SEZ. GIUR. REGIONE BASILICATA - sentenza 10 marzo 2011 n. 65 - Pres. Pergola, Rel. Tagliamonte - Procura Regionale c. Antezza ed altri (Avv.ti Galante, Bracciale, Saponara, Losasso e Petrone) - P.M. Oricchio.

Sussiste il pregiudizio erariale per l’indebita erogazione d’indennità economiche a quattro Consiglieri regionali, eletti al Senato e, di fatto, contitolari delle due cariche; tale pregiudizio corrisponde al totale delle indennità versate dalla Regione ai predetti quattro Consiglieri, in quanto non si può ammettere la corresponsione di alcun emolumento ai predetti una volta intervenuta la proclamazione della elezione degli stessi al Senato della Repubblica.

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 7787/E.L. del Registro di Segreteria, instaurato ad istanza del Procuratore Regionale in data 29.7.2010, nei confronti di Maria Antezza rappresentata e difesa, per procura in calce alla memoria di costituzione, dall’avv. Paolo Galante ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo sito in Potenza alla via Maratea, n. 8; Rosa Mastrosimone rappresentata e difesa, per procura a margine della memoria di costituzione, dall’avv. Giacomo Bracciale ed elettivamente domiciliati presso lo studio dell’avv. Pierluigi Lapolla sito in Potenza alla via Ciccotti, n. 10; Franco Carmelo Mario Mattia e Agatino Lino Mancusi rappresentati e difesi, per procura a margine della memoria di costituzione, dall’avv. Gerardo Saponara ed elettivamente domiciliati presso lo studio di quest’ultimo sito in Vaglio di Basilicata alla via Carmine, n.54; Giacomo Nardiello rappresentato e difeso, per procura a margine della memoria di costituzione, dall’avv. Giovanni Losasso ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo sito in Vaglio di Basilicata alla piazza del Popolo, n.7; Ferdinando Agostino Giordano rappresentato e difeso, per procura a margine della memoria di costituzione, dall’avv. Luigi Petrone ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo sito in Potenza al corso XVIII Agosto 1860, n.2 ed Aldo Michele Radice - non costituito - nato a San Fele il 2.3.1949 ed ivi residente in via Sandro Pertini, n. 9;

Visto l’atto introduttivo del giudizio, esaminati tutti gli altri atti e documenti della causa;

Uditi, nella pubblica udienza dell’8 febbraio 2011, con l’assistenza del Segretario Sig.ra Maria A. Catuogno, il Consigliere relatore dr. Giuseppe Tagliamonte, il Pubblico Ministero nella persona del Procuratore Regionale dott. Michele Oricchio nonché, in rappresentanza dei convenuti odierni, i difensori costituiti avv.ti Giovanni Losasso, Luigi Petrone, Paolo Galante, Giacomo Bracciale e Gerardo Saponara, i quali concludevano come da verbale di udienza.

Ritenuto in

FATTO

Con atto di citazione del 29.7.2010, preceduto da rituale invito a dedurre e regolare personale audizione dei richiedenti, la Procura Regionale conveniva in giudizio le signore Maria Antezza, Rosa Mastrosimone, i signori Franco Carmelo Mario Mattia, Giacomo Nardiello, Agatino Lino Mancusi, Ferdinando Agostino Giordano ed Aldo Michele Radice, contestando loro di aver cagionato all’Erario della regione Basilicata - nella qualità di componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Basilicata, i primi cinque, e di dirigenti amministrativi, gli ultimi due - un danno di complessivi € 106.140,79 che veniva ad essi imputato, con conseguente richiesta di ristoro secondo ripartizione di seguito indicata, per i fatti che ora verranno illustrati.

A seguito di specifica e concreta denuncia di danno erariale, veniva rilevato che i consiglieri regionali Maria Antezza, Carlo Chiurazzi, Egidio Digilio e Cosimo Latronico, pur essendo stati eletti al Senato della Repubblica all’esito delle consultazioni del 13 e 14 aprile 2008 (con nomina ufficializzata in data 29.4.2008 nell’ambito della prima seduta dell’Assemblea dei Senatori) avevano percepito - durante il periodo aprile/giugno 2008 - tanto le indennità dovute ai Consiglieri regionali quanto quelle riconosciute ai membri del Parlamento Nazionale.

Nonostante i predetti Consiglieri eletti al Senato avessero provveduto a comunicare, il successivo 9 maggio, all’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Basilicata, la formale "opzione" per la titolarità della carica di Senatore della Repubblica, la indennità di Consigliere regionale risultava ad essi essere stata erogata fino al perfezionamento della procedura di surroga dei medesimi, intervenuto il successivo 24 giugno 2008.

Conseguentemente, e come sopra anticipato, durante i mesi di maggio e giugno 2008, i quattro suddetti, ormai ex Consiglieri regionali, e neo Senatori risultavano percettori di entrambe le indennità previste per le due cariche elettive.

Gli emolumenti corrisposti ai Consiglieri regionali eletti al Senato venivano così determinati:

Maria Antezza: € 31.621,92 lordi;

Carlo Chiurazzi: € 25.698,11 lordi;

Egidio Digilio: € 22.016,93 lordi;

Cosimo Latronico: € 26.803,83 lordi.

La complessiva somma di € 106.140,79 - corrispondente al totale delle indennità corrisposte dalla Regione Basilicata ai predetti quattro Consiglieri - neo Senatori - costituiva, secondo la prospettazione attorea, sicura partita di danno per le finanze regionali, non potendosi ammettere la corresponsione di alcun emolumento di siffatta natura ai predetti ex Consiglieri una volta intervenuta la proclamazione della elezione degli stessi al Senato della Repubblica.

La Procura Regionale sosteneva, al riguardo, che il chiaro disposto dall’art. 122, comma 2, della Costituzione impediva - senza possibilità di deroga - alcuna possibile coesistenza, in testa alla medesima persona, della titolarità di due funzioni legislative, nel caso di specie nazionale e regionale.

Responsabili del danno così delineato venivano ritenuti i componenti dell’Ufficio di Presidenza della Regione Basilicata ed i Dirigenti "settorialmente" competenti, ai quali veniva contestato di non aver adottato alcuna iniziativa volta a disporre la sospensione degli emolumenti non più dovuti in ragione della norma costituzionale precettiva e chiara sopra richiamata (ed in ragione) della conosciuta e manifestata volontà di "opzione" verso la carica senatoriale dei quattro Consiglieri.

A fronte degli inviti ritualmente emessi ex art. 5, co.1, l. n.19/1994, le deduzioni prodotte da parte di tutti gli invitati e le dichiarazioni rese personalmente dai signori Mancusi e Giordano tendevano a contestare l’iniziale ipotesi accusatoria eccependo - in rito - la carenza di giurisdizione della Corte dei conti ai sensi dell’art. 122, comma 4, della Costituzione e - nel merito - l’assenza della colpa grave e del danno, essendo nella competenza dell’Assemblea regionale l’adozione di provvedimenti di decadenza dalla carica di Consigliere regionale (ammissibile solo a seguito della individuazione dei Consiglieri subentranti) e dovendosi - comunque - corrispondere le contestate indennità ai nuovi Consiglieri.

La sig.ra Antezza - neo Senatore ed ex componente dell’Ufficio di Presidenza - evidenziava anche di non aver partecipato ad alcuna riunione dell’Ufficio dopo aver optato per la carica elettorale senatoriale.

I Dirigenti invitati, dal loro canto, sostenevano di non aver potuto esercitare alcun potere di intervento sulle prerogative dei Consiglieri regionali, tutelate da precise norme di legge regionale.

Le prime difese non erano ritenute utili dal Procuratore Regionale a superare i motivi di contestazione del danno, motivi che venivano ulteriormente dispiegati e ribaditi nell’atto di citazione, in cui, una volta riaffermata con forza la provvista di giurisdizione della Corte dei conti nella vicenda di danno contestata - e relativa alle modalità di espletamento di un’attività amministrativa, e non legislativa - veniva evidenziato come la grave ed inescusabile negligenza serbata dagli odierni convenuti avesse cagionato, a carico della Regione Basilicata, un danno di € 106.140,79 corrispondente alla non dovuta erogazione della indennità di Consigliere regionale in favore di soggetti che tale carica non possedevano più per essere stati eletti alla carica di Senatore della Repubblica, anche formalizzando e comunicando la scelta verso il nuovo incarico legislativo.

La evidente impossibile coesistenza, ad avviso dell’Attore pubblico, della titolarità delle funzioni legislative nazionali e regionali - espressamente richiamata dall’art. 122, comma 2, della Costituzione - traducendosi nella non sovrapponibilità delle relative indennità economiche, avrebbe dovuto impedire in radice la corresponsione delle indennità oggi contestate, non sussistendo alcuna necessità di attendere la definizione delle procedure per la sostituzione dei Consiglieri eletti al Senato, ed essendo invece determinante il momento dell’avvenuta comunicazione della "opzione" (9 maggio 2008) per disporre l’interruzione di ogni rapporto economico della Regione con gli ormai "ex Consiglieri". A tal fine, veniva anche richiamata la "normativa interna" costituita dall’art. 12 dello Statuto regionale ed art.12 del Regolamento interno del Consiglio regionale che, nel regolamentare l’autonomia amministrativa, finanziaria e contabile del Consiglio, ne affidano la cura e la tutela all’Ufficio di Presidenza.

L’atto di citazione, evidenziando anche il "disvalore etico" della vicenda, si soffermava sulla inescusabile negligenza serbata nel caso in esame dai componenti dell’Ufficio di Presidenza della Regione Basilicata, dal Dirigente generale del Consiglio e dal Dirigente dell’Ufficio Risorse finanziarie, individuando nella condotta dagli stessi tenuta la causa della produzione del contestato danno, che veniva ai predetti addebitato secondo le seguenti percentuali differenziate:

Maria Antezza € 26.535,20

Rosa Mastrosimone € 26.535,20

Franco Mattia € 8.845,00

Agatino Mancusi € 8.845,00

Giacomo Nardiello € 8.845,00

Ferdinando Giordano € 13.267,70

Aldo Michele Radice € 13.267,70.

Tutti gli odierni convenuti, ad eccezione di Aldo Michele Radice, provvedevano a depositare, per il tramite dei rispettivi difensori, memoria con cui si costituivano in giudizio.

Tutti i difensori (avv. Galante per Maria Antezza; avv. Bracciale per Rosa Mastrosimone; avv. Losasso per Giacomo Nardiello; avv. Petrone per Ferdinando Giordano ed avv. Saponara per Franco Mattia e Agatino Mancusi), dopo aver contestato la ipotizzabilità di alcun sindacato giurisdizionale sulle attività censurate dalla Procura Regionale come produttive di danno erariale, perché attività riconducibili ai profili di "auto organizzazione" dell’attività del Consiglio regionale, hanno nella sostanza escluso la responsabilità dei propri assistiti in ragione della ritenuta inesistenza di norme di legge atte a prescrivere - da un lato - l’obbligo di "non corrispondere" i contestati emolumenti e - dall’altro - obblighi di intervento o di iniziativa al predetto fine intestati ai componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale ovvero ai Dirigenti, ritenendosi invece che l’intera procedura, sin dalla fase della iniziativa, fosse di competenza della Giunta per le Elezioni e, soprattutto, del Consiglio regionale.

Al riguardo veniva richiamato l’art. 3, comma 1, della l. n. 165 del 2004 che, nel delineare una riserva di legge regionale in materia, rendeva applicabile ed operativa la normativa regionale che tale competenza e tale modalità procedimentale aveva disciplinato.

Le difese contestavano anche i criteri utilizzati dalla Procura Regionale per la quantificazione del danno (avv. Galante) e per la individuazione dei contributi causali (avv. Bracciale).

Sempre in tema di sussistenza del danno (avv. Saponara) si sottolineava come le indennità corrisposte fossero da ritenersi corrispondenti ad attività prestate nel corso del bimestre considerato.

Infine (avv. Bracciale), veniva formalizzata anche richiesta di integrazione del contraddittorio, di cui si evocava la estensione verso i quattro ex Consiglieri e neo Senatori percettori degli emolumenti ritenuti indebiti.

Nel corso dell’odierna udienza di discussione le opposte parti, richiamando ed ulteriormente sviluppando il contenuto dei propri scritti di causa, insistevano per l’accoglimento delle rispettive tesi conclusive, ivi compresa l’estensione del contraddittorio (prospettata dai difensori dei convenuti) verso i soggetti ritenuti responsabili della "non dovuta" erogazione delle contestate indennità.

All’esito della discussione, quindi, la causa veniva trattenuta per la decisione.

DIRITTO

- La questione preliminare.

Prima di esaminare il merito della richiesta risarcitoria azionata dalla Procura Regionale - e sostanzialmente finalizzata ad ottenere il ristoro del pregiudizio economico patito dalla Regione Basilicata per effetto della indebita erogazione di indennità economiche a quattro Consiglieri regionali, eletti al Senato e di fatto "contitolari" delle due cariche per i mesi di maggio e giugno 2008, secondo i termini analiticamente descritti sopra - il Collegio deve pronunciarsi in ordine alla richiesta di integrazione del contraddittorio (preliminare all’esame del merito) nei confronti dei "neo Senatori" effettivi percettori della contestata indennità, e ritenuti pertanto i concreti "utilizzatori finali" (secondo una terminologia attualmente corrente) dell’indebito beneficio.

Il Collegio ritiene che la predetta richiesta non possa essere accolta in quanto non utile alla compiuta definizione "in punto di diritto" della vicenda di danno per come delineata nel libello introduttivo del giudizio.

Infatti, e tralasciando ogni considerazione sulla sussistenza di un "obbligo etico" o "di coscienza" capace di ispirare la restituzione di quanto percepito in assenza di una funzione validamente resa - argomento, questo, variamente richiamato nel corso del dibattimento, anche al fine di escluderne il rilievo nella causa che ne occupa - occorre osservare come i quattro neo Senatori ed ex Consiglieri regionali risultino aver correttamente assolto agli obblighi su di essi incombenti, attraverso la formalizzazione della "volontà di opzione": tale manifestazione di volontà può ritenersi - per essi - necessaria per promuovere ed attivare la interruzione della erogazione delle indennità in loro favore. Dagli stessi, infatti, non poteva esigersi una diversa ed ulteriore manifestazione diretta a contrastare la corresponsione del predetto beneficio.

In altre parole, una volta che i quattro "contitolari delle due cariche" avevano manifestato e reso ostensiva la volontà di esercitare una delle due funzioni legislative di cui si trovavano ad essere titolari, spettava agli organi di gestione delle risorse finanziarie indennitarie il compito e l’obbligo di disporre l’interruzione della erogazione della indennità consiliare regionale, correlata alla carica "rifiutata", ed il cui riconoscimento era dunque "ictu oculi" incompatibile con la erogazione della indennità parlamentare.

- Il danno erariale.

Dalla ricostruzione dei fatti come sopra delineata emerge così in maniera inequivoca come l’intera somma corrisposta agli ex Consiglieri e neo Senatori a titolo di indennità nel corso dei mesi di maggio e giugno 2008 costituisca effettivo danno erariale, ingiustamente perpetrato alle risorse finanziarie della Regione Basilicata, attraverso una condotta omissiva segnata da marcata negligenza e posta in essere "contra constitutionem".

Sull’ontologica sussistenza di tale dato, in realtà, non si è registrata alcuna convinta eccezione difensiva, salvo il riferimento ad una asserita "prestazione di funzione" - peraltro da valutarsi come svolta "sine titulo" - da parte di uno dei quattro Consiglieri eletti al Senato (Egidio Digilio), il quale risulta essere stato presente ai lavori dell’Assemblea regionale nella seduta del 10 giugno 2008, ancorché lo stesso avesse manifestato - già un mese prima - la volontà di non farne più parte.

Il Collegio, tuttavia, intende ribadire con vigore come, nel caso di specie, emerga nitidamente il tratto "dell’indebito oggettivo" caratterizzante la prestazione economica in esame.

Le somme di fatto erogate ai quattro Consiglieri "optanti" per il seggio senatoriale si sono risolte in una graziosa ed ingiustificata elargizione di risorse pubbliche, disposta in favore di chi non era titolare di alcun diritto a riceverle, essendo agli stessi preclusa, in punto di fatto e di diritto, la possibilità di svolgere la funzione legislativa in relazione alla quale quella indennità risultava preordinata in chiave remunerativa.

E dalla natura "oggettiva" dell’indebita erogazione discende, ai sensi dell’art. 2033 del codice civile, il diritto del soggetto erogante di chiederne la restituzione, nonché l’obbligo del Procuratore Regionale presso la Corte dei conti - organo posto a presidio della corretta gestione delle risorse finanziarie pubbliche - di attivarsi per garantire ed assicurare la ricomposizione degli equilibri finanziari alterati da scelte improvvide e "contra ius".

- La immunità regionale ex art. 122, 4°comma, Cost.

Altra eccezione comune delle difese dei convenuti è quella che contesta la possibilità dello svolgimento di un sindacato giurisdizionale sulle scelte o, in senso più "lato", sulle attività poste in essere dai componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale oggi convenuti, e la cui sottrazione al vaglio giudiziario sarebbe garantita ed assicurata - ad avviso delle difese - dalla tutela costituzionale prevista dal 4° comma dell’art. 122 della Costituzione il quale testualmente recita: "I consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni".

Al fine di corroborare l’assunto difensivo ora descritto, è stata anche più volte richiamata nelle memorie delle parti convenute la sentenza n. 91 del 2010 di questa Corte territoriale che, nell’esaminare una vicenda asseritamente ritenuta dannosa correlata all’adozione di provvedimenti da parte dei componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, e finalizzati al miglioramento ed al potenziamento della organizzazione dei lavori dello stesso, dichiarò la insindacabilità giurisdizionale delle predette scelte, ritenendo che le stesse, coerentemente con quanto affermato dalla giurisprudenza della Cassazione sul tema, fossero riconducibili all’esercizio del potere di "auto organizzazione" e dunque tutelate dalla immunità garantita dal richiamato art. 122, 4° comma, Cost.

Il Collegio ritiene, tuttavia, che il richiamo svolto alla predetta sentenza non possa condurre ad eguale soluzione applicativa della guarentigia costituzionale in argomento.

E ciò in ragione della chiara e netta diversità della natura delle attività oggetto della invocata salvaguardia.

Nel caso in esame, infatti, e diversamente da quanto scrutinato nella precedente vicenda giudiziaria, questo Giudice è chiamato a valutare la ipotetica incidenza dannosa di condotte omissive afferenti a scelte amministrative e comportamentali chiaramente riconducibili alla fase della concreta gestione di risorse finanziarie "amministrativamente" rimesse alla cura ed alla competenza dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, e dunque prive di ogni tratto che ne possa configurare la riconducibilità alla potestà definitoria di quei profili organizzativi - o di autoregolamentazione - sui quali la predetta tutela appare invece capace di estendere il proprio raggio di azione.

Più concretamente, e richiamando i dettagli delle due vicende giudiziarie di cui le difese invocano la sovrapponibilità per inferirne le medesime conclusioni, il Collegio deve precisare che diverse - strutturalmente e funzionalmente - sono le attività:

a) di scelta delle modalità con cui si ottimizzano le dinamiche organizzative e produttive dell’Assemblea regionale;

b) di gestione della spesa finalizzata a garantire la corresponsione delle indennità al fine di tutelare il libero e pieno esercizio della funzione legislativa.

Le prime, in quanto preordinate alla definizione di più elevati "standards" organizzativi, appaiono a ragione riconducibili al novero degli atti di "alta amministrazione" e di "autoregolamentazione" e quindi meritevoli della immunità costituzionale posta a presidio della sovranità della funzione legislativa.

Le seconde, in quanto dirette alla definizione "secundum legem" di rapporti economici scaturenti dalla titolarità, o dalla cessazione, della carica di componente del Consiglio regionale, appaiono più propriamente riconducibili alle dinamiche di un rapporto amministrativo, sia pure di derivazione elettiva, e dunque meritevoli di quel vaglio giudiziario che, sotto entrambi i profili soggettivi ed oggettivi, viene esercitato per garantire la legittimità e la liceità delle scelte in concreto adottate dai titolari di tale "potere amministrativo".

- La lesività della condotta omissiva.

Tanto premesso, il Collegio ritiene che la fattispecie di danno portata al proprio esame debba essere valutata, come anche correttamene riferito dal Procuratore Regionale, alla luce del dato normativo contenuto nel 2° comma dell’art. 122 della Costituzione che prescrive testualmente: "Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento, ad un altro Consiglio o ad altra Giunta regionale, ovvero al Parlamento europeo".

La delimitazione dello spazio normativo entro il quale dispiegare l’analisi della vicenda dannosa in contestazione, è utile, ad avviso di questo Giudice, anche a risolvere i dubbi rappresentati dalla difesa dei convenuti in ordine alla sussistenza, o meno, nel nostro Ordinamento, di una norma che - "tout court" - vieti la contemporanea titolarità della carica di Consigliere regionale e di Parlamentare, ovvero ne consenta la temporanea esistenza in virtù della inespressa indicazione di tempi e modalità preordinati a rimuoverne gli effetti, o di sanzioni che ne consacrino in qualche modo la cogenza.

Le difese dei convenuti hanno tutte richiamato l’articolato disposto dal 1° comma dell’art. 122 Cost. al fine di prefigurare il necessario e legittimo intervento del legislatore regionale in materia di regolamentazione e di disciplina dei casi di incompatibilità dei componenti del Governo e dell’Assemblea regionale, intervento evocato dalla legge Costituzionale n.1 del 1999, ed attuato nel rispetto dei principi generali fissati dal legislatore statale con la legge n.165 del 2004, ed entro i quali le Regioni vengono "autorizzate" ad esercitare la rispettiva attività di normazione concorrente.

L’argomento difensivo, finalizzato evidentemente a snaturare e "svilire" la portata di un supposto divieto assoluto di una forma di incompatibilità come quella oggi all’esame, attraverso il rinvio a leggi regionali per la specificazione delle concrete fattispecie, non viene condiviso da questa Corte.

Invero, il primo comma dell’art. 122 Cost., ed i principi generali delineati dalla legge n.165 del 2004, si riferiscono - entrambi - alle molteplici e diversificate ipotesi di incompatibilità in concreto rilevabili - queste sì - dal legislatore regionale, e la cui rimozione, rimessa alla "sensibilità politica" di questi, si riveli necessaria onde consentire l’esercizio della funzione legislativa o di governo regionale in piena autonomia ed indipendenza, e senza alcun possibile condizionamento derivante dalla titolarità di altra carica o funzione che, tanto sotto il profilo pubblicistico quanto sotto quello privatistico, possa in qualche modo comprometterne il sereno esercizio.

La predetta valutazione, rimessa dalla Costituzione al legislatore regionale sia pure nel quadro dei principi fissati dalla legge statale, non è assimilabile, né in alcun modo riconducibile, alla operatività del precetto contenuto nel 2° comma dell’art. 122 Cost.

La cogenza e la precettività del divieto ivi contenuto, e significativamente non oggetto di modifica ad opera della ricordata legge Costituzionale n.1 del 1999 che ha inciso sul solo 1° comma dell’art. 122, si risolve nell’affermare la sussistenza di una ipotesi di incompatibilità ("Consigliere regionale…e membro di una delle due Camere") sottratta ad ogni interpretazione, o modifica normativa di rango non costituzionale, che ne attenui in qualunque modo la portata e la forza.

In altre parole, il Costituente, con la norma dell’art. 122, co. 2, ha inteso chiaramente "pre-giudicare" - sancendone la impossibile coesistenza - la contemporanea titolarità in testa a un medesimo soggetto delle funzioni di governo o legislative regionali e di quella legislativa statale o europea.

La Costituzione ha, insomma, nel 2° comma dell’art. 122 valutato "ante" ed in modo assoluto la inopportunità e la non concreta fattibilità della coesistenza delle due richiamate funzioni legislative, tipizzando una ipotesi di perentoria ed incondizionata incompatibilità, distinta - strutturalmente e funzionalmente - da quelle invece ricavabili e variamente articolabili dal 1° comma dello stesso articolo e dal procedimento legislativo ivi richiamato.

Del resto, la integrale conservazione del 2° comma dell’art. 122 Cost., anche a seguito della modifica del 1° comma per effetto della sopra richiamata legge Costituzionale n.1 del 1999, conferma che, nella materia che ci occupa, sono ipotizzabili due diversi "scenari" rappresentativi di incompatibilità attinenti alle funzioni di governo e di legislazione regionale, distintamente regolamentati, disciplinati, e "giudicati".

- Il rilievo della procedura di surroga.

Le difese hanno anche sostenuto come la necessaria attesa per la compiuta definizione del procedimento di sostituzione dei Consiglieri regionali eletti al Senato avesse, in punto di fatto e di diritto, forzatamente determinato e consentito il mantenimento della carica di Consigliere regionale in testa ai quattro componenti "neo Senatori", non potendosi disattendere, da parte dei convenuti, le disposizioni regolamentari e statutarie che demandavano all’Assemblea regionale il compito di dichiarare la decadenza della carica dei Consiglieri "incompatibili" una volta perfezionato il procedimento della "surrogazione" degli stessi.

L’argomento difensivo, anche se non banale, non può essere condiviso.

Esso, infatti, spostando l’attenzione sulla necessità di salvaguardare e garantire (non la piena funzionalità dell’Organo consiliare, ma) l’integrità del dato numerico degli eletti, non considera che la scelta - opzione - operata dai quattro Consiglieri per la carica elettiva senatoriale e formalizzata con le dichiarazioni del 9 maggio 2008, determina "ex se" conseguenze giuridiche dirette sullo "status" degli stessi, in alcun modo condizionate o dipendenti dalla diversa e successiva procedura finalizzata a garantire, si ripete, non la funzionalità del Consiglio regionale, bensì il diritto degli aspiranti a vedersi regolarmente "proclamati" successori nella carica consiliare lasciata vacante dai titolari del nuovo incarico.

Non appare così convincente la tesi, invece sostenuta dalle difese, che di fatto finisce con il qualificare il momento della perfezionata surrogazione, e quello della contestuale proclamazione dei "neo eletti", come elemento perfezionativo della decadenza della carica consiliare, in tal modo depurando di ogni effetto proprio il pur manifestato assenso - attraverso la esercitata opzione - alla titolarità della nuova carica elettiva conseguita.

Accogliendo il ragionamento difensivo, si finirebbe con il condizionare l’efficacia della manifestata "opzione" - peraltro con efficacia "ex nunc" - all’avveramento di una condizione successiva (la proclamazione dei neo eletti consiglieri subentranti) del tutto affrancata dalla volontà e dal potere del titolare della scelta che è frutto, è bene ricordare, non di una "valutazione di opportunità", ma di una precisa prescrizione costituzionale preordinata a consentire il pieno e libero esercizio di una delle due funzioni potenzialmente espletabili.

Dunque, e ad avviso di questo Giudicante, non è ravvisabile nel caso in esame alcuna ipotesi di necessario intervento deliberativo del Consiglio regionale per assicurare l’effetto amministrativo della interruzione della corresponsione della indennità economica agli ex Consiglieri eletti al Senato, essendo il predetto effetto riconducibile alla mera manifestazione di volontà formalizzata dagli stessi con le comunicazioni del 9 maggio 2008.

- La individuazione delle responsabilità.

Nell’affrontare il tema dei criteri di imputazione delle contestate responsabilità, il Collegio deve, poi, prendere posizione sull’assunto difensivo che contesta ogni imputazione in ragione della affermata non titolarità in capo ai componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale di alcun compito- o funzione - che sia in qualche modo riconducibile alla cura degli atti gestori ed amministrativi di cui si lamenta - in atto di citazione - la mancata adozione.

Più in particolare, le difese evidenziano come non possa ricavarsi dall’impianto normativo costituito dalle leggi e dai regolamenti regionali disciplinanti la titolarità e l’espletamento delle funzioni demandate all’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, alcuna disposizione che preveda l’adozione, o quanto meno la proposizione, di un atto provvedimentale "di cessazione della erogazione delle indennità consiliari", non potendo siffatto obbligo ritenersi espressivo - come invece sostenuto dalla Procura Regionale - del più generale potere di predisposizione della programmazione economica consacrata nel bilancio di previsione del Consiglio regionale o di riepilogo della gestione formalizzata nel conto consuntivo.

L’argomento difensivo non convince il Collegio, che invece afferma come, da un lato, siffatto obbligo di provvedere in concreto all’adozione dell’atto di riconoscimento, di erogazione e - correlativamente - di interruzione della indennità costituisca il risvolto operativo della più generale previsione della "tutela delle prerogative" testualmente individuabile (art. 18 dello Statuto approvato dal Collegio regionale n.350 del 22.5.1971) tra i compiti dei componenti del predetto "Organo - Ufficio" e, dall’altro, come la sussistenza dello stesso sia "de relato" ricavabile dalla piana lettura degli "ordini del giorno" dei lavori trasmessi ai componenti del ristretto consesso con le lettere di convocazione, e dalle quali emerge in modo inequivoco, il contenuto squisitamente amministrativo, regolamentativo e gestorio delle attività oggetto di esame deliberativo da parte del medesimo organo (si veda, ad es., lettera di convocazione del 13.6.2008, argomenti nn.5 e seguenti, concernenti corresponsione di assegni e gestione di comandi).

L’esame delle norme disciplinanti la struttura e la funzione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, e la rilevazione della natura delle attività in concreto da questi svolta - evidentemente in ossequio ad un coerente criterio attributivo di derivazione normativa e regolamentare - consentono a questo Giudicante di affermare come l’Ufficio di Presidenza si atteggi ad organo di supporto operativo del Consiglio regionale, del quale cura la generale ed ottimale organizzazione dei lavori, ed ai cui componenti assicura la provvista e la conservazione di tutte le prerogative - anche economiche - preordinate all’ordinato e regolare esercizio della funzione legislativa.

E siffatta natura eminentemente amministrativa, almeno per la riferita parte "gestoria", viene anche ad essere confermata dalla previsione e dalla presenza di una figura amministrativa dirigenziale "generale", posta evidentemente ad ulteriore e decisivo ausilio operativo per la corretta definizione dei predetti compiti gestori.

Da quanto fin qui diffusamente spiegato deriva, ad avviso del Collegio, la competenza dei componenti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, e del Dirigente generale ad esso preposto, ad adottare i provvedimenti di "interruzione" della erogazione delle indennità consiliari, in quanto consequenziali - in chiave di automaticità - alle ricevute comunicazioni di opzione per la carica elettiva nazionale da parte dei quattro Consiglieri regionali eletti al Senato.

Il serbato atteggiamento di inattività, o di indifferenza, rispetto al concreto problema della "doppia erogazione" delle indennità, immediatamente conosciuto dagli odierni convenuti per mezzo della più volte ricordata opzione esercitata dai quattro "neo senatori" appare chiaramente elusivo delle conseguenze operative discendenti dalla forza precettiva della richiamata normativa costituzionale.

Lo stesso, lungi dall’apparire frutto di comprensibile incertezza di strategia decisionale, denota grave ed inescusabile disinteresse verso la cura di profili e momenti gestori di primario rilievo, ed identificabili nella necessità doverosa di evitare che ad un soggetto eletto dal popolo a due diverse cariche legislative venisse corrisposta una duplice indennità a ciascuna di esse correlata, in aperto e stridente contrasto con un divieto normativo di chiara e comprensibilissima lettura.

Nulla è stato proposto, suggerito o rappresentato per correggere o normalizzare quella che appare essere una gravissima anomalia di "favor" retributivo totalmente alimentata da risorse finanziarie pubbliche; si è invece preferito attardarsi nella ricerca di una soluzione formalmente discutibile, concretamente inconferente ed inaccettabile (come quella del perfezionamento della c.d. "surroga") che ha prodotto la dannosa conseguenza della cristalizzazione della "doppia titolarità di carica e retributiva" per l’intero periodo di maggio e giugno del 2008.

Ed il Collegio valuta questa scelta operativa come miope e gravemente superficiale, nonché risultato di una grossolana ed approssimativa conoscenza dei "fondamentali" dell’intera architettura del sistema di funzionamento delle Istituzioni, e come tale inaccettabile da parte di chi ricopre titolarità di funzioni legislative ed amministrative di alto e qualificato profilo istituzionale.

Deriva anche da quanto fin qui motivato, che ruolo causale distinto appare quello svolto dal dott. Radice, Dirigente del Settore Risorse Finanziarie, la cui sfera di intervento non sembra involgere alcun profilo idoneo ad assumere carattere di decisività nella vicenda per cui è danno.

La figura del predetto Dirigente, che peraltro non risulta mai nominativamente coinvolto nella descritta vicenda, appare più che altro porsi su un piano di stretta e rigorosa "esecuzione" di "non scelte" da altri adottate, e dunque irrilevante ai fini della individuazione di un concreto contributo causale da questi apportato.

Per il resto, i tratti caratterizzanti la vicenda di danno in esame appaiono, per quanto si è detto, dotati di una spiccata valenza amministrativa, essendo chiaramente riconducibili alla gestione di rapporti di "amministrazione attiva" e di "funzionamento amministrativo" dell’Organo consiliare più che a compiti istituzionali di legiferazione o di auto organizzazione funzionale al governo del territorio.

E, pertanto, appare corretto addebitare la responsabilità della indebita erogazione delle indennità comunque corrisposte a chi non ne aveva titolo, ai componenti dell’Ufficio di Presidenza, odierni convenuti, che avrebbero dovuto, in vista della regolare e corretta gestione dell’autonomia finanziaria e amministrativa del Consiglio, provvedere in piena autonomia a disporre la interruzione della erogazione dei compensi una volta conosciuta la volontà, da parte degli "ex Consiglieri e neo Senatori", di non voler far più parte del Consiglio regionale.

In ordine, poi, alla responsabilità della Senatrice Maria Antezza, è da osservarsi che, al fine di escludere la stessa, non appare sufficiente l’esercizio della "delega" del potere di convocazione della Giunta per le Elezioni al Cons. Franco Mattia e di convocazione dell’Ufficio di Presidenza al Cons. Rosa Mastrosimone: infatti, l’esercizio della delega non appare idoneo a privare il "delegante" di ogni potere in ordine al controllo ed alla verifica delle modalità attuative dello stesso, né appare capace, sotto altro versante, di obliterare ed annullare ogni altra prerogativa comunque discendente dallo "status" di Consigliere regionale.

Si intende affermare, in altre parole, che solo con un atto dimissionario la ex Consigliera e neo Senatrice Antezza avrebbe potuto realmente dismettere ogni potere derivante dalla carica consiliare, ivi compreso quello correlato alla guida dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale (peraltro non oggetto di specifica delega), sì da rimanere estranea alla vicenda di danno che le si contesta.

La peculiarità della condizione della Senatrice Antezza (unica tra i cinque componenti dell’Ufficio di Presidenza dalla stessa presieduto ad integrare la situazione di incompatibilità di cui si discorre) esigeva più marcata consapevolezza della "conflittualità" delle cariche e maggiore "radicalità" e determinatezza nell’intento risolutivo della conclamata incompatibilità, anche in ragione del fatto - di non trascurabile rilievo - che ha visto la predetta neo Senatrice "comunicare a se stessa" la volontà di "opzione" salvo poi disinteressarsi delle conseguenze che da tale manifestazione di volontà dovevano derivare.

Anche la responsabilità della Consigliera Rosa Mastrosimone risulta - in condivisione dell’assunto attoreo - particolarmente marcata e grave in ragione della conclamata e dimostrata omissione di ogni iniziativa atta ad interrompere la erogazione della indennità in argomento durante l’intero arco temporale in cui la stessa si trovò a guidare e "governare" i lavori dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale dopo che "in via di fatto" la Consigliera Antezza non ne aveva più preso parte.

Né, ad avviso del Collegio, alcun carattere esimente della responsabilità può assumere, per quanto qui interessa, la circostanza della natura e del carattere delle funzioni svolte dal Cons. Giacomo Nardiello quale soggetto "verbalizzante" dei lavori delle sedute del predetto consesso: è appena il caso di rilevare come la funzione di consigliere verbalizzante non si riveli idonea a snaturare o, in qualche modo, svilire la natura e i compiti comunque riconducibili alla qualità di componente effettivo dell’Ufficio di Presidenza, il cui concreto contenuto ben poteva esigere, al di là della funzione verbalizzante, l’adozione o la promozione di iniziative dirette a disporre l’interruzione della erogazione delle indennità in argomento.

Per le ragioni esposte, dunque, il Collegio ritiene di condividere le conclusioni della Procura Regionale in ordine alla quantificazione del danno e di individuare diversi criteri distributivi dello stesso in chiave risarcitoria (salvo la posizione del dott. Radice diversamente giudicata per come detto sopra).

Pertanto, quantificato il danno in € 106.140,79 (corrispondente agli emolumenti indebitamente erogati per i mesi di maggio e giugno 2008), e determinando un "arrotondamento per difetto", il Collegio decide di imputare il 50% del predetto danno (pari ad € 53.070,00) alle convenute Maria Antezza e Rosa Mastrosimone nella misura del 25% cadauno (€ 26.535,00).

Il rimanente 50% (si ripete: pari ad € 53.070,00) è da dividersi - in parti eguali (€ 13.267,00 cadauno) - tra i rimanenti quattro convenuti Franco Mattia, Giacomo Nardiello, Agatino Mancusi e Ferdinando Giordano.

Le spese del giudizio restano a carico della parte soccombente, e sulla predetta somma di € 106.140,79 (ripartita come sopra detto) saranno da corrispondersi gli interessi legali decorrenti dalla data di pubblicazione della sentenza e fino al soddisfacimento del credito erariale.

P.Q.M.

La Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Basilicata, ogni contraria domanda ed eccezione respinte, così decide:

condanna i signori Maria Antezza, Rosa Mastrosimone, Franco Carmelo Mario Mattia, Giacomo Nardiello, Agatino Lino Mancusi e Ferdinando Agostino Giordano al risarcimento del danno in favore della Regione Basilicata nella misura di € 106.140,79 complessivi così ripartiti:

Maria ANTEZZA € 26.535,00;

Rosa MASTROSIMONE € 26.535,00;

Franco Carmelo Mario MATTIA € 13.267,00;

Giacomo NARDIELLO € 13.267,00;

Agatino Lino MANCUSI € 13.267,00;

Ferdinando Agostino GIORDANO € 13.267,00.

Sulle predette somme - comprensive di rivalutazione monetaria - sono invece dovuti gli interessi legali da calcolarsi dal deposito della sentenza fino al soddisfo;

assolve il sig. Aldo Michele Radice da ogni addebito contestatogli in atto di citazione;

le spese seguono la soccombenza e vengono determinate nella misura di € 955,07=

Euro Novecentocinquantacinque/07=.

Omissis