Amministrazione) e questa necessarietà, al di là delle possibili costruzioni teoriche, è dimostrata dalla realtà fattuale, rappresentata dai frenetici contatti prima e dopo l’assemblea degli azionisti, dalla modifica del testo dell’intesa, dal disappunto dei consiglieri per l’inopinata condizione posta nel corso della prima assemblea e dalla puntigliosa e affannosa ricerca, da parte del Ministro Siniscalco e dei suoi collaboratori, di una formula che li mettesse al riparo da futuri (e paventati) addebiti.       

            Sulla base di siffatto convincimento, cioè che l’intesa è manifestazione di volontà avente un ruolo assolutamente portante nel procedimento di nomina del direttore generale, deve allora esaminarsi se (e in quale misura) i convenuti rappresentanti del Ministero dell’Economia e delle Finanze abbiano contributo alla illegittima determinazione del Consiglio di Amministrazione.

            Non si tratta, come è ovvio, di una condotta assolutamente omogenea e assimilabile a quella di un organo collegiale ove ogni posizione trova poi allocazione finalistica nella decisione ultima ma di atti e comportamenti che, con distinta efficacia causale, hanno influito in maniera autonoma alla volontà espressa, come in questa fattispecie, nel rendere o meno un’intesa.

            E allora, in primo luogo, deve essere dato rilievo alla condotta del ministro SINISCALCO, di colui, cioè, che al vertice politico dell’Amministrazione ha manifestato (anche se non in prima persona ma attraverso i suoi delegati Vitolo e Scannapieco) il proprio consenso alla nomina del dott. MEOCCI.

            Non può accedersi alla costruzione funzionale offerta dalla difesa circa un’incidenza, nell’assunzione delle decisioni che coinvolgono il Ministero, puramente di indirizzo, impulso o coordinamento senza diretta partecipazione attiva.

            Anche a voler lasciare in disparte quello che è patrimonio di conoscenza di tutti coloro che hanno esperienza di Pubblica  Amministrazione – ovvero che formalmente o informalmente tutte le decisioni che impegnano fortemente il dicastero sono rapportate o rapportabili al vertice politico – vi è da dire che tutta la documentazione in atti depone, nella vicenda, per un ruolo di attore protagonista e non di comparsa o, peggio, spettatore, del ministro SINISCALCO.

            A cominciare dalle deposizioni dei suoi più stretti collaboratori: la dott.ssa Vitolo con una dichiarazione resa al P.M. ha dichiarato che sia lei che il dott. Scannapieco il 4 agosto 2005 , nel corso di una riunione nello studio del ministro, manifestarono il loro avviso contrario circa un’intesa avente solo contenuto “politico”, priva di ogni valutazione sulla legittimità della nomina del dott. MEOCCI.

            Il dott. Fortunato, Capo di Gabinetto, ha confermato l’avvenuta riunione, presenti il dott. CAPUTI, il dott. Scannapieco, la dott.ssa Vitolo , forse il dott. GRILLI, e il dott. Pinto, nella quale si “addivenne alla soluzione di far manifestare in sede assembleare…la prevista intesa nell’intendimento che questa non consistesse in un atto di codecisione bensì meramente in un atto di gradimento della persona sulla quale,come detto, il Ministero non aveva alcunché da dire”.

            Lo stesso ha affermato, sostanzialmente, il dott. GRILLI, Capo Dipartimento, che provvide, su espressa ed esplicita disposizione del Ministro, ad incaricare il dott. Scannapieco e la dott.ssa Vitolo di redigere la dichiarazione d’intesa sulla base delle indicazioni fornite dal Ministro dopo la riunione con il Capo di Gabinetto ed il Capo dell’Ufficio Legislativo.

            Dopo le rimostranze del Consiglio di Amministrazione sull’ormai noto distinguo circa la competenza a valutare la sussistenza di motivi di incompatibilità del dott. MEOCCI, fu lo stesso Ministro (sempre secondo quanto riferito dal dott. GRILLI) a correggere la delega al dott. Scannapieco per la partecipazione alla seconda assemblea.

            Un particolare rilievo, ai fini della confutazione della ricostruzione difensiva, deve essere riconosciuto alla dichiarazione del dott. CAPUTI che, quale Capo dell’Ufficio Legislativo, venne incaricato di redigere un parere circa la natura di atto di “gradimento politico” della manifestanda intesa, dopo che su di essa - e non prima di essa - si era già formato il convincimento dei partecipanti a quella riunione.

Riunione alla quale, per stessa ammissione del ministro Siniscalco parteciparono il Capo di Gabinetto, il Capo dell’Ufficio Legislativo e i funzionari (Scannapieco e Vitolo) che dovevano poi rappresentare il MEF in assemblea.

A costoro, secondo quanto affermato dal dott. Scannapieco, deve aggiungersi il vice Capo di gabinetto.   

             Ma è lo stesso appunto manoscritto del Ministro, inviato al dott. GRILLI nel primo pomeriggio del 4 agosto 2005 ,  a denunciare il ruolo fattivo e determinante del Ministro nella scelta, concordata dopo intense e frenetiche telefonate con l’allora Presidente della RAI dott. Petruccioli.

            Non appare quindi sostenibile una costruzione della condotta del ministro SINISCALCO come quella di un vertice politico che, in maniera quasi asettica e disincantata, osserva, indirizza, coordina ma lascia ai suoi funzionari una decisione di un tale livello.

            Una simile ricostruzione, per quanto detto, non è credibile e non è creduta dal Collegio che, quindi, ritiene il ministro SINISCALCO (malgrado anche il parere sfavorevole informalmente resogli dal prof. Roberto PESSI) pienamente e consapevolmente coautore della scelta del dott. MEOCCI a direttore generale della RAI, salvo poi a mettere in atto, insieme ai suoi collaboratori e funzionari che lo rappresentarono in assemblea, un tentativo per sminuire il proprio ruolo, assolutamente mal costruito e inefficace.

            Né ad una differente valutazione può condurre il provvedimento del P.M. penale che questo organo giudicante – per quanto gli compete – non condivide in alcuni suoi passaggi ricostruttivi, quali la modalità di acquisizione dell’intesa (telefonicamente dal Presidente della RAI), la esclusività della competenza della scelta del Direttore Generale della RAI al CdA della società, limiti e natura dell’intesa (sovrapponibile alla tesi del ministro), potere/dovere di verifica dei requisiti del nominando in capo al solo CdA.

            Il convincimento, ma soprattutto l’istruttoria effettuata in questa sede depongono per l’erroneità di taluni paradigmi valutativi del P.M. penale che ne inficiano, in radice, una positiva valutazione con riaffermazione di tutti i motivi che, secondo il Collegio, postulano una condanna del ministro SINISCALCO.

            A diversa conclusione deve giungersi quanto alla contestata responsabilità del dott. GRILLI e del dott. CAPUTI.

            La Procura ritiene il primo corresponsabile della decisione assunta dal Ministro SINISCALCO sulla base della sua partecipazione alle riunioni (una, preliminare, tra il ministro ed i consiglieri Curzi ed Urbani  “sul da farsi”, pag. 27 della citazione) e poi alle successive, nonché destinatario di alcune e-mail inviate dalla dott.ssa Vitolo e dal dott. Scannapieco.

            Ora, in disparte il fatto che il P.M. si è avvalso di una ricostruzione dei fatti effettuata da questi ultimi dirigenti che, ad avviso del Collegio, non possono ritenersi soggetti “terzi” ma pienamente partecipi del procedimento di formazione dell’intesa, da loro espressamente manifestata in sede assembleare in modo conforme alle istruzioni del ministro, vi è da dire che la contestazione del dott. GRILLI appare fondata unicamente sulla sua posizione di Capo Dipartimento del Tesoro, ovvero di un alto dirigente che, per la sua collocazione funzionale “non poteva non sapere o non essere d’accordo”.

            Va detto, in primo luogo, che mentre la partecipazione ad una riunione (tra ministro e consiglieri RAI Curzi ed Urbani) nulla rileva se dalla stessa non scaturisca, poi, alcuna decisione, va precisato che alle riunioni del 4 agosto 2005, alle quali parteciparono sicuramente Scannapieco ed altri dirigenti, il dott. GRILLI, - che  non sembrerebbe aver partecipato ad altre riunione (vedi audizione del dott. Fortunato) ma, a tutto voler concedere, anche in tale ipotesi - ha solo “girato” al dott. CAPUTI la richiesta del ministro di redigere una nota in cui si chiedeva di verificare la sussistenza dei requisiti legali per la nomina del Direttore Generale della RAI e, poi, trasmesso al Direttore Generale, dott. Scannapieco, responsabile della Direzione di prima fascia in cui era insita, tra l’altro, la direzione che si occupava delle partecipazioni azionarie, le istruzioni del ministro.

            Peraltro deve precisarsi, da parte del Collegio, che la partecipazione ad una riunione informale, nella quale si esprimono valutazioni (anche sbagliate, ma questo può essere affermato solo ex post) in ordine alla compatibilità o meno del dott. MEOCCI a ricoprire la carica di Direttore Generale della RAI, non è sufficiente a radicare una fattispecie di responsabilità se poi la scelta non è corale ma deve essere ricondotta ad un unico soggetto (il ministro SINISCALCO) il quale, non solo ha tenuto contatti diretti con il Presidente ed i consiglieri di amministrazione della società radiotelevisiva, ma ha compiuto – autonomamente -  atti di amministrazione attiva (quale, ad es. l’acquisizione di pareri ancorché informali), determinandosi in prima persona a manifestare quell’intesa che i dottori Scannapieco e Vitolo  hanno poi riportato in assemblea; in merito a questa manifestazione vi è da dire, peraltro, che non risulta che i due dirigenti si siano, in nessun modo, opposti o abbiano formalmente (ma solo timidamente anche a voler accedere alla loro ricostruzione) disapprovato.

            L’aver rivestito la carica di Capo Dipartimento, quindi, non può essere motivo sufficiente a ritenere il dott. GRILLI corresponsabile di una decisione che, dagli atti, non è a lui riconducibile in modo diretto e immediato (ma che è scaturita da contatti e riunioni alle quali non è certo che abbia partecipato e, comunque, nelle quali non sono state adottate soluzioni collegiali).

            Con ciò ponendo in secondo piano la responsabilità di soggetti, quali il dott. Scannapieco e la dott.ssa Vitolo dei quali, in atti, esiste la prova di un costante e più diretto coinvolgimento, come si evince anche dal resoconto che – non come soggetti terzi – hanno fornito al P.M (che però ha ritenuto di definirli meri esecutori di ordini).

            Il dott. GRILLI va, quindi, assolto da ogni addebito e la stessa affermazione assolutoria deve pronunciarsi nei confronti del dott. CAPUTI  che, quale responsabile dell’Ufficio Legislativo, ha redatto, dopo la riunione del 4 agosto 2005, il proprio parere in modo conforme alle indicazioni emerse nel corso di quella riunione.

            E’ convincimento di questo Collegio che una ponderata contestazione di addebito deve essere aderente, il più possibile, alle azioni concretamente attuative di un danno erariale e, tra queste, non possono rientrare i pareri rilasciati da chicchessia, soprattutto allorché - come in questo caso – non si tratta tecnicamente di un parere ma di una sorta di trasposizione, in una relazione, del dibattito giuridico svoltosi in precedenza.

            Si può, ma con valutazione ex post, opinare sulla condivisibilità o meno delle sue conclusioni ma non si può, ad avviso del Collegio, ritenere l’estensore del “parere” corresponsabile di una decisione, riferibile esclusivamente ad altri, e reputata dannosa per la RAI.

            Diversamente, se la riunione avesse costituito il nucleo centrale del vulnus arrecato alle finanze erariali, il P.M. avrebbe dovuto citare in giudizio tutti i partecipanti, ma il non averlo fatto fa presumere che egli stesso non abbia ritenuto quella riunione un fatto genetico del danno ma solo un passaggio burocratico nell’iter decisionale del ministro.

            L’affermazione della responsabilità amministrativa richiede però, come è noto, la verificazione di azioni che, con efficacia causale o almeno concausale, abbiano provocato il vulnus all’Erario, non la mera partecipazione, passiva o ininfluente, a quella stessa azione.

            Lo scrutinio che deve operarsi, quindi, è proprio quello relativo all’incidenza del comportamento sulla lesione perpetrata e, nel caso di specie, non può che ribadirsi che partecipare ad una riunione conoscitiva o prodromica ad una decisione opure il rilascio di un avviso di tipo giuridico non può essere sufficiente a radicare la contestazione di una responsabilità amministrativa di tipo risarcitorio, se l’apporto che si contesta  rimane ristretto in un ambito meramente collaterale a quello decisionale.

            Il dott. CAPUTI va, pertanto, mandato assolto da ogni addebito.

            Lo stesso parametro valutativo consente di poter affermare il rigetto della domanda risarcitoria del P.M. formulata nei confronti del dott. GUARISO e del dott. CARIDI, entrambi rappresentanti della SIAE.

            Omessa ogni valutazione sul potere del primo di delegare il secondo, essendo un atto interno la cui legittimità va verificata, semmai, in altra sede, quello che rileva, ai fini della valutazione della loro condotta, è se costoro abbiano, concorrendo ad esprimere l’intesa dell’azionista, contribuito, in maniera diretta ed efficace, alla causazione del danno.

            Non vi è dubbio che, in linea teorica, la loro partecipazione sia stata essenziale alla formazione di un’assemblea totalitaria ma lo stesso non può dirsi in merito al raggiungimento del quorum deliberativo previsto.

            La partecipazione azionaria della SIAE, assolutamente minoritaria, addirittura minimale, non poneva, oggettivamente, i due rappresentati della SIAE nella condizione di poter efficacemente contrastare la volontà espressa dall’azionista di maggioranza, alla quale si sono, forse supinamente, adeguati.

            Non può concordarsi, al riguardo, con quanto affermato in citazione dal P.M., ovvero che “il loro comportamento ha avuto una enorme rilevanza concreta poiché ha permesso di non affrontare ex professo la questione relativa alla carenza di ostacoli legali alla nomina del dott. MEOCCI, rimasta in ambito assembleare sempre in sottofondo”.

            Quanto precede collide, infatti, con la ricostruzione degli eventi precedenti le due assemblee, i contatti e le riunioni in sede RAI e Ministero dell’Economia, dalle quali la SIAE è stata tenuta fuori.

            Si può, quindi, affermare che un diverso contegno da parte dei rappresentanti SIAE sarebbe stato auspicabile e che – ammessa una loro disinformazione – una più collaborativa e fattiva partecipazione avrebbe potuto arricchire il dibattito; non è, però, ragionevole pensare che il loro atteggiamento abbia inibito una disamina “ex professo”, come ritiene la Procura, poiché la semplice ricostruzione degli eventi fatta dallo stesso requirente, sulla base della complessa istruttoria svolta, fa propendere come scarsamente verosimile una simile ipotesi.

            Colpevole, allora, può dirsi il loro silenzio o la mancanza di un contributo al dibattito ma, ad esser realisti, l’assemblea degli azionisti si è tenuta in un quarto d’ora, tempo sufficiente solo a “ratificare” una decisione già presa da parte dell’azionista di maggioranza e sulla quale nessuna influenza avrebbe potuto significativamente operare una manifestata perplessità o contrarietà della SIAE.

             Colpevolezza che, non concretizzando il richiesto livello di gravità, così come richiesto per l’affermazione della responsabilità amministrativa, consente di mandare assolti da ogni addebito il dott. Silvano GUARISO ed il dott. Domenico CARIDI.

            La Procura, poi, in relazione alla nomina chiede che questa Corte emetta una sentenza dichiarativa della nullità dei relativi atti, con particolare riferimento al contratto stipulato con il dott. MEOCCI, relativo al trattamento economico.

            Su tale domanda è sufficiente ricordare che la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 27092/09, ha dichiarato la giurisdizione del giudice ordinario per cui, in merito, non vi è luogo a provvedere da parte di questo Collegio.

            B) Danno all’immagine della RAI conseguente alla nomina del dott. MEOCCI alla carica di direttore generale della RAI.

            In ordine alla contestazione che precede il Collegio prende atto che, con ordinanza n. 470/2010, questa Sezione Giurisdizionale ha dichiarato, ex art. 17, comma 30 del decreto-legge 1/7/2009, n. 78, convertito in legge dalla legge 3/8/2009, n. 102, nel testo modificato dal decreto-legge 3/8/2009, n. 103, contenente “Disposizioni correttive del decreto-legge anticrisi n. 78 del 2009” la nullità di tutti gli atti istruttori e processuali riguardanti la contestazione riferibile ad un danno all’immagine dell’azienda causato dai comportamenti valutati nel precedente punto A).

            Ciò posto, questo Collegio non può che respingere la domanda di condanna risarcitoria a tal fine avanzata dal requirente.

            C) Acquisizione da parte della RAI di una serie di pareri aventi ad oggetto, lato sensu, la legittimità della nomina del dott. MEOCCI alla carica di direttore generale della RAI.

            Il requirente chiede la condanna dei convenuti URBANI, PETRONI, CATTANEO (e del consigliere CURZI, nel frattempo deceduto) al risarcimento di complessivi €. 100.980,00 per aver illegittimamente chiesto, prima della nomina del dott. MEOCCI a direttore generale, i noti pareri legali ai proff. Pace e Luciani e agli avv.ti Malinconico e Ripa di Meana.

            La stessa Procura chiede poi che sia pronunciata sentenza di condanna nei confronti dell’avv. ESPOSITO e del dott. MEOCCI, successivamente alla nomina di questi, per aver chiesto ulteriori pareri sulla legittimità dell’adottata decisione del CdA. L’ammontare di questo specifico danno è pari ad  €. 322.382,50.

            La Procura è dell’avviso che l’illegittimità delle richieste trovi, innanzitutto, un proprio filo conduttore nella chiarezza della norma scrutinata dai professionisti (art. 2, comma IX della legge n. 481/95) e, quindi, sostanzialmente nell’inutilità dei pareri sollecitati, per differenziare poi l’illiceità delle condotte, da una parte, in relazione alla carenza del potere da parte di singoli consiglieri di amministrazione di richiederli e, dall’altro, nello sviamento dello stesso da parte dell’arch. CATTANEO che avrebbe avallato una richiesta illegittima, spinto dal suo interesse egoistico alla riconferma (pareri preventivi).

            La stessa illiceità vizierebbe poi le richieste di parere agli avv.ti Dell’Olio, Sticchi Damiani, De Vergottini, Ruffolo, Punzi e Di Porto, Bertolissi, Ronco, Roversi Monaco e Caranta, tutte successive all’avventa nomina del dott. MEOCCI.

            In relazione a queste ultime la Procura ritiene che esse non possano punto giustificarsi proprio perché surrettiziamente avanzate allo scopo di crearsi uno “scudo” per fronteggiare eventuali (e temute) contestazioni anche penali (il parere richiesto al prof. Ronco è proprio in questi termini).

            Su tutte, poi, impinge la genetica illiceità che astringe le consulenze richieste al di fuori degli stretti parametri legali di cui all’art. 7, comma 6, del D. Lgs. n. 165/2001.

            Il Collegio, a tal riguardo, ritiene che debba operarsi una netta distinzione.

            Riaffermata la convinzione che esulano dal procedimento giustiziale valutazioni ex post e, quindi, che affermazioni del tipo “la norma era chiara” oppure  che “non vi era necessità di acquisire pareri” non possono trovare ingresso, proprio perché postulati di vicende giudiziarie celebratesi successivamente agli eventi in esame (e frutto di ponderate, prolungate e diversificate cognizioni che non possono poi essere riportate in un diverso procedimento annotandole come traguardi ermeneutici di facile approdo), deve considerarsi quanto segue.

            L’impostazione data dalla Procura, ovvero di suddividere le richieste di pareri in due fasi, una “preventiva” e l’altra “successiva” alla nomina del dott. MEOCCI trova la condivisione di questo Collegio.

            La ragione di questa condivisione riposa, però, sul motivo che alla luce dell’importanza della proposta da fare all’azionista e nella considerazione che il soggetto su cui si andavano accentrando le preferenze “politiche” presentava problemi in ordine alla sua giuridica compatibilità,  l’acquisizione di pareri esterni “preventivi”appare giustificata.

            Premesso che non si è d’accordo sulla considerazione di ordine generale che rinviene un motivo d’illegittimità nella presenza di un ufficio legale aziendale, il Collegio non è neanche d’accordo  con la prospettazione attorea dell’inidoneità di singoli consiglieri a richiedere pareri.

            Quanto al primo profilo vi è da dire che non può essere sufficiente affermare che l’Ufficio Affari Legali della RAI poteva contare su ben 18 professionisti per concludere, senz’altro argomentare, che i  pareri potevano ben essere resi all’interno dell’azienda stessa.

            Al di là di intuibili motivi di delicatezza ed opportunità, nonché commistione di interessi sempre possibili, potenzialmente vizianti la genuinità degli stessi pareri, vi è da osservare che non è stato vagliato il carico di lavoro gravante su detto ufficio, messo in luce dalla difesa dell’avv. ESPOSITO, nonché la ripartizione degli affari tra i vari legali, ma si è preso in considerazione, assiomaticamente, solo l’organico degli avvocati presenti per concludere che il parere poteva trovare scaturigine all’interno della RAI.

            Il Collegio reputa, invece, che l’acquisizione di pareri “preventivi”, nella vicenda che ci occupa, ad opera di professionisti esterni, sia stata giustificata dalla problematicità della materia, diversa da una piana e semplice applicabilità dell’art. 2, comma 9 della legge n. 481/95,  rappresentata dalla opportunità di chiarire, in modo puntuale,  la sua interrelazione con la garanzia posta dall’art. 51 della Costituzione e, quindi, con la possibile lesione di un diritto costituzionalmente garantito.

            E’ vero che le richieste non sono state tutte formulate omogeneamente ma anzi, come evidenziato, talune paiono contenere possibili input per soluzioni “gradite” a questa o a quella componente consiliare, ma questa è una supposizione che, quale remora metagiuridica, nulla incide sulla valutazione giuridica di giustificabilità delle acquisizioni.

            Né vizio autonomo costituisce la provenienza della richiesta poichè, se alcune sono state formalizzate dall’avv. ESPOSITO su sollecitazione del consigliere anziano facente funzione di Presidente, le altre (quelle riconducibili ai consiglieri Urbani e Petroni) non sono state contestate in sede propria, ovvero dal Consiglio di Amministrazione, il quale anzi le ha fatte proprie ed ha utilizzato quei pareri, partecipandoli anche al Collegio Sindacale, ancorché disattenendoli.

            D’altronde l’ordinamento pubblicistico, come è noto, non vieta in modo radicale il ricorso alle consulenze esterne ma le restringe in modo significativo, permettendole solo al ricorrere di determinate circostanze e alla presenza di ben individuati requisiti (art. 7, comma 6 del D. Lgs. n. 165/01), né sconosce l’istituto della ratifica.

            Nella fattispecie il Collegio ritiene che dette condizioni sussistano, con il risultato che l’acquisizione dei pareri richiesti al prof. Pace, al prof. Luciani, all’avv. Maliconico e all’avv. Ripa di Meana (e relativa spesa) è da considerarsi legittimamente disposta.

            In parte qua, la pretesa risarcitoria nei confronti dei convenuti CATTANEO, PETRONI e URBANI deve essere respinta.

            Lo stesso schema paradigmatico, applicato all’acquisizione di pareri “successivi” alla nomina del dott. MEOCCI, alla carica di direttore generale della RAI, conduce però a conclusione opposta.

            La richiesta di acquisizione di numerosi pareri (ben nove), sostanzialmente ripetitivi degli stessi quesiti già elaborati in sede preventiva, in pendenza – tra l’altro – di un parere chiesto dal Presidente alla stessa AGCOM e da questa dichiarato “non assecondabile” il 16 settembre 2005, appare fortemente viziata da un’illiceità di fondo, rappresentata dal fuorviante intendimento di approfondire ulteriormente i già emersi aspetti problematici.

            Tale intendimento, invece, a parere del Collegio che condivide la tesi della Procura, nascondeva proprio la volontà di ricercare, ex post, appoggi ed appigli legali in vista della prospettata impugnazione della nomina da parte dei consiglieri di minoranza.

            Non può sfuggire, infatti, che in assenza di qualsivoglia evento modificativo il dott. MEOCCI, appena insediatosi, nello stesso mese di agosto 2005, concordò o comunque approvò il progetto dell’avv. ESPOSITO di chiedere l’avviso di ben nove professionisti sulla legittimità di una nomina già effettuata.

            Non vi era motivo alcuno, ad avviso del Collegio, per chiederli, atteso che da nessuno dei consiglieri o dall’azionista, in un momento di resipiscenza, era stata prospettata l’iniziativa di adottare una decisione in autotutela, attraverso la revoca di quel provvedimento.

 Anzi, al contrario, si andava ancora alla ricerca, come riferito dal cons. URBANI e riportato in citazione, di un parere “benevolo” che supportasse la decisione presa e contrastasse efficacemente i pareri negativi.

            La nomina era stata fatta e non vi era ragione alcuna – se la stessa era stata effettuata dopo ponderata ed accorta valutazione – per dubitare della sua legittimità.

            Ma, a ben vedere, il primo a dubitarne era proprio il nuovo direttore generale, dott. MEOCCI, che alla fine del mese di agosto 2005, appena insediato, approvò la richiesta (pletorica e onerosissima), con l’avallo, l’input o comunque con la collaborazione dell’avv. ESPOSITO (che non risulta aver mai speso una parola per indurre consiglieri e direttore generale ad una cauta riflessione).

            L’unica, palpabile ragione che si apprezza dalla lettura delle note di incarico e delle lettere dell’avv. ESPOSITO al Presidente e al nuovo Direttore Generale è proprio il timore di una censura, sia da parte dell’AGCOM che del Giudice Amministrativo (oltreché di quello ordinario), per una decisione palesemente frutto di una forzatura politica, di una conclamata sottomissione di ogni finalità di sana e corretta gestione al potere politico dell’azionista di maggioranza (e del Governo di riferimento).

            Non vi è, quindi, spazio alcuno per poter reputare che il dott. MEOCCI e l’avv. Rubens ESPOSITO abbiano agito per il perseguimento di un lecito fine aziendale, per un prudenziale obiettivo di tutela dell’azienda ma solo per “offrire” (egoisticamente) un riparo legale ad una nomina che non poteva essere fatta.

            Alla luce, però, delle diverse professionalità, giornalista l’uno ed esperto legale l’altro, vi è da dire che il danno contestato può essere addebitato al dott. MEOCCI nella misura di un terzo, mentre i rimanenti due terzi debbono essere addebitati all’avv. Rubens ESPOSITO che vanno, pertanto, condannati a risarcire il relativo danno arrecato alla RAI.

            D) Mancato pagamento della sanzione inflitta dall’AGCOM entro 30 giorni decorrenti dalla notifica della delibera n. 221/06, avvenuta in data 3 maggio 2006.

            La Procura contesta all’avv. ESPOSITO di aver causato il danno di €. 1.437.930,70, pari alla pena pecuniaria irrogata, ex art. 27, comma 5 della legge n. 689/81 dall’AGCOM in conseguenza del ritardato pagamento della sanzione comminata e descritta sub A).

            In particolare si addebita all’avv. ESPOSITO di non aver mai avvertito il Consiglio di Amministrazione del termine perentorio (trenta giorni dalla notificazione) previsto per il pagamento della sanzione, così concretizzando i presupposti per la richiesta della maggior somma.

            La difesa del convenuto ha opposto all’accusa del requirente argomentate deduzioni e, soprattutto, ha rappresentato che avverso la nota n. 351 del 3 gennaio 2007 della stessa AGCOM è stato proposto rituale ricorso straordinario al Capo dello Stato, tuttora non deciso.

            La circostanza, al di là delle considerazioni di merito svolte dalle parti, è assolutamente rilevante perché, allo stato e ancorché la somma sia stata versata all’AGCOM a titolo prudenziale, non può dirsi che vi sia stato, con certezza ed attualità, un danno erariale (cfr. in termini, C. Conti Lombardia Sez. giurisdiz. sent., 20/06/2008, n. 428).

            La mancanza di siffatti elementi al momento della pronuncia non consente di poter ravvisare, in capo al richiedente, un interesse al ripristino della lesione subìta dalla finanza pubblica proprio perché essa è carente di certezza e definitività cosicché, allo stato, la domanda deve essere rigettata, salve la possibilità di una riproposizione dell’azione al sussistere dei necessari presupposti.

            E) Utilizzazione, per la difesa nel procedimento instaurato dall’AGCOM e per quella nei giudizi dinanzi al TAR Lazio e al Consiglio di Stato avverso la delibera dell’AGCOM di tre professionisti esterni nonostante che la RAI avesse a disposizione tutti gli avvocati in servizio presso il settore “affari legali e societari” e fosse rappresentata nell’ambito del procedimento amministrativo ed in giudizio da due avvocati interni (avv. Esposito e Pistolesi).

            Il requirente contesta all’avv. ESPOSITO di aver causato alla RAI un danno pari ad €. 160.968,00 in relazione alla fattispecie suindicata, esponendo che, malgrado la presenza di una numerosa compagine di legali all’interno dell’azienda, la RAI si era avvalsa dell’opera di tre professionisti esterni (gli avv.ti Luciani, Sticchi Damiani e Cinelli remunerati, i primi due, con €. 255.276,00 mentre il terzo non risultava essere stato pagato).

            Richiamate considerazioni già espresse in merito alla possibilità di avvalersi di consulenti esterni, il P.M. ritiene che l’affidamento dell’incarico sia illegittimo (e produttivo di danno) in quanto nella struttura aziendale era presente un valido ufficio legale con 18 avvocati e, soprattutto, l’iniziativa di richiedere il patrocinio di professionisti esterni sarebbe addebitabile esclusivamente all’avv. ESPOSITO che, nelle sue difese – sia in sede istruttoria che durante il procedimento innanzi questa Sezione – ha richiamato quanto deliberato dal CdA in alcune riunioni (11 gennaio, 1-2 febbraio, 3 maggio, 9/10 maggio e 26 luglio del 2006), richiami che il P.M. ha ritenuto inconferenti o, comunque, insoddifacenti.

L’impostazione della domanda attorea, con esclusivo addebito al responsabile degli affari legali della RAI del danno correlato alla (asserita) indebita collaborazione richiesta ai tre professionisti, induce a ritenere che il requirente abbia valutato come immune da censure il conferimento all’esterno dell’incarico poiché, in caso contrario, l’atto illegittimo avrebbe dovuto essere imputato al CdA, ma così non è stato anche se poi lo stesso P.M., a sostegno della sua domanda, cita due sentenze che discettano proprio in materia de liceità/illiceità di conferimenti da parte degli organi normalmente legittimati a farlo.

E’ pur vero che il richiamo ad una struttura idonea a difendere adeguatamente la RAI potrebbe far pensare che si voglia contestare, in radice, la legittimità del conferimento ma l’indicazione dell’avv. ESPOSITO come unico destinatario dell’addebito (peraltro quantitativamente ridotto rispetto alle due parcelle pagate) induce il Collegio a dare lettura logicamente sostenibile all’accusa, per cui deve essere sottoposta a scrutinio la sola condotta dell’avv. ESPOSITO.

Sgombrato il campo da un’altra perplessità inerente alla mancanza di ogni contestazione in capo a colui (Direttore Amministrativo?) che avrebbe autorizzato o disposto il pagamento delle parcelle in assenza di valido ed efficace provvedimento legittimante, l’esame degli atti denota un’assenza di responsabilità amministrativa dell’avv. ESPOSITO nella fattispecie in esame, soprattutto sotto il profilo del necessario elemento psicologico.

Viene sottoposta all’apprezzamento del Collegio una serie di verbali del CdA della RAI dalla quale si evincerebbe, secondo la tesi attorea, la colpevolezza del convenuto mentre, secondo la difesa, in essi risalterebbe la piena legittimità dell’azione del legale.

In via preliminare, nel verbale dell’11 gennaio 2006 si dà atto che il Presidente della RAI ha sottoposto ai consiglieri alcuni documenti relativi alla contestazione dell’AGCOM (propedeutica all’irrogazione della sanzione) e si delibera di dare mandato alla direzione Affari Legali di predisporre una memoria per la stessa Autorità , memoria che è stata predisposta e sottoposta ai consiglieri nella seduta dell’1-2 febbraio 2006.

Malgrado ciò, l’AGCOM emise le delibere n. 221/06 (diretta all’Azienda) e n. 220/06 (diretta al dott. MEOCCI), sanzionatorie dell’illegittima nomina e, nella riunione del 3 maggio 2006, il Presidente ne diede comunicazione ai consiglieri, ai quali distribuì anche copia del primo documento, il cui contenuto venne illustrato dall’avv. ESPOSITO.

Al termine del dibattito si deliberò di proporre ricorso al TAR, munendolo di domanda cautelare.

Nello stesso verbale si legge (pag. 102) “Il consigliere Rognoni propone di richiedere una consulenza legale esterna per istruire il ricorso. L’avv. Esposito conferma che l’Azienda si avvale per questa vicenda della consulenza dei proff. avv.ti Luciani Sticchi Damiani e Cinelli. Il Presidente si riserva di valutare con il Direttore Affari Legali e Societari questa eventualità”.

Secondo il P.M. questo passaggio dimostrerebbe come il CdA avrebbe preso “unicamente atto, ex post, dell’affidamento dell’incarico professionale in questione ai tre professionisti ma non ha in alcun modo ratificato l’operato dell’avv. Esposito” e, comunque, che il Presidente del CdA non aveva mai sciolto positivamente la riserva formulata.

Il Collegio non aderisce, quanto meno per il dato letterale, alla costruzione operata dalla Procura.

In primo luogo il passo del verbale, letto in tutti e tre i commi, denota – ovviamente ad avviso del Collegio – che l’eventualità su cui si sarebbe dovuto pronunciare il Presidente non era quella di incaricare i tre professionisti nominati ma quella relativa alla richiesta del consigliere Rognoni di richiedere una (nuova) consulenza legale esterna; proposta “bloccata” dalla precisazione dell’avv. ESPOSITO che “conferma” - e non “annuncia” - che sulla problematica erano stati già interessati quei tre professionisti.

Ora, al di là di una pur elementare semantica del termine, ove conferma vale quale ripetizione di cose già dette, deve osservarsi che la mancanza di ogni osservazione al riguardo da parte dei consiglieri e del Presidente Petruccioli ha il significato di una ratifica implicita del negozio eventualmente stipulato dal falsus procurator (ed il successivo pagamento delle parcelle lo dimostrerebbe); né, sotto il profilo formale serviva un atto scritto neanche quando il negozio stipulato fosse stato concluso in tale forma (Cass. n. 11509/08).

La conseguente riflessione è che la contestazione è mal posta e deve essere respinta.

Ma anche a tutto voler concedere all’accusa, deve dirsi che la presenza di un numero significativo di avvocati all’interno dell’azienda non è argomento sufficiente, esaustivo per supportare un’ipotesi di illiceità del conferimento esterno se non si dimostra, da parte del P.M. che, al di là del dato numerico, l’Azienda poteva contare sulla miglior difesa possibile a tutela delle ragione della stessa (e dell’Erario).

E’ ben vero, come ricordato nella giurisprudenza citata dall’attore, che la discrezionalità insindacabile da parte di questa Corte (posta dall’art. 1 della legge n. 20/94) trova un puntuale limite esterno allorché l’uso di questo potere trasmodi in abuso scellerato, in scelte prive di ogni concreta e minimale giustificazione, in mortificazione delle professionalità interne.

Nel caso di specie, però, si è ritenuto che la RAI, in una vicenda tanto complessa, dovesse affidarsi al patrocinio di legali interni e, a mò di esempio, si cita la presenza, in organico, dell’avv. Pistolesi( cofirmatario di taluni atti), all’epoca neanche abilitato al patrocinio dinanzi alle superiori magistrature (e quindi, absit iniuria verbis,  con esperienza limitata).

Né può supportare la pretesa attorea il fatto che l’avv. ESPOSITO avrebbe dovuto previamente condurre un’istruttoria interna al fine di verificare se fosse o meno possibile trovare avvocati dell’azienda sufficientemente liberi da altri impegni da incaricare dello specifico patrocinio: questo è un accertamento che incombeva all’accusa secondo il noto principio dell’onus probandi.

In conclusione è convincimento del Collegio che l’avv. ESPOSITO, per le motivazioni anzidette, debba essere mandato assolto dalla specifica contestazione.

F) Richiesta di tre pareri a consulenti esterni (proff. Libertini, Vassalli e Di Porto) in merito all’avocazione da parte del CdA dei poteri del direttore generale.      

 Il requirente contesta all’avv. ESPOSITO di aver, motu proprio, richiesto una consulenza legale ai proff. Libertini, Vassalli e Di Porto in ordine alla legittimità dell’avocazione, da parte del CdA della RAI, dei poteri del Direttore Generale, collocato – su sua richiesta – in aspettativa senza assegni.

La difesa obietta che tali incarichi furono conferiti su mandato del Presidente che, oltre a richiedere l’avviso dell’avv. ESPOSITO, avrebbe sollecitato l’acquisizione di consulenti esterni, “specialisti in materia”, come si evincerebbe dal verbale della riunione tenuta dallo stesso Consiglio il 24-25 maggio 2006.

La domanda risarcitoria è fondata.

Infatti, dall’esame del verbale della riunione del 3 maggio 2006, citato anche dalla difesa, emerge che il CdA deliberò di assumere i poteri, nella situazione di vacatio venutasi a creare per il periodo di aspettativa (invero fortemente sollecitata dallo stesso Consiglio) del dott. MEOCCI, con decisione avallata, nell’immediato, dal conforto legale dell’avv. ESPOSITO (pagg. 108, 120 e 126 e ssgg.).

Alla successiva riunione del 24-25 giugno 2006 (cfr. pag. 228 del relativo verbale) l’avv. ESPOSITO “chiarisce che – anche sulla base di tre autorevoli pareri legali – la decisione presa dal Consiglio il 3 maggio scorso è giuridicamente ineccepibile e non implica alcuna responsabilità”.

Su tale affermazione né il Consiglio né il Collegio Sindacale hanno formulato osservazioni.

La vicenda, pertanto, deve essere naturalmente ricondotta nell’alveo delle consulenze che, ai sensi dell’art. 7 comma 6 del D. Lgs. n. 165/2001 possono essere richieste solo nell’eventualità che non vi sia possibilità alcuna di accedere a soluzione interna, mediante ricorso delle professionalità ivi esistenti.

Non è questo il caso di specie.

Infatti, a parte il fatto che, fin da subito, l’avv. ESPOSITO aveva affermato la legittimità di una simile decisione, avviso poi confermato in un successivo parere formale, la problematica posta non sembra, secondo questo Collegio, di natura e ampiezza tali da non poter essere esaustivamente risolta all’interno dello staff di professionisti già presenti in Azienda.

L’esame dei menzionati verbali, oltre a confermare il palese contrasto tra azione e divieto posto dalla norma dimostra, altresì, come nessuno dei consiglieri presenti abbia mosso la benché minima critica od osservazione all’affermazione dell’avv. ESPOSITO di aver acquisito tre pareri legali sulla vicenda; nessuno ha chiesto chi avesse disposto questa acquisizione e quale fosse la necessità di chiedere plurimi pareri, come se tutti, ormai, dopo l’ordinanza-ingiunzione dell’AGCOM, fossero in preda a dubbi ancestrali su ogni questione giuridica e come l’avv. ESPOSITO sembrasse il vate cui affidare la propria salvezza da ogni responsabilità.

Non vi è, quindi, nessuna autorizzazione o incarico del Presidente della RAI ad acquisire le ulteriori consulenze, per cui l’iniziativa deve essere ricondotta ad autonoma scelta e decisione dell’avv. ESPOSITO che, ai fini risarcitori, deve però dividere la sua responsabilità sia con il Consiglio di Amministrazione che con il Collegio Sindacale che, ancorché non evocati in giudizio, appaiono parimenti responsabili del relativo danno, alla cui formazione hanno concorso con pari efficacia causale.

All’avv. ESPOSITO deve, pertanto, addebitarsi il danno nella misura di un mezzo dell’intero.

G) Richiesta di quattro pareri a consulenti esterni (avv.ti Luciani, Sticchi Damiani e Cinelli, facenti parte dello stesso studio legale, nonché all’avv. Claudio Scognamiglio) in merito alla progettata transazione con il dott. Meocci.

La vicenda in esame si colloca, sotto il profilo cronologico e sistematico, nell’ambito delle problematiche insorte a seguito della decisione sanzionatoria dell’AGCOM e della necessità di risolvere il rapporto d’impiego con il dott. MEOCCI, destinatario – come detto - di altro provvedimento sanzionatorio da parte della stessa Autorità.

La soluzione transattiva, peraltro avversata e censurata dalla stessa AGCOM in relazione a taluni profili, uno dei quali addirittura grottesco (l’assunzione da parte dell’Azienda dell’obbligazione a pagare, in luogo del MEOCCI, la sanzione a questi inflitta), che scatenarono la dura reazione dei consiglieri di minoranza, derivò da analisi giuridica e attività personale dell’avv. ESPOSITO, che ne elaborò addirittura il testo, poi sottoposto al vaglio di ben quattro legali.

Anche in ordine a tale acquisizione di consulenze plurime il Collegio, titolare del potere di censura giuridica e non morale, non può che stigmatizzare il (perlomeno) disinvolto ricorso a plurime richieste di pareri (rivolte, sostanzialmente,  sempre agli stessi professionisti) rivelatisi, ex post, inutili, ma la cui necessità di acquisizione appariva, fin da subito, assolutamente non in linea con il rigoroso limite posto dal D. Lgs. n. 165/2001, mai osservato e sempre ignorato con grande e sprezzante disinvoltura, quasi che il Consiglio di Amministrazione della RAI e gli uffici di supporto fossero fonte (si passi il brutto neologismo) di una compiacente “pareropoli” (e tutto questo malgrado la indubbia serietà e profondità scientifica dei pareri resi dai professionisti consultati).

Ma anche in questo caso non vi è stata obiezione alcuna da parte degli organi collegiali, per cui la responsabilità del danno deve essere equamente divisa tra l’avv. ESPOSITO (un mezzo dell’intero) e detti organi.

   Quanto detto finora è espressivo del convincimento del Collegio che, in relazione ai fatti narrati, è accertata la responsabilità personale dei singoli convenuti, nei modi e nei termini descritti.

La narrazione, poi, lascia anche trasparire, ma dev’essere qui riaffermata, la piena sussistenza del necessario elemento psicologico richiesto ai fini della sussistenza della condanna risarcitoria.

Il requirente reputa che i convenuti abbia agito, quantomeno, con dolo eventuale.

Il Collegio ritiene, però, che in capo ai convenuti reputati responsabili delle fattispecie di danno descritte non possa ravvisarsi né la coscienza e volontà di compiere atti illeciti, né quella (contenuta e descritta dal dolo eventuale) di una cosciente accettazione del rischio della causazione del danno.

Gli atti di causa dimostrano, invece, ad avviso di questo giudicante, che tutti i comportamenti sono stati contrassegnati non dalla volontà, neanche sotto il profilo del rischio accettato, di danneggiare l’amministrazione ma da un sicuro e pervicace intento di trovare soluzioni giuridiche che legittimassero il risultato voluto (nomina di MEOCCI) o garantissero gli autori dalle più che prospettate responsabilità.

In questo si è assistito alla ricerca del metodo legale per poter  interpretare la norma in senso faovrevole alla necessità (e volontà) politica di nominare il dott. MEOCCI e, poi, correndo ai ripari per cercare una soluzione salvifica chiedendo soccorso a innumerevoli professionisti, nella (vana) speranza di ricevere un conforto giuridico che non poteva giungere.

Non vi è dubbio che tutto questo integri pienamente una colpa grave da parte di tutti i soggetti ritenuti responsabili dei fatti addebitati poiché, se può escludersi la coscienza e volontà sia di violare la legge ma anche di accertare il relativo rischio, non può dubitarsi che tutti i responsabili abbiano posto in essere un comportamento sommamente lesivo di ogni regola di prudente e buon governo della cosa pubblica, perfettamente integrante l’elemento soggettivo della colpa grave.   

              Da ultimo, il Collegio deve dare riscontro ad una tesi, quella mancanza del danno erariale, avanzata dalle difese, in ragione di una ritenuta “partita di giro” cui dovrebbe ascriversi il pagamento della sanzione, con il corollario che detta sanzione, peraltro, non sarebbe stata pagata con fondi pubblici ma con i proventi dell’attività imprenditoriale della RAI e, quindi, con somme pervenute da fonti riferibili al libero mercato.

            La tesi, pur suggestiva, è assolutamente infondata e non condivisibile.

            La tesi difensiva muove da un presupposto che, seppur vero da un punto di vista contabile, è assolutamente ininfluente: quello che le somme derivanti dalla riscossione del canone (e destinate alla fornitura del servizio pubblico) vengono indicate in una contabilità separata, per cui la sanzione, pagata con somme “diverse” da queste, non avrebbe gravato la finanza pubblica.

            Per una corretta intelligenza della questione va premesso che, ai sensi dell’art. 18 della legge n. 112/2004 (nonché dell’art. 47 del D. Lgs. 177/2005) la società, nel predisporre il bilancio di esercizio, deve indicare, in una contabilità separata, i ricavi del canone e detta contabilità deve essere conforme al modello autorizzato dall’Autorità per la Garanzia delle Comunicazioni (vedi Del. n. 102/05/CONS) .

            Il dato formale, però, non può assurgere, nella presente fattispecie, a fuorviante significato perché la rappresentazione del denaro di provenienza pubblica in un prospetto contabile “ad hoc” non può essere inteso come una sorta di separazione netta del patrimonio sociale, con conseguente “incomunicabilità” delle sopravvenienze finanziarie.

            Per affermare che, comunque, il bilancio di esercizio è unico, come unico è il patrimonio sociale che ne subisce le conseguenze, è sufficiente prendere visione sia della sintesi del conto economico che la lettera agli azionisti (v. relazione di gestione del Bilancio 2006), per apprezzare che nel 2005 vi è stata una perdita complessiva (senza distinzione tra pubblico e privato) di 78,6 milioni di euro.

            E la relazione del Collegio Sindacale, espressamente dedica un parte alla vicenda che ci occupa, allorché espone “Un paragrafo è dedicato all’incompatibilità del Dr. Meocci nella carica di Direttore Generale rilevato dall’AGCOM con delibera del 27.4.2006 per la violazione dell’art. 2 comma 9 della Legge n. 481/95, comminando alla RAI una sanzione di 14,4 milioni di Euro.
Al riguardo, il Consiglio di Amministrazione della RAI, avverso la suddetta sanzione, ha presentato ricorso al TAR del Lazio e, dopo il rigetto da parte di quest’ultimo, anche al Consiglio di Stato che, a sua volta, ha respinto la richiesta RAI di annullamento del provvedimento del TAR.
Conseguentemente, il bilancio in approvazione ha recepito interamente l’onere della sanzione applicata dall’AGCOM, per violazione di legge ed eccesso di potere oltre alla sanzione per ritardato pagamento per complessivi 15,8 milioni di Euro.
Il Dr. Meocci, in seguito alla citata delibera AGCOM, dal 3 maggio 2006 si era messo in aspettativa in attesa della decisione del TAR del Lazio; i relativi poteri, nel frattempo, erano stati delegati dal Consiglio al Presidente: l’aspettativa si è conclusa con le dimissioni del Dr. Meocci il 20 giugno 2006. Di conseguenza il Consiglio di Amministrazione, su proposta dell’Assemblea degli Azionisti, il 21 giugno 2006 ha nominato il nuovo Direttore Generale Dr. Cappon. “

            Infatti, tra i “Proventi/Oneri straordinari” è indicata, per il 2006, la posta di 15,8 milioni di euro (pari alla variazione rispetto all’anno precedente), per “Sanzioni incompatibilità carica DG”.

            Perde quindi ogni consistenza l’argomentazione delle difese di fronte alla semplice constatazione che il pagamento della sanzione ha influito su tutto il patrimonio aziendale, le cui perdite sono soggette, anche secondo lo schema civilistico più volte ricordato, al ripianamento da parte degli azionisti (cioè lo Stato).

            Né vale, da ultimo, affermare che si tratta di una mera “partita di giro”, atteso che il giudizio di questa Corte deve avere, quale esclusivo obiettivo, la lesione arrecata all’azienda, non gli ulteriori utilizzi che possono farsi delle somme incamerate dallo Stato né, d’altro canto, appare conferente il principio stabilito dalle Sezioni Riunite di questa Corte, nell’ormai risalente decisione n 29/QM/1996 in quanto, a differenza della situazione colà esaminata (ovvero neutralità – ai fini della sussistenza di un danno – della mancata erogazione del fondo perequativo), nella presente fattispecie il depauperamento delle casse della P.A. (come ritenuta la RAI) vi è effettivamente stato.

            Il danno si è sicuramente prodotto perché la perdita economica arrecata non può essere considerata “ininfluente” in ragione dell’entrata erariale, in quanto la perdita di esercizio (cui ha contribuito la sanzione in argomento) priva di rilevanti mezzi finanziari l’Azienda e le toglie competitività sul mercato, con possibili, ulteriori ricadute sulla possibilità di investimenti produttivi e necessità (eventuale) di ricorso a contribuzioni pubbliche.

            Non può, quindi, etichettarsi come indifferente il pagamento della sanzione perché non indifferenti sono proprio le sue conseguenze sul piano di questa capacità imprenditoriale che costituisce una delle ragioni del suo essere società di capitali.

            In conclusione, questo Collegio ritiene di affermare la responsabilità amministrativa dei seguenti convenuti, in relazione ai distinti capi di addebito,così come descritti, in ordine ai quali segue la condanna di ognuno come di seguito elencata:  

            fattispecie sub A)

                        i signori BIANCHI CLERICI, MALGIERI, PETRONI, STADERINI, URBANI e SINISCALCO vengono condannati a risarcire, in parti uguali fra loro, tenuto conto del contesto ambientale e politico in cui la decisione è stata adottata e del concomitante concorso di soggetti non evocati in giudizio, la complessiva somma di €. 11.000.000,00 (euro undicimilioni/00), comprensiva di rivalutazione monetaria ed interessi legali sino al giorno di deposito della presente sentenza;

 da ogni addebito debbono essere mandati assolti signori GRILLI, CAPUTI, GUARISO e CARIDI;

            fattispecie sub. B)

            non vi è addebito a carico di tutti i convenuti sulla domanda attrice in seguito a quanto stabilito con l’ordinanza n. 470/2010;

            fattispecie sub. C)

            i signori MEOCCI ed ESPOSITO vengono condannati a risarcire il contestato danno, nella misura di €. 107.460,00 il primo e di €. 214,921,00 il secondo, oltre rivalutazione ed interessi dalla data di liquidazione delle parcelle ai professionisti.

 Vanno invece mandato assolti da ogni addebito, per i pareri richiesti prima della nomina del dott. MEOCCI, i sigg. URBANI, PETRONI, CATTANEO ed ESPOSITO;

            fattispecie sub. D)

            non vi è addebito a carico di tutti i convenuti per insussistenza di danno attuale;

            fattispecie sub E)

            non  vi è addebito a carico di tutti i convenuti;

            fattispecie sub F)

            il convenuto ESPOSITO va condannato a risarcire il danno contestato nella misura di €. 11.192,00, oltre rivalutazione ed interessi dalla data di liquidazione delle parcelle ai professionisti;

            fattispecie sub G)

            il convenuto ESPOSITO va condannato a risarcire il danno contestato nella misura di €. 13.005,00, oltre rivalutazione ed interessi dalla data di liquidazione delle parcelle ai professionisti.

            Le spese di giudizio seguono la soccombenza per i soggetti condannati, mentre al convenuto GRILLI debbono essere rifuse le spese di difesa che si quantificano in complessivi €. 5000,00, così come euro 5000,00 debbono essere liquidati, rispettivamente, al convenuto CAPUTI ed al convenuto CATTANEO,  mentre ai signori GUARISO e CARIDI, difesi entrambi dai medesimi difensori, debbono essere complessivamente liquidati €. 3500,00 cadauno..

P.Q.M.

la Corte dei Conti - Sezione Giurisdizionale per la regione Lazio , definitivamente pronunciando

CONDANNA

 I signori Giovanna Fausta Giuseppina BIANCHI CLERICI, Gennaro MALGIERI, Angelo Maria PETRONI, Marco STADERINI, Giuliano URBANI e Domenico Giovanni SINISCALCO a risarcire, in parti uguali fra loro, la somma di euro 11.000.000,00 (euro undici milioni/00) comprensiva di rivalutazione monetaria ed interessi legali come specificato in parte motiva;

il signor  Alfredo MEOCCI  a risarcire la somma di €, 107.460,00, (euro centosettemilaquattrocentosessanta/00) oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali come in parte motiva;

il sig. Rubens ESPOSITO al risarcimento di complessivi €. 239.118,00, (euro duecentotrentanovemilacentodiciotto/00), oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali come in parte motiva .

ASSOLVE

            I signori Vittorio Umberto GRILLI, Flavio CATTANEO, Gaetano CAPUTI, Silvano GUARISO e Domenico CARIDI dagli addebiti loro contestati nell’atto di citazione.

            Liquida, per spese di difesa, in favore dei convenuti Vittorio Umberto GRILLI, Flavio CATTANEO e Gaetano CAPUTI la somma di €. 5000,00 cadauno e liquida in favore dei convenuti Silvano  GUARISO e Domenico CARIDI, difesi entrambi dai medesimi difensori, la somma di  €. 3500,00 cadauno.

Condanna i sigg. Giovanna Fausta Giuseppina BIANCHI CLERICI, Gennaro MALGIERI, Angelo Maria PETRONI, Marco STADERINI, Giuliano URBANI, Domenico Giovanni SINISCALCO, Alfredo MEOCCI e Rubens ESPOSITO, in parti uguali fra loro, al pagamento delle spese processuali che si liquidano in euro 23.383,79 (ventitremilatrecentoottantatre/79).

Manda alla Segreteria per le comunicazioni e le notificazioni di rito.

Così deciso in Roma, nelle Camere di Consiglio del 15 e 18 novembre 2010.

  L’ESTENSORE                                    IL PRESIDENTE

    F.to dott. Luigi IMPECIATI             F.to dott. Salvatore NOTTOLA

Depositato in Segreteria il 23 febbraio 2011

                                               IL DIRIGENTE

                                                  F.to Dott.ssa Marina CALABRESI