sent. n. 516 del 14.11.2011: ai fini della sussistenza della responsabilità amministrativa il dolo contrattuale  deve consistere nella volontà dell’evento dannoso, che si accompagni alla volontarietà della condotta antidoverosa

 

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE PRIMA GIURISDIZIONALE CENTRALE

composta dai seguenti magistrati:

Dott. Vito                   MINERVA                             Presidente

Dott. Alberto              AVOLI                                    Consigliere

Dott.ssa Rita             LORETO                               Consigliere

Dott. Piergiorgio       DELLA VENTURA              Consigliere relatore

Dott. Massimo          DI STEFANO                        Consigliere

ha pronunziato la seguente

S E N T E N Z A

nei giudizi riuniti, iscritti ai nn. 35144, 35214 e 35281 del registro di segreteria, sugli appelli proposti, rispettivamente, dai sigg.ri:

q       Adriano CONFALONE, rappresentato e difeso dall’avv. Gianmarco Tavolacci ed elettivamente domiciliato con il suo difensore presso la sig.ra Antonia De Angelis in Roma, via Portuense n. 104 (appello n. 35144);

q       Gonario GIANOGLIO, rappresentato e difeso dagli avv.ti Gianuario Carta e Alberto Spanu, elettivamente domiciliato con i suoi difensori presso lo studio dell’avv. Tamara Barracca in Roma, via Chisimaio n. 29 (appello n. 35214);

q       Antonio Luigi MEDARDI, rappresentato e difeso dall’avv. Renato Margelli ed elettivamente domiciliato presso la sig.ra Antonia De Angelis in Roma, via Portuense, n. 104(appello n. 35281),

tutti avverso

la sentenza 27 febbraio 2009, n. 294 della Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la regione Sardegna.

VISTI gli atti e documenti di causa;

UDITI, nella pubblica udienza del giorno 20 maggio 2011, il consigliere relatore dr. Piergiorgio Della Ventura, gli avvocati Gianmarco Tavolacci, Alberto Spanu, Gianuario Carta e Renato Margelli, nonché il vice Procuratore generale dr. Alfredo Lener;

Ritenuto in

F A T T O

Con atto emesso il 29 dicembre 2006 il Procuratore regionale ha citato in giudizio, innanzi la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Sardegna, i sigg. Adriano Confalone, Gonario Gianoglio e Antonio Luigi Medardi, nelle rispettive qualità di consulente il primo e di Presidenti pro-tempore gli altri due, della Società Finanziaria per lo Sviluppo della Cooperazione S.p.A. (Coop. Fin. S.p.A.), per rispondere di un nocumento patrimoniale ingiusto causato alla Regione Sardegna - e segnatamente alla S.p.A. di loro appartenenza - che aveva avuto affidato e gestiva un Fondo di competenza regionale.

La notizia della vicenda era pervenuta al Procuratore regionale tramite articoli di stampa e comunicazioni da parte della Procura della Repubblica di Cagliari, sulla cui base il PM aveva svolto autonomi accertamenti delegati alla G.d.F., che aveva reso i rapporti di cui alle note n. 7094 e n. 7589 del 10 e 20 ottobre 2006.

Più in particolare, gli illeciti oggetto del giudizio di prime cure si riferiscono all’investimento in uno strumento finanziario di rischio (“Fonditalia Eurocurrency”) emesso da Banca Fideuram, di denaro di pertinenza della Regione Autonoma della Sardegna e allocato nel  Fondo di dotazione istituito presso la Coop. Fin. S.p.A.:

A) Una prima posta dannosa indicata dal PM regionale, pari a € 7.854.766,73, è costituita dalla perdita di parte del capitale investito dalla Società Coop. Fin. tramite la banca Fideuram, a seguito dell’adesione ad una proposta formulata da una promotrice finanziaria (sig.ra Gabriella Ranno) di detta banca. La perdita si è verificata a seguito del disinvestimento, operato dalla Ranno con false comunicazioni alla Fideuram e riversamento del controvalore delle quote disinvestite sul c/c di un ente regionale (ARST) che vantava a sua volta un credito nei confronti di Fideuram;

B) una seconda posta (€ 226.136,56), corrisponde alla perdita dell’utilitas che poteva derivare alla Società Coop. Fin. da un corretto uso delle risorse, individuata prudenzialmente dall’attore nella somma ricavabile da investimenti alternativi proposti dall’istituto tesoriere della Società medesima (Banco di Sardegna).

L’attore ha prospettato addebitabile il danno in ragione di atti e comportamenti dei due Presidenti succedutisi nella carica e del consulente in rapporto di servizio con la S.p.A., contrassegnati da piena consapevolezza dell’illiceità dell’investimento e del rischio che lo stesso presentava, consistiti, in una fase iniziale, nella decisione di procedere all’investimento esperendo una procedura di gara avulsa da principi e norme che regolano la gestione dei mezzi finanziari pubblici e, comunque, da ragionevoli criteri di redditività economico-finanziaria e di garanzia del buon fine dell’investimento.

E’ stata disposta l’aggiudicazione del contratto all’offerente che aveva presentato una proposta chiaramente alterata (che, come tale, avrebbe dovuto essere immediatamente esclusa) rispetto alle condizioni generali di mercato ed alle offerte formulate dagli altri Istituti di credito (quattro) che si erano proposti. In vigenza di contratto, poi, sono state poste in essere e reiterate nel tempo attività oggettivamente volte a mascherare la non corrispondenza alla realtà delle condizioni effettive delle operazioni finanziarie e ad occultare, con la registrazione nei documenti contabili di poste non attendibili per ammontare e per oggetto, l’esistenza dell’investimento e l’entità delle somme impiegate, con elusione dei controlli della Regione, ma anche impedimento di ogni possibile valutazione sull’effettivo andamento della gestione del Fondo di dotazione.

Nella fase finale del rapporto (quando la promotrice finanziaria, con azioni truffaldine, ha operato il falso disinvestimento del residuo capitale e ne ha trasferito la disponibilità a favore di un ente estraneo) non è stato svolto alcun intervento diretto a contrastare l’illecita condotta e ad evitare che la stessa venisse portata a compimento.

I fatti in controversia hanno determinato, in parallelo, l’apertura di un procedimento penale, con richiesta di rinvio a giudizio:

v     nei confronti di Gianoglio, Medardi e Confalone, in concorso con la Ranno, per il reato di cui all’art. 353 c.p. (turbata libertà degli incanti) e, in concorso con la Ranno e con altra persona, per il reato di cui all’art. 314 c.p. (peculato);

v     nei confronti di Medardi, in concorso con la Ranno e con altra persona, per i reati di cui agli articoli 319, 319 bis e 320 c.p. (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio) e, in concorso con la Ranno, per i reati di cui agli articoli 319, 319 bis e 320 c.p.

Risultano, altresì, attivati due contenziosi civili, l’uno tra Coop. Fin. e Fideuram, in cui sono stati chiamati successivamente prima il Medardi, su citazione della Fideuram, e poi la Ranno, su citazione del Medardi, e l’altro tra Coop. Fin. e ARST (ente destinatario della somma falsamente disinvestita dalla Ranno).

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All’udienza del 6 febbraio 2008 la Sezione regionale adìta, con sentenza parziale n. 1181/08 del 16 maggio 2008:

·      ha respinto l’eccezione proposta dalla difesa del MEDARDI, di improponibilità della domanda attrice per inesistenza della notificazione dell'atto di citazione e per la conseguente inosservanza del termine di 120 gg. previsto per l'emissione della citazione;

·      ha respinto l’eccezione di incompletezza del contraddittorio (sollevata da tutte le difese);

·      ha respinto l’eccezione di difetto di giurisdizione (sollevata dal CONFALONE);

·      ha respinto l’eccezione di inammissibilità dell'azione per indeterminatezza e non attualità del preteso danno (sollevata dalla difesa del MEDARDI);

·      ha respinto l’eccezione di prescrizione (sollevata dalle difese di CONFALONE e MEDARDI).

Con separata ordinanza n. 68/08, di pari data, la Sezione ha disposto supplemento istruttorio per l’acquisizione di:

1) copia dei provvedimenti emessi dal GUP presso il Tribunale penale di Cagliari a seguito della richiesta di rinvio a giudizio da parte del Procuratore della Repubblica n. 2472/03 R.G.N.R., con riferimento alla posizione dei sigg. CONFALONE, GIANOGLIO e MEDARDI, nonché copia della sentenza emessa ex art. 444 c.p.p. a carico di Maria Gabriella RANNO;

2) notizie in ordine allo stato del contenzioso civile tra Coop. Fin. S.p.A., Banca FIDEURAM S.p.A., ARST e Maria Gabriella RANNO (giudizio R.G. n. 4167/03 pendente presso il Tribunale di Cagliari).

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In esito all’ordinanza istruttoria sono state acquisite la nota n. 1558-12 del 6 giugno 2008 (con allegati gli atti giudiziari penali) e la nota n. 1013/di del 17 giugno 2008, contenente le notizie richieste in ordine allo stato del contenzioso civile.

In data 16 luglio 2008 la difesa del Confalone ha depositato riserva d’appello contro la sentenza parziale, notificandola altresì al Procuratore regionale e agli altri convenuti in giudizio.

A conclusione del processo di primo grado, la Sezione ha pronunciato la sentenza n. 294/09 del 27 febbraio 2009 con la quale, accogliendo parzialmente la domanda azionata dal Requirente:

·          ha respinto la richiesta di sospensione del giudizio contabile avanzata dal Confalone, ritenendo non necessario attendere la conclusione dei paralleli processi penali e civili;

·          ha escluso la liceità delle scelte gestorie attuate, che hanno messo a repentaglio l’integrità del denaro pubblico, anche sotto il profilo di una redditività generata dalle giacenze liquide disponibili minore di quella assicurata da altre ordinarie e non rischiose forme di allocazione delle stesse;

·          ha ritenuto che, a seguito dell’accettazione dell’offerta Fideuram e della successiva stipula del contratto di investimento, il Fondo di dotazione abbia subito un danno derivante dal minore rendimento delle somme investite rispetto a quello che sarebbe derivato dal ricorso alle forme ordinarie e non rischiose di impiego della liquidità giacente, alla luce della quantificazione del pregiudizio evidenziata nella nota dell’Istituto tesoriere di Coop Fin. S.p.A., tenendo conto dell’andamento dell’investimento, ivi compresi i disinvestimenti parziali e la conversione dello stesso;

·          con riguardo al restante danno, consistente nella perdita del capitale residuo, ne ha ritenuto l’esistenza e l’attualità;

·          ha reputato connotate da piena consapevolezza e volontarietà (dolo) le condotte amministrative dei convenuti;

·          ha accertato la quota di danno corrispondente alla perdita del capitale (€ 7.854.766,73), nonché della parte di lucro cessante (minore utilitas conseguita) derivante dalla conversione dell’investi-mento operata nel novembre del 2001, causalmente addebitabile al solo Medardi, considerato che nel corso dell’investimento sono sopravvenuti due fatti che non possono essere considerati come sviluppo regolare della serie causale innescata dalla decisione di aderire alla proposta Fideuram, di cui non costituiscono effetti normali: dapprima la conversione di una rilevante parte dell’in-vestimento stesso in titoli a maggior rischio, che ha poi determinato un peggioramento della performance e, successivamente, il totale disinvestimento, con transito dell’intera somma nella disponibilità dell’ARST. Tali fatti sono stati ritenuti, dal primo Giudicante, conseguenza di autonome condotte, che hanno determinato una serie causale a sé stante;

·          ha accertato la restante parte di danno per perdita di utilitas (€ 226.136,56 – 78.287,95 = € 147.848,61), addebitandola in solido a tutti e tre i convenuti, i primi due (CONFALONE e GIANOGLIO) per aver concorso causalmente al perfezionamento dell’operazione di investimento, il terzo (MEDARDI) per averne consentito la prosecuzione;

·          per l’effetto, ha condannato il sig. MEDARDI al pagamento, in favore della Regione (e segnatamente della Coop. Fin. S.p.A. - Fondo di dotazione), della somma di € 7.933.054,68, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali; i sigg.ri CONFALONE, GIANOGLIO e MEDARDI, in solido fra loro, al pagamento, a favore dell’Erario regionale (e segnatamente della Coop. Fin. S.p.A. - Fondo di dotazione), della somma di € 147.848,61, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali. Ai tre convenuti soccombenti sono state infine addebitate le spese processuali, liquidate nell’importo di € 5.818,82.

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I sigg. Confalone, Gianoglio e Medardi, nell’impugnare la sentenza n. 294/2009 - ed il sig. Confalone, l’unico ad aver proposto riserva di appello, anche la sentenza non definitiva n. 1181/2008 - hanno dedotto quanto segue:

Appello Confalone (n. 35144):

1.  Il primo giudice ha erroneamente omesso di integrare il contraddittorio nei confronti dei componenti del CdA di Coop.Fin. (che hanno approvato all’unanimità i deliberati consiliari), dei componenti dei collegi sindacali in carica pro-tempore, del direttore della Società Roberto Landi, del consulente dott. Corrado Caddeo (che a decorrere dall’ottobre 2001 ha svolte le stesse funzioni prima attribuite al Confalone).

2.  Non è stato rilevato dalla sentenza il difetto di giurisdizione: il sig. Confalone ha operato come mero consulente della Coop. Fin., in virtù di contratto civilistico di opera professionale e senza alcun inserimento funzionale nell’apparato amministrativo, quindi in assenza di un rapporto di servizio.

3.  Erroneo rigetto dell’eccezione di prescrizione, perché il danno erariale si è verificato al momento dell’adozione della delibera societaria del 20 dicembre 2000; il Confalone è estraneo agli eventi accaduti successivamente al 20 giugno 2001 (data del suo recesso) in ragione di serie causale autonoma.

4.  Nel merito, non sussiste alcuna responsabilità del Confalone. Non è stata svolta alcuna procedura di gara tra potenziali concorrenti, e la Coop.Fin. si è limitata a chiedere la presentazione di proposte finanziarie, senza stabilire alcun criterio per stilare graduatorie di preferenze e senza che si possa parlare di alcuna irregolarità o deviazione da un modello prestabilito. Nessun alterazione delle buste delle proposte è mai stata perpetrata dal Confalone. Egli non ha esercitato alcuna pressione sul presidente Gianoglio per fargli sottoscrivere l’ordine di bonifico in favore della Fideuram (al più si è trattato di sollecitazione alla realizzazione di un investimento particolarmente conveniente). Lo stesso flusso telefonico con la sig.ra Ranno si spiega con la stretta parentela. Il fax ricevuto prima della riunione del 20 dicembre 2000 conteneva una mera integrazione della proposta iniziale di investimento.

5.  La quantificazione delle porzioni di danno individualmente addebitate è erronea quanto alla posizione del Confalone: l’operazione iniziale era di per sé legittima e vantaggiosa ed il Confalone rivestiva un ruolo esclusivamente tecnico-professionale. Egli è estraneo agli eventi dannosi successivi.

6.  Il calcolo del danno per perdita di utilitas (€ 147.848,61) è errato e l’investimento Fideuram era il più conveniente tra quelli indicati come “prodotti analoghi”.

7.  Non può sussistere alcun dolo dove non esiste rapporto di servizio: il Confalone era un consulente e non poteva in alcun modo determinare le scelte compiute dalla COOPFIN; egli ha agito nell’interesse della società e dalle sue azioni sono conseguiti solo vantaggi per la Società medesima.

8.  Nel caso fosse riconosciuta una responsabilità del Confalone, si dovrà valutare la correlazione tra condotta e quantum del danno, con conseguente diminuzione della parte a lui addebitabile.

Appello Gianoglio (n. 35214):

1.   Il primo giudice, dopo aver correttamente precisato che il raffronto di redditività va fatto tra l’investimento nel prodotto finanziario “Fonditalia Eurocurrency” di Fideuram e le forme di impiego “ordinarie” sino a quel momento adoperate da COOPFIN, erroneamente assume, come secondo elemento della comparazione, le “obbligazioni a tasso variabile a 48 e 60 mesi” proposte dalla Banca di Sardegna in risposta alla lettera di invito del 10.10.2000. In realtà, il calcolo della differenza di redditività andava fatto tra quanto ottenuto con il prodotto Fideuram e quanto la Coop.Fin. SpA avrebbe ricavato, per interessi attivi dalla giacenza virtuale, sul conto corrente acceso presso Banca di Sardegna, delle identiche somme investite in “Fonditalia Eurocurrency”. La Coop.Fin. SpA non avrebbe potuto scegliere, in alternativa all’investimento nel prodotto Fideuram, di investire nelle obbligazioni a 48 e 60 mesi, stante il gravoso vincolo dell’immobilizzo di capitali per troppo lungo periodo di tempo (4-5 anni). Chiede una CTU in proposito.

2.   Il primo giudice ha addebitato al Gianoglio di aver aderito alla sollecitazione del Confalone e di aver sottoscritto la lettera di mandato senza verificare che la stessa fosse conforme al deliberato assunto dal CdA nella seduta del 20 dicembre 2000, nè che fossero state aggiunte le clausole di garanzia del capitale (totale) e di rendimento (remunerazione minima del 6,83% annuo), secondo l’offerta precedentemente presentata da Fideuram. Il Gianoglio, invece, sottoscrisse un contratto che materialmente conteneva le clausole di garanzia: la circostanza che questo contratto non sia più stato ritrovato si spiega con le azioni truffaldine poste in essere dalla Ranno. Ciò è tanto vero che è stata presentata da Fideuram (avv. Tomassetti) una denuncia nei confronti della Ranno, perché ha promesso le garanzie alla Coop.Fin. SpA senza autorizzazione di Fideuram. Il giudizio civile pendente sicuramente condannerà Fideuram a corrispondere il rendimento garantito (6,83 per cento).

3.   Non è vero che il Gianoglio ha firmato l’ordine di bonifico (contabilizzato il 21 dicembre) prima di firmare una documentazione contrattuale completa, subito dopo la conclusione del CdA del 20 dicembre 2000 e senza che fosse stata avvertita la Proprietà. Il Confalone era colui che, in ragione delle proprie competenze e attribuzioni di servizio all’interno della SpA, collaborava con la controparte (la Ranno); egli ha completato gli spazi lasciati in bianco (indicazione del giorno dell’investimento e del prodotto finanziario scelto) e ha controllato (o doveva controllare) che fossero completati dalla Ranno; con il Confalone il Gianoglio concordò che l’operazione iniziasse solo dopo aver informato la proprietà. L’ordine è stato firmato il 22 dicembre, quando il Gianoglio fu assicurato dell’avvenuto colloquio Confalone-Piano. La contabilizzazione del bonifico operata il 21 dicembre dipende da un errore degli uffici.

In conclusione, l’appellante sig. Gianoglio chiede, in via gradata: l’assoluzione dalla domanda, l’uso del potere riduttivo e, in via istruttoria, di ordinare alla Banca di Sardegna di effettuare nuovi conteggi per conoscere la resa virtuale della giacenza delle somme sul conto corrente bancario oppure disporre una CTU volta al medesimo accertamento.

Appello Medardi (n. 35281):

1.  Vi è stata violazione degli articoli 24 e 111 della Costituzione, perché il giudice di primo grado ha posto a fondamento della pronuncia di condanna elementi indiziari provenienti dalla fase di indagini preliminari del procedimento penale (in particolare, le dichiarazioni eteroaccusatorie della Ranno, inattendibili, generiche, contraddittorie e segnate da acredine personale nei confronti del Medardi).

2.  Il dott. Medardi non ha tenuto alcuna condotta omissiva, perché sin dall’inizio si è sempre rappresentato un’operazione di investimento garantita e lecita, non a rischio per il capitale della società. Il dott. Medardi non ha mai avuto conoscenza del documento inviato via fax dalla Ranno al dr. Caddeo. Il dr. Medardi, invece, il 22 gennaio 2003, inviò una lettera di reclamo alla Fideuram, il cui contenuto è del tutto incompatibile con un “agire doloso per favorire la Ranno”. Il dott. Medardi appose gli specimen di firma sui moduli il 1 agosto 2001, come avveniva, nei rapporti con le banche, ogniqualvolta vi fosse la modifica del rappresentante legale della società e “come corrispondeva alla prassi dei promotori finanziari”. Relativamente alle due richieste di liquidazione (note 372 del 29 maggio 2002 e 78 del 12 novembre 2002), dette note furono predisposte nel loro contenuto dal consulente Caddeo, che “si occupava di tutto ed era in strettissimi rapporti con la Ranno”. Il dott. Medardi non contattò telefonicamente la BNL, ma ordinò alla segretaria Imperiu di inviare una nota per posta prioritaria e per fax. Il disinvestimento della somma di € 7.854.766,73 fu posto in essere dalla Ranno con apposizione di firma apocrifa.

3.  Numerosi comportamenti del dr. Medardi sono del tutto incompatibili con la contestata volontà di agevolare la Ranno. Il 19 dicembre 2001 egli chiese il trasferimento di tre miliardi da Fideuram al conto corrente della Società. Nel CdA del 4 giugno 2002 propose la modifica dell’art. 18 dello Statuto, prevedente l’anticipo della chiusura di esercizio al 31 dicembre (e non al 30 giugno successivo): ciò allo scopo di far approvare subito il bilancio e dare, in tal modo, la possibilità di esaminarlo e controllarlo in maniera approfondita. Il 13 dicembre 2002 chiese il trasferimento da Fideuram al conto corrente presso il banco di Sardegna di un milione di euro: ciò dimostra che egli nulla sapeva circa il disinvestimento delle somme operato dalla Ranno. Infine, il 22 gennaio 2003 inviò la lettera di reclamo alla Fideuram di Roma, lettera che determinò l’intervento degli ispettori e l’avvio dell’indagine penale.

4.  La sentenza definitiva è contraddittoria con quella parziale ed ha omesso di valutare il contributo causale di soggetti non chiamati in giudizio. Il Medardi aveva chiesto l’integrazione del contraddittorio nei confronti di  vari soggetti (componenti del collegio sindacale, dott. Caddeo, componenti dell’organismo regionale di controllo, dell’Istituto di credito dove erano allocate le giacenze di cassa, della Regione Sardegna, di Maria Gabriella Ranno, di Banca Fideuram SpA, di BNL). La sentenza parziale ha respinto la richiesta rinviando al merito l’esame dell’eventuale incidenza concausale di altri, mentre quella definitiva ha omesso di pronunciare sul punto.

5.  E’ errata l’imputazione della quasi totalità del danno al Medardi. E’ stata sottostimata l’illiceità della fase iniziale dell’operazione finanziaria (durante la quale il Medardi era un semplice consigliere di amministrazione) ed è stata, invece, sovrastimata la fase del disinvestimento.

6.  L’ARST ha beneficiato delle somme accreditate dalla Coop.Fin. SpA a seguito del disinvestimento e tuttora trattiene indebitamente presso di sé tali cospicui proventi: occorre perciò disporre la chiamata in giudizio dell’ARST, che è stata condannata dal Tribunale civile di Cagliari (sentenza n. 1427/2006) a restituire a Fideuram la somma.

L’appellante conclude il proprio ricorso chiedendo gradatamente: la sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 1 della legge n. 639/1996; la declaratoria di nullità della citazione per inesistenza della notifica; il rinvio al primo giudice per l’integrazione del contraddittorio; il rigetto della domanda per insussistenza della responsabilità; la riforma della sentenza di primo grado con rideterminazione dell’incidenza causale delle varie condotte; in via istruttoria, l’esperimento della prova per testi già chiesta in primo grado e non ammessa.

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Con le proprie conclusioni, recentemente depositate, il Procuratore generale ha chiesto la conferma della prima sentenza e il rigetto degli appelli, dei quali in rito chiede la riunione ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Circa le doglianze rassegnate dai tre appellanti – ritenute sostanzialmente riproduttive degli argomenti difensivi svolti nel giudizio di primo grado – il Requirente deduce quanto segue:

·      Sul difetto di giurisdizione, eccepito in primo grado dal sig. Confalone sotto due profili - la natura privatistica di Coop.Fin. SpA e la qualificazione giuridica del rapporto intercorso tra il Confalone e la Società, quale contratto d’opera professionale, senza inserimento nell’apparato della pubblica amministrazione – il Procuratore ritiene che il giudice di primo grado abbia motivatamente respinto l’eccezione. Per quel che riguarda la presente fase d’appello, nella quale la doglianza è riproposta unicamente con riferimento alla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro intercorso con la Coop. Fin. SpA., osserva il PM che ai fini del radicamento della giurisdizione contabile nessun rilievo assumono gli strumenti giuridici adoperati per lo svolgimento delle attività, che possono essere anche totalmente privatistici (cita l’art. 1, comma 1-bis della legge n. 241/1990); univoca giurisprudenza del giudice regolatore della giurisdizione, ricorda ancora, ha da tempo individuato il presupposto soggettivo indefettibile per la responsabilità su cui giudica la Corte dei conti, un rapporto di servizio da intendersi in senso lato, per il quale cioè non rileva né la natura giuridica dell'atto di investitura (provvedimento, convenzione o contratto), né quella del soggetto che la riceve, e che si realizza anche nei casi in cui l’agente tragga occasione dal rapporto giuridico da lui intessuto con l’amministrazione per ingerirsi, di fatto, nell’attività amministrativa (cita Cassaz., SS.UU., n. 22513/2006), o che un soggetto, altrimenti estraneo all'amministrazione, venga investito del compito di porre in essere un'attività spettante alla p.a. (cita Cassaz. SS.UU. n. 4112/2007, n. 24002/2007, n. 8409/2009, n. 10667/2009, n. 17347/2009, n. 19815/2009). Al rapporto di servizio inteso in senso lato e funzionale sono ascrivibili, secondo il Procuratore, non solo l'attività costituente svolgimento diretto della funzione propria del rapporto d'impiego, ma anche quella strumentale per l'esercizio della medesima funzione, sempre che tale attività abbia nel rapporto la sua occasione necessaria (cita Cassaz., n. 2628/2002 e n. 20132/2004). Ritiene il Requirente che sia i contenuti delle attività convenzionalmente affidate ed assolte dal dr. Confalone, sia le concrete, numerose attività che il dr. Confalone ha comunque svolto configurino appieno la relazione giuridica di servizio.

·      Sull’affermata prescrizione dell’azione di responsabilità - eccezione riproposta dal solo dr. Confalone (unico ad aver fatto riserva facoltativa di appello avverso la sentenza parziale) - osserva il PM che la delibera societaria che ha autorizzato l’investimento (assunta il 20 dicembre 2000) non ha provocato alcun danno; quest’ultimo ha iniziato a concretizzarsi solo nel momento in cui è stato attuato il deliberato sui disinvestimenti parziali del 3 gennaio 2002 e del 24 giugno 2002 e sul disinvestimento totale operato dalla RANNO il 5 settembre 2002, data in cui si dovrebbe porre l’esordio prescrizionale quinquennale per l’azione di responsabilità, il cui esercizio prima di detta ultima data non sarebbe stato praticabile, stante la non attualità del danno. L'atto di invito a dedurre contenente l'intimazione a risarcire il danno (quindi idoneo a interrompere la prescrizione) è stato notificato all’odierno appellante il 17 novembre 2006, quindi entro e non oltre lo spirare del quinquennio.

·      Circa l’integrazione del contraddittorio, invocata dagli appellanti Confalone e Medardi dopo il rigetto della medesima richiesta da parte del primo Giudice, ricorda anzi tutto il Procuratore che il solo sig. Confalone aveva fatto riserva d’appello della sentenza parziale (in cui era contenuta tale statuizione); dunque non sarebbe ammissibile analoga richiesta da parte del sig. Medardi. Nel merito della questione, ad avviso del PM qui non vi è alcun consorzio necessario con gli altri presunti corresponsabili indicati dal sig. Confalone (i componenti del CdA di Coop.Fin, i componenti dei collegi sindacali, il direttore della Società Roberto Landi, il consulente dott. Corrado Caddeo, i componenti dell’organismo regionale di controllo, l’Istituto di credito dove erano allocate le giacenze di cassa, la Regione Sardegna, la sig. Maria Gabriella Ranno, la banca Fideuram, la banca BNL): il consorzio necessario è di regola incompatibile con la parziarietà della responsabilità amministrativa; in ogni caso, prosegue il Requirente, altri comportamenti illeciti che avessero concorso al prodursi del danno oggetto di causa sarebbero eventualmente censurabili a titolo diverso, e si tratterebbe dunque di un litisconsorzio facoltativo non integrabile per la prima volta in appello (cita Sez. II app., 22.2.2001, n. 80).

·      Violazione degli artt. 24 e 111 della Costituzione. La denuncia proposta dall’appellante Medardi circa un vulnus recato a norme costituzionali è reputata manifestamente inammissibile: il diritto di difesa e del contraddittorio, spettante al convenuto ed in concreto esercitato nel giudizio contabile, non risulta essere stato in alcun modo compromesso o limitato. Quanto all’utilizzo degli elementi documentali e indiziari provenienti dalla sede penale, evidenzia che il giudice contabile, in mancanza di qualsiasi divieto può utilizzare anche prove raccolte in un diverso giudizio e, pertanto, può desumere dalle risultanze del processo penale, concernente i medesimi fatti, elementi sui quali motivatamente fondare il proprio convincimento; inoltre, per giurisprudenza consolidata, nel processo contabile le prove non devono necessariamente avere la pienezza di quelle che sono richieste nel processo penale; l’interessato, se vuole contrastare gli elementi di prova contro di lui dedotti nel penale, non può sfuggire all’onere di provare, nel giudizio contabile, i fatti contrari ed impeditivi che allega (cita Corte dei conti, Sez. I app., 26.1.2010, n. 56 e 7.4.2010, n. 218). In sostanza, tutti gli elementi utili per la conoscenza dei fatti, comunque acquisiti nella sede processuale ed anche pre-processuale penale, possono essere oggetto di autonoma valutazione da parte del giudice contabile in quanto concorrono, ex art. 116 c.p.c., alla formazione del convincimento sull’esistenza del danno e della responsabilità amministrativa (cita Corte dei conti, Sez. Riunite, 14.4.1992, n. 761; Sez. I, 11.1.2006, n. 7; Sez. III, 14.2.2005, n. 75; Sez. I, 11.9.2009, n. 544; Sez. I, 18.3.2010, n. 188).

·      Insussistenza, nel merito, delle responsabilità individuali. Prive di fondatezza, ad avviso del Requirente, sono le lamentele che i tre appellanti – talvolta reciprocamente rimpallandosi le responsabilità – argomentano e rivolgono avverso l’accertamento delle condotte individuali compiuto in sentenza: un vasto corredo documentale ha supportato lo scrutinio giudiziale di prime cure (ricorda il materiale allegato alle note n. 2472/03 del 27.9.2005, del 28.11.2005, del 10.4.2006, del 3.10.2006, il rapporto reso dalla GdF con note n. 7094 e n. 7589 del 10 e 20 ottobre 2006, nonché la sentenza emessa ex art. 444 c.p.p. a carico di Maria Gabriella RANNO e le notizie in ordine allo stato del contenzioso civile tra la COOPFIN S.p.A., Banca FIDEURAM S.p.A., ARST e la RANNO di cui al giudizio R.G. n. 4167/03 presso il Tribunale civile di Cagliari).

Parte resistente ricorda poi che le risorse finanziarie allocate nel Fondo di dotazione presso la Coop.Fin.S.p.A., di pertinenza regionale e da utilizzare secondo linee di indirizzo impartite dalla Regione, erano specificamente finalizzate ad un programma pubblico da realizzare secondo la legge 24 giugno 1974, n. 268. Il C.d.A. della Coop.Fin. S.p.A. aveva sì deliberato (seduta del 21 febbraio 2000) di investire una quota notevole di dette liquidità (regionali, e non appartenenti al patrimonio della S.p.A.) in operazioni finanziarie, ma il deliberato non autorizzava, né poteva legittimamente farlo, l’effettuazione di investimenti a rischio di perdita del capitale.

Ricorda poi che l’intera operazione si è articolata in tre fasi. Durante la prima fase (gara esplorativa di mercato, ricezione e valutazione delle offerte, aggiudicazione, sottoscrizione del contratto, ordine di bonifico, registrazioni contabili presso Coop.Fin.) vi furono anomalie procedimentali (i rapporti privilegiati con la Ranno rispetto a quelli con le altre imprese offerenti, stante il legame con il sig. Confalone, la vicenda delle buste con le offerte, l’apposizione di firme su moduli in bianco, la sottoscrizione del contratto senza assicurarsi dell’apposizione di clausole di garanzia), che costituiscono per il PM altrettanti indicatori di gravissime trascuratezze nel rispetto di elementari regole di corretta e trasparente gestione amministrativa e nell’adempimento di obblighi di servizio, capaci di agevolare le illecite operazioni della Ranno.

Durante la fase intermedia (disinvestimenti parziali), vengono in evidenza le discrasie tra le comunicazioni ufficiali Fideuram e le comunicazioni della promotrice finanziaria, quali segnali di allarme del tutto ignorati presso Coop.Fin. S.p.A. Nella fase finale (da agosto al 5 settembre 2002), quando si verifica il dirottamento del residuo capitale sul conto corrente di un soggetto estraneo, sarebbe mancata ogni attenzione a questa delicatissima fase conclusiva della vicenda, nonostante il suo forte impatto patrimoniale.

Le singole circostanze fattuali, documentalmente provate e riepilogate nella sentenza, dimostrerebbero condotte soggettive, attive ed omissive, gravemente inosservanti di doveri di servizio ed obiettivamente agevolatrici degli illeciti perpetrati dalla Ranno. Gli effetti finali dell’intera vicenda sono stati la perdita totale del capitale pubblico investito (circa 18 miliardi di lire).

A fronte di ciò, ritiene il Procuratore che gli argomenti difensivi degli odierni appellanti non contrastino in alcun modo la veridicità dei singoli fatti e circostanze, tutti documentalmente provati, tentando di dare di essi letture soggettive e a posteriori, che nella più benevola delle accezioni lascerebbero comunque risaltare intatte una disinvoltura ed una superficialità comportamentale altamente coscienti e causalmente incidenti nella produzione del danno.

·      Quantificazione del danno – Ripartizione soggettiva. Precisa la Procura che le due poste di danno riguardano il capitale perduto ed il minore rendimento dell’investimento Fideuram. Il giudice di primo grado ha messo in rilievo che il danno va individuato, per la sorte capitale, nella somma illecitamente trasferita nella disponibilità di altro ente regionale e, per la minore redditività, va prudenzialmente quantificato nella misura del ricavo astrattamente conseguibile dall'utilizzo delle disponibilità di cassa della società mediante accesso ad investimenti proposti dall'istituto tesoriere in risposta alla lettera di invito diramata dalla COOPFIN (richiama la nota del Banco di Sardegna del 31 gennaio 2006, allegato n. 15, fgl. 1438-1439 del fascicolo di Procura). Tale danno, prosegue il PM, è da considerare attuale e certo per entrambe le componenti.

Rispetto alla duplice lesione patrimoniale, l’esito del contenzioso civile tra Coop. Fin. S.p.A. e Banca FIDEURAM sarebbe una circostanza estranea e giuridicamente irrilevante, oltre che un evento futuro e incerto in quanto dipende da un titolo diverso da quello del giudizio contabile, che ha invece ad oggetto la responsabilità di amministratori e soggetti agenti nell’ambito della Coop.Fin. S.p.A.; inoltre, se del caso, detto esito potrà essere opposto da chi vi abbia interesse nella fase esecutiva del titolo giudiziale contabile, fase che peraltro non appartiene alla potestà cognitiva della Corte dei conti. Il danno su detto, nelle due distinte componenti, secondo il PM è stato addebitato ai tre convenuti, odierni appellanti, in misura ragionevolmente proporzionata alla minuziosa ricostruzione del rispettivo determinismo causale; né gli interessati offrirebbero elementi capaci di porre in dubbio il riparto percentuale operato dal primo giudice, limitandosi ognuno dei tre a ribaltare la responsabilità esclusiva sugli altri concorrenti.

·      Richieste istruttorie (appellanti Gianoglio e Medardi). In ordine a queste ultime, il Pubblico Ministero richiama l’attenzione sui limiti processuali (art. 345, comma 3, c.p.c.) in cui si imbatte la possibilità di esperire di prove costituende in appello (cita Cass. Sez. I, 23.9.2002, n. 13820, Sez. I, 21.7.2009 n. 16971, Sez. II, 31.5.2007 n. 12792) e ritiene comunque che le risultanze documentali in atti offrano tutti gli elementi valutativi necessari. Relativamente alla C.T.U. chiesta dal sig. Gianoglio - che, a suo dire, dovrebbe conteggiare secondo un diverso criterio la redditività dei possibili investimenti alternativi a quello “a rischio” effettuato dalla Coop.Fin. S.p.A. - non è da negare, in astratto, che il giudice di appello possa ritenere utili altri e più specifici elementi, se la prova costituenda fosse motivatamente ritenuta indispensabile a fini decisionali: indispensabilità che però qui non sussisterebbe, poiché vi è già la documentazione comprovante sia il raffronto tra le varie proposte/offerte di investimento inizialmente ricevute dalla S.p.A. (vedi nota Banco 31 gennaio 2006 cit.), sia i rendimenti reali maturati nel tempo tramite l’investimento Fideuram. Relativamente alla prova testimoniale su cui insiste il sig. Medardi, il generico rinvio per relationem a quanto enunciato negli scritti difensivi di primo grado non consentirebbe, né al Pubblico Ministero, né al giudice, di individuare, circoscrivere e valutare l’attuale ammissibilità del mezzo di prova come inizialmente proposto.

·      Le richieste subordinate di esercizio potere riduttivo, avanzate in dagli appellanti Confalone e Gianfoglio, sarebbero da disattendere in radice, sia perché non motivate, sia perchè nella sentenza impugnata è detto, con chiarezza, che la natura dolosa delle condotte censurate ha imposto di addebitare ai condannati l’intero danno provocato all’erario pubblico; a fronte di ciò, ritiene il PM che ogni riduzione, non sorretta da motivata riforma dei capi decisionali che hanno puntualmente accertato le condotte causative del nocumento nei loro profili oggettivi e soggettivi, sarebbe immotivata.

·      Sospensione esecutività della sentenza impugnata. Secondo il Procuratore la richiesta del sig. Medardi deve essere disattesa de plano, ai sensi dell’art. 1, comma 5-ter, del d.l. n. 453/1993, conv. con legge n. 19/1994 (come aggiunto dal d.l. 543/1996, conv. con legge n. 639/1996): la proposizione di appello già di per sé automaticamente produce l’effetto giuridico richiesto.

In conclusione, il Procuratore generale chiede che questa Sezione centrale, disattesa ogni eccezione, deduzione, difesa, istanza o richiesta avversa, voglia respingere gli appelli e conseguentemente confermare per intero l’impugnata sentenza della Sezione giurisdizionale Sardegna n. 294/2009 nonché, per quanto ritenute rilevanti, le statuizioni della sentenza non definitiva n. 1181/2008.

Infine, in considerazione della soccombenza, il PM ritiene che questo Collegio debba liquidare le spese del gravame secondo legge e metterle a carico degli appellanti, in quote eguali e con vincolo di solidarietà.

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Sono state presentate alcune memorie integrative, in vista dell’udienza.

Il dr. Confalone ha presentato tre memorie.

La prima di esse è in risposta alle conclusioni della Procura generale. Sul difetto di giurisdizione, l’appellante ribadisce che il suo rapporto con la Coopfin era di mera consulenza, dunque non vi fu mai inserimento funzionale nell’apparato della p.a.. insiste poi sulla necessità di integrazione del contraddittorio con i membri del C.d.A., i sindaci e il direttore di Coopfin, nonché il consulente subentratogli Caddeo. Sostiene, ancora, che se il dies a quo della prescrizione va fissato a partire dai disinvestimenti (31.1. e 24.6.2002), allora egli è estraneo a tali fatti, mentre se tale decorrenza fosse il giorno della delibera del CdA del dicembre 2000, allora la prescrizione stessa si è già compiuta. Tali considerazioni valgono anche, per l’interessato, a confermare l’inesistenza del nesso di causalità tra la sua condotta e il danno dedotto dal PM. Insiste poi sull’errata quantificazione del danno, già dedotta nell’atto d’appello e sulla necessità di una CTU che chiarisca se quell’investimento causò effettivamente un danno.

Con la seconda e la terza memoria, il dr. Confalone si costituisce negli appelli, rispettivamente, del dr. Gianoglio (n. 35214) e del dr. Medardi (n. 35281), laddove essi s’intendessero finalizzati ad ottenere una riforma della prima sentenza, tale da condurre a risultati meno favorevoli per la posizione del dr. Confalone medesimo.

Il dr. Medardi ha presentato memoria per ribadire le proprie argomentazioni. Evidenzia che nel 2000 si limitò a deliberare l’investimento quale semplice consigliere d’amministrazione, ma non ne seguì l’attuazione, anzi nel gennaio 2001 sollecitò una verifica. I disinvestimenti furono opera della sig.ra Ranno, che a tale scopo falsificò la firma del dr. Medardi.Contesta poi la quantificazione del danno accolta in prime cure, chiedendo in proposito una CTU. Lamenta l’infondatezza della sentenza, laddove afferma un suo comportamento negligente durante la fase di disinvestimento, quando invece sarebbe provato che egli seguì la vicenda, sollecitando i controlli da parte della Fideuram nei confronti della promotrice infedele.

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All’udienza dibattimentale odierna, ha preso per primo la parola l’avv. Tavolacci, per Confalone. Si richiama integralmente ai motivi d’appello. In particolare, insiste sull’individuazione del fatto generatore del danno: la delibera del primo investimento è del dicembre 2000, e il danno deriva dal disinvestimento del 2002 (data da cui il PM fa decorrere la prescrizione); il Confalone a quell’epoca già da 6 mesi aveva cessato il suo rapporto con Coop. Fin., dunque viene meno ogni nesso causale. Erra dunque la sentenza laddove ritiene responsabile anche il Confalone, giacchè fino al 2002 l’investimento era stato fruttuoso, ed è con il deliberato del 2002 che esso cambiò natura, diventando rischioso. Contesta poi i criteri di valutazione del danno, il cui calcolo è parametrato su una tipologia di fondi non sottoscrivibili dalla società (a 48 o 60 mesi); prendendo invece a base di calcolo prodotti simili, non vi sarebbe alcun danno. In via subordinata, chiede apposita CTU in proposito.

L’avv. Spanu, per Gianoglio, si richiama anch’egli ai motivi d’appello. Evidenzia un equivoco di fondo: qui non si è trattato di una gara tra più istituti di credito, ma semplicemente della richiesta di informative a più banche, restando la società Coop. Fin. libera di affidare a chi volesse; ciò implica che non possa parlarsi di confronto concorrenziale con altri investimenti. Altro equivoco è consistito nella convinzione che l’investimento effettuato fosse ad alto rischio, cosa non vera; la Coop. Fin. scelse invece un investimento a basso rischio, come risulta dal prospetto di Fondi Italia, e non dissimile da quello proposto dal Banco di Sardegna, tanto è vero che la performance fu buona fino al 2002. Il raffronto, semmai, va operato con il c/c, rispetto al quale il vantaggio fu evidente. Il danno è sorto successivamente, quando fu operato il disinvestimento con documenti falsi; ciò che rende verosimile che i falsi vi fossero anche in precedenza, allorchè Gianoglio sottoscrisse l’investimento confidando nell’esistenza di idonee clausole di salvaguardia per la società.

L’avv. Carta, sempre per Gianoglio, richiama le funzioni svolte da Coop. Fin., che era quella di sostenere le cooperative sarde che così avrebbero potuto contare su adeguati mutui per le loro iniziative. Il contratto di investimento proposto fu esaminato e vagliato da tutto il CdA e dallo stesso organo di controllo. Il presidente non avrebbe potuto non sottoscrivere la proposta, approvata in sede assembleare. Era stato specificato che fossero garantiti la remunerazione e la conservazione del capitale investito. Ricorda che in sede civile vi è già stata la condanna di Fideuram (oltre alla Ranno), che non rispettò i suoi obblighi verso il cliente. La performance fu talmente buona, che con gli interessi percepiti per i primi due anni fu acquistata la nuova sede della società.

L’avv. Margelli, per Medardi, esclude la sussistenza del danno da cattivo investimento, come pure evidenziato dalla G.d.F. nel suo verbale. Il disinvestimento è quello che ha recato il maggior danno: ebbene, tale operazione fu posta in essere con firme e documenti falsi dalla Ranno; dunque, il presidente Medardi fu vittima e non autore dell’accaduto. Anche le accuse di mancato controllo non corrispondono al vero; nel verbale dell’udienza civile del 2009 è accertato che Medardi chiese chiarimenti in proposito, ma nulla avrebbe potuto di più. Lamenta che nel presente processo non figuri l’ARST (che introitò indebitamente queste somme).

Il PM chiarisce che non vi è alcun titolo all’integrazione del giudizio con l’ARST, perché non è quest’ultima ad essere responsabile dell’ammanco e del corrispondente danno alla Coop. Fin.. I due presidenti non possono non essere ritenuti responsabili, avendo firmato in bianco le operazioni di investimento e i successivi bonifici, per somme tanto consistenti; in ogni caso, vi furono molteplici negligenze da parte dei vertici societari. E’ importante la conferma della condanna, la quale porterà ad una fase esecutiva nella quale il danno potrà essere recuperato. Conferma le conclusioni depositate.

D I R I T T O

1.         In rito, si dispone la riunione degli odierni appelli, ai sensi dell'art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la medesima sentenza.

2.         Sempre in via pregiudiziale, va respinta la doglianza relativa al difetto di giurisdizione di questa Corte dei conti, esplicitamente avanzata dall’appellante dr. Confalone sotto due profili, la natura privatistica di Coop.Fin. S.p.A. e la qualificazione giuridica del rapporto intercorso tra il Confalone e la società medesima, quale contratto d’opera professionale, senza inserimento nell’apparato della pubblica amministrazione.

Sotto entrambi i profili evocati le deduzioni della difesa dell’interessato si appalesano prive di pregio e vanno disattese.

2.1.     Con riferimento alla questione di carattere generale, è noto come il problema della possibile sussistenza di un rapporto di servizio di soggetti privati con una pubblica amministrazione si sia posto, inizialmente, con riferimento agli amministratori e dipendenti degli enti pubblici economici. Per questi ultimi il Giudice della nomofilachia aveva in un primo tempo affermato che la giurisdizione della Corte dei conti è da ritenere sussistente solo limitatamente agli atti che esorbitano dall'esercizio imprenditoriale proprio di questi enti, e si ricolleghino, dunque, a poteri autoritativi di autorganizzazione, restandone invece escluse le attività d’impresa, svolte in regime di diritto privato (Cass. civ., SS.UU., 2 marzo 1982, n. 1282; id., 21 ottobre 1983, n. 6178; id, 11 febbraio 2002, n. 1945/ord.; id, 20 febbraio 2003, n. 2605/ord.).

In anni più recenti, tuttavia, la medesima Cassazione ha rimeditato tale orientamento. Con la - oramai nota - ordinanza n. 19667 del 22 dicembre 2003, le SS.RR. hanno affermato, infatti, che esiste la giurisdizione della Corte dei conti in ordine agli illeciti commessi da amministratori e dipendenti che abbiano cagionato danni agli enti pubblici economici da cui dipendono. Ha ritenuto, la Suprema Corte, che l’adozione di forme privatistiche per l’organizzazione dell’ente pubblico o per la sua attività, in ogni caso non potrebbe certo avere l’effetto di trasformare il denaro amministrato, che è pubblico – in ragione del suo provenire dalla finanza pubblica - in denaro “privato”, del cui buon uso sia come tale consentito disinteressarsi.

Tale nuova linea interpretativa della Corte regolatrice della giurisdizione è stata ribadita in numerose ulteriori pronunzie. La successiva decisione della Cassazione intervenuta nell’argomento (la sentenza delle Sezioni Unite 26 febbraio 2004, n. 3899), ha affermato l'esistenza di un rapporto di servizio – e quindi della giurisdizione contabile - tra un comune e una società per azioni, il cui capitale era detenuto in maggioranza dallo stesso comune, il quale a tale società aveva affidato in concessione alcuni servizi. In particolare, le Sezioni Unite hanno rilevato che il rapporto tra l’ente locale e la società in tali casi è caratterizzato “…dall’inserimento del soggetto esterno nell’iter procedimentale dell’ente pubblico come compartecipe dell’attività a fini pubblici di quest’ultimo”: il che, appunto, costituisce il presupposto “per l’assoggettamento alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di responsabilità patrimoniale per danno erariale”; nello stesso senso le considerazioni espresse, sempre dalle SS.UU. della Cassazione, nell’ordinanza 2 luglio 2004, n. 12192, che ha dichiarato la giurisdizione della Corte dei conti su una società, costituita da un ente pubblico (ACI) per la gestione dei parcheggi a pagamento su suolo comunale.

2.2.     Per quel che più da vicino interessa il profilo all’odierno esame di questo Giudice d’appello, è da tenere presente l’ordinanza 12 ottobre 2004, n. 20132, nella quale la medesima Cassazione a Sezioni Unite ha affermato che rientrano nella giurisdizione della Corte dei conti le fattispecie di danno erariale, relativo a fatti commessi anche dall’amministratore di un ente privato, destinatario di contributi vincolati, distratti irregolarmente dal fine pubblico cui sono destinati.

Successivamente, con la sentenza 1° marzo 2006, n. 4511, le Sezioni Unite hanno ulteriormente chiarito che la Corte dei conti può condannare anche i soggetti privati che ricevono indebitamente finanziamenti pubblici per la loro attività (pure privata). Più in particolare, ha osservato la Suprema Corte che, in tema di riparto di giurisdizione tra Giudice ordinario e Giudice contabile, "… il baricentro si è spostato dalla qualità del soggetto (privato o pubblico) alla natura del danno e degli scopi perseguiti, cosicché ove il privato, per sue scelte, incida negativamente sul modo d’essere del programma imposto dalla pubblica amministrazione, alla cui realizzazione egli è chiamato a partecipare con l’atto di concessione del contributo, e la incidenza sia tale da potere determinare uno sviamento dalle finalità perseguite, egli realizza un danno per l’ente pubblico (anche sotto il mero profilo di sottrarre ad altre imprese il finanziamento che avrebbe potuto portare alla realizzazione del piano così come concretizzato ed approvato dall’ente pubblico con il concorso dello stesso imprenditore), di cui deve rispondere dinanzi al giudice contabile". Analoghi concetti sono stati espressi dalle medesime SS.UU. nelle successive pronunzie, 20.10.2006, n. 22513 (sempre in fattispecie di erogazione di contributi pubblici a privati), 20.11.2007, n. 24002 e 18.7.2008, n. 19815.

L’innovativa posizione del Giudice regolatore della giurisdizione è stata fatta propria, senza esitazioni, dalla giurisprudenza contabile: possono ricordarsi in particolare, tra le tantissime, Corte dei conti, Sezione I d'appello, 13.6.2011, n. 256, 1.6.2010, n. 387, 15.10.2009, n. 581 e 5.8.2008, n. 361; Sezione III d'appello, 16.3.2010, n. 202 e 2.10.2009, n. 397; Sezione giurisdizionale Lazio, 29.3.2010, n. 719; Sezione giurisdizionale Calabria, 17.2.2010, n. 170; Sezione giurisdizionale Sicilia, 27.11.2009, n. 2996; Sezione giurisdizionale Sardegna, 18.1.2008, n. 123.

2.3.     Orbene, ritiene il Collegio che siano sufficienti le notazioni innanzi esposte, per evidenziare la piena sussistenza, nel caso all’esame, di tutti gli elementi caratterizzanti la giurisdizione contabile di responsabilità, secondo la giurisprudenza sopra riportata.

Invero, non v’è dubbio che l’irregolare utilizzo delle risorse pubbliche ricevute dal privato nell’ambito di finalità pubbliche, crei un danno per l’ente che tali risorse ha erogato: in tutti i casi – come in quello odierno – in cui il passaggio di fondi pubblici a privati avviene in forza dell’adesione del privato stesso ad un programma di attività varato dall’ente pubblico, il privato medesimo diventa compartecipe fattivo di quell’attività (pubblica), contribuendo a realizzarne le finalità perseguite ed instaura perciò, con il predetto ente, un rapporto funzionale di servizio (v. Corte dei conti, Sezione III app., n. 202/2010, cit.).

Insomma, ciò che è decisivo, ai fini del radicamento della giurisdizione contabile di responsabilità amministrativa, non è l'utilizzo degli strumenti giuridici prescelti (di diritto privato o pubblico) o la natura (pubblica o privata) del soggetto agente, ma l’oggettivo perseguimento dei pubblici interessi e la qualificazione pubblica delle risorse gestite; elementi, entrambi, qui indiscutibili.

E comunque, ogni qual volta si discuta se le sostanze pubbliche siano state correttamente utilizzate e siano effettivamente servite per realizzare finalità di pubblico interesse, non può essere revocabile in dubbio che il Giudice deputato nel nostro ordinamento a tale tipo di verifica, ai sensi dell’art. 103, comma 2, Cost., è appunto questa Corte dei conti.

In conseguenza di quanto innanzi precisato, si appalesa priva di fondamento la pretesa dell’appellante, di considerarsi estraneo al perseguimento di fini istituzionali. La giurisprudenza civile e quella contabile in materia, su ricordate, sono chiarissime in proposito.

Il Collegio deve, dunque, affermare la propria giurisdizione in materia, con conseguente rigetto del relativo motivo d’appello.

2.4.     Allo stesso modo, non merita accoglimento il profilo di gravame relativo alla carenza di un rapporto di servizio tra l’appellante e l’amministrazione pubblica (nel senso che, secondo l’interessato, si tratterebbe di una mera locatio operis, senza inserimento funzionale nell’apparato della p.a).

In proposito, la il Giudice regolatore della giurisdizione ha da gran tempo chiarito che per la sussistenza di un rapporto di servizio con l’ente pubblico - elemento essenziale perché possa parlarsi di responsabilità amministrativa: art. 52 R.D. 12 luglio 1934, n. 1214, T.U. sulla Corte dei conti - non è necessaria l’instaurazione di un formale rapporto d’impiego, essendo allo scopo sufficiente l'esistenza di una relazione, con la p.a., tale da ricondurre l'attività del soggetto all’ente medesimo: è sufficiente, in altri termini, che il soggetto (persona fisica o giuridica) abbia contribuito allo svolgersi dell'attività amministrativa, in virtù della particolare posizione, giuridica (nel caso di rapporto d'impiego, contratto, convenzione, etc.) o anche di mero fatto, da esso stesso assunta all'interno dell'apparato organizzativo dell'ente pubblico (cfr. Cassazione, SS.UU., n. 5467/1979 e 9 ottobre 2001, n. 12367; per gli arresti più recenti, cfr. SS.UU. n. 4112/2007, n. 24002/2007, n. 8409/2009, n. 10667/2009, n. 17347/2009, n. 19815/2009, ricordati anche dal PM). In altri termini, l’esistenza di una relazione funzionale tra l'autore dell'illecito causativo di un danno patrimoniale e l'ente pubblico che subisce tale danno, quale presupposto per un addebito di responsabilità amministrativa, è configurabile non solo quando tra i due soggetti intercorra un rapporto di impiego in senso proprio, ma anche quando sia comunque ravvisabile un rapporto di servizio in senso lato, tale cioè da collocare il soggetto preposto in condizione di compartecipe dell'attività amministrativa dell'ente pubblico preponente (Corte dei conti, Sezione II app., 7 aprile 2003, n. 143; Sezione I app., 29 gennaio 1998, n. 25; id., 8 aprile 2002, n. 107).

In tale ottica, viene ordinariamente riconosciuta l’esistenza di un rapporto di servizio, ad es., nel caso del direttore dei lavori di un’opera pubblica, anche se esterno all’ente (Corte dei conti, Sezione giurisdizionale Lombardia, 20 gennaio 2000, n. 81; Sezione giurisdizionale Lazio, 23 ottobre 2002, n. 2876; Sezione II app., n. 143/2003, cit.), come pure nei confronti di una persona giuridica privata (Sezione I app., 23 settembre 1998, n. 196).

Più in particolare, con riferimento a fattispecie ed ambiti del tutto analoghi a quello dell’odierna vertenza, è stato precisato che “Il libero professionista che si trovi a svolgere, anche in base a convenzioni di diritto privato, attività giuridiche o materiali in nome e per conto di un ente pubblico deve considerarsi vincolato da un vero e proprio rapporto di servizio con l'ente stesso, di tal che sussiste la giurisdizione della Corte dei conti in riferimento a responsabilità amministrativo-contabili che si assumano essere conseguenti allo svolgimento delle richiamate attività convenzionate” (Sezione II app., 13 marzo 2001, n. 105), o che “Sussiste giurisdizione della Corte dei conti per atti di gestione posti in essere da amministratori e dipendenti di ente incaricato e finanziato dalla competente amministrazione regionale per la tenuta di corsi di formazione professionale e configurabile, quindi, come ente-organo della regione” (Sezione III app., 29 gennaio 2001, n. 21) ovvero, ancora, che “L'istituto di credito preposto ad un servizio di tesoreria è gravato da funzioni di garanzia e doveri che vanno ben oltre quelli scaturenti dal rapporto di conto corrente bancario disciplinato dal codice civile; e, pertanto, concretandosi un rapporto d'immedesimazione organica con imputazione dell'attività gestoria all'ente concedente e, quindi, un vero rapporto di servizio, sussiste nella specie la giurisdizione della Corte dei conti per le relative responsabilità” (Sezione I app. 3 giugno 1999, n. 178).

Orbene, non possono sussistere seri dubbi, nell’ottica innanzi delineata, che l’attività svolta dal dr. Confalone per conto della regione Sardegna, in base peraltro ad un formale rapporto convenzionale, configuri a pieno titolo un’effettiva relazione giuridica di servizio nei confronti dell’ente territoriale medesimo.

Per concludere sul punto, va respinta, siccome priva di pregio, la doglianza relativa al preteso difetto di giurisdizione della Corte dei conti, sotto entrambi i profili dedotti dall’appellante dr. Confalone.

3.         Sempre in via pregiudiziale, va poi disattesa, non essendovi nulla a provvedere in proposito, la richiesta dell’appellante dr. Medardi, il quale invoca la sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata.

Non ha forse tenuto presente, il richiedente, il (chiarissimo) disposto dell’art. 1, comma 5-ter, del d.l. n. 453/1993, conv. con legge n. 19/1994, secondo il quale “Il ricorso alle sezioni giurisdizionali centrali sospende l'esecuzione della sentenza impugnata. La sezione giurisdizionale centrale, tuttavia, su istanza del procuratore regionale territorialmente competente o del procuratore generale, quando vi siano ragioni fondate ed esplicitamente motivate può disporre, con ordinanza motivata, sentite le parti, che la sentenza sia provvisoriamente esecutiva”. E dunque, la mera presentazione dell’appello ha già comportato l’automatico effetto ora invocato da parte appellante, senza necessità di alcuna pronunzia in quel senso (tenuto anche presente che controparte non ha chiesto la provvisoria esecuzione).

4.         Priva di pregio si appalesa la pretesa dell’appellante Medardi, il quale ipotizza la violazione degli artt. 24 e 111 della Costituzione, perché il giudice di primo grado avrebbe posto a fondamento della pronuncia di condanna elementi indiziari provenienti dalla fase di indagini preliminari del procedimento penale (il che avrebbe leso i diritti di difesa e del contraddittorio).

In proposito va evidenziato che il materiale di un giudizio diverso da quello contabile, come del resto qualsiasi altro, ben può essere esaminato e valutato da questo Giudice contabile, e posto (unitamente a tutta la restante documentazione) a base dell’emananda decisione, senza che ciò implichi la violazione del diritto di difesa di alcuno.

Secondo giurisprudenza consolidata, infatti, tutti gli elementi utili per la conoscenza dei fatti, comunque acquisiti, anche in sede processuale e preprocessuale penale, possono (e devono!) essere oggetto di autonoma valutazione da parte del Giudice contabile, in quanto concorrono, ex art. 116 c.p.c., alla formazione del convincimento sull’esistenza dell’eventuale danno e delle conseguenti responsabilità amministrative (Corte dei conti, n. 761; Sezione I app., 11 gennaio 2006, n. 7, 9 maggio 2008, n. 209, 11 settembre 2009, n. 544 e 18.3.2010, n. 188).

In ogni caso, i fatti emersi in sede penale sono stati, nella presente fattispecie, autonomamente apprezzati dal Collegio di prime cure a fini qualificatori diversi rispetto al giudizio penale, che è indirizzato, invece, esclusivamente all’accadimento dell’esistenza del reato ed alla erogazione della pena nei confronti del colpevole (Corte dei conti, Sezione I app., 11 gennaio 2006 n. 7 e 18 marzo 2010, n. 188; Sezione III app., 14 febbraio 2005, n. 75). Oltre a ciò, è pure evidente che il convincimento dei giudici di prime cure non si è basato soltanto sugli elementi probatori emersi in sede penale, ma anche sui risultati delle indagini compiute dalla Procura contabile e sulla restante documentazione presente in atti.

E dunque, in relazione a tutto il complesso del materiale probatorio esistente, i soggetti convenuti nel giudizio hanno avuto, come di regola, piena possibilità di interloquire e difendersi.

Insomma, nessuna violazione del principio di parità delle parti in giudizio (art. 111 Cost.) e men che meno del diritto ad una difesa effettiva (art. 24 Cost.).

5.         Ancora in rito, deve essere disatteso il motivo d’appello, formulato dagli appellanti sigg.ri Confalone e Medardi, secondo i quali avrebbe errato il primo Giudice nel rigettare la richiesta di integrazione del contraddittorio con i componenti del CdA di Coop.Fin, i sindaci, il direttore della Società, il consulente dott. Caddeo, i componenti dell’organo regionale di controllo, l’Istituto di credito dove erano allocate le giacenze di cassa, la Regione Sardegna, la sig. Maria Gabriella Ranno, la banca Fideuram e la BNL.

Invero, tale richiesta appariva (e tuttora appare) meramente dilatoria, in relazione al petitum e alla stessa causa petendi dell’odierno giudizio, nel quale si fa valere la responsabilità connessa con la decisione di operare un certo investimento finanziario, poi rivelatosi fallimentare: la presenza in giudizio degli altri soggetti sopra indicati non appare certo indispensabile allo scopo; a tutto concedere, potrebbe parlarsi semmai di litisconsorzio facoltativo. E in tal caso, la negativa decisione in proposito da parte del primo Giudice non potrebbe essere oggetto di censura in appello, come correttamente posto in rilievo anche dal PM.

Comunque, la mancata integrazione del contraddittorio in alcun modo potrebbe nuocere agli interessi degli appellanti odierni: gli altri, eventuali apporti concausali alla determinazione del danno per il quale è causa sarebbero valutati dal Collegio in sede di determinazione del quantum da porre a carico di coloro che fossero ritenuti responsabili, in via diretta, della perdita finanziaria in questione.

6.         In via preliminare, il dr. Confalone (unico ad aver fatto riserva di appello avverso la sentenza parziale ricordata in fatto) ha dedotto la prescrizione dell’azione contabile di prime cure, che infondatamente non sarebbe stata dichiarata dal primo Giudicante.

Ritiene in proposito l’interessato che il decorso del termine prescrizionale quinquennale debba essere fatto risalire dalla data della delibera societaria che autorizzò l’investimento (assunta il 20 dicembre 2000), il quale sarebbe da ritenersi causa del depauperamento dell’ente. Pertanto, l’atto di citazione in giudizio emesso dal Procuratore regionale il 29 dicembre 2006 (oltre il quinquennio dalla data di detta delibera) sarebbe tardivo.

La tesi attorea manca di fondamento e va rigettata.

A tale riguardo, si rammenta che la giurisprudenza di questa Corte ha da tempo chiarito, con riferimento al termine iniziale di decorrenza della prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativo-contabile, che non può ritenersi sufficiente a dare inizio al periodo prescrizionale il semplice compimento di una condotta (in ipotesi) trasgressiva degli obblighi di servizio. Tale assunto discende in maniera evidente dalla lettura sistematica del su detto art. 1 L. n. 20/1994 (che parla di “fatto dannoso), coordinata con il fondamentale principio dell’art. 2935 del c.c., secondo cui "la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere" (giurisprudenza pacifica: cfr. in terminis, per tutte, Corte dei conti, Sezione I app., 2 febbraio 2011, n. 36).

Ciò posto, nella presente fattispecie non è stata certamente la delibera societaria del 2000 ad aver causato il danno all’erario regionale: l’investimento deciso, infatti, ben avrebbe potuto rivelarsi vantaggioso per l’ente. Il nocumento ha invece avuto inizio nel momento dei successivi disinvestimenti, parziali e totale (e di cui alle delibere del 2002 e 2003, oltre che all’attività illecita della sig.ra Ranno); solo da tali date è divenuta irrimediabile la situazione dell’investimento, e la correlativa perdita finanziaria è divenuta attuale e concreta.

In conseguenza di ciò, l’azione intentata si pone come pienamente tempestiva, in relazione a tutte le su dette date di riferimento per l’exordium praescriptionis: l’invito a dedurre contenente l'intimazione a risarcire il danno è stato notificato all’appellante il 17 novembre 2006, quindi entro il quinquennio da tali date.

7.         E’ possibile ora passare all’esame del merito della vicenda.

Si ricorda, brevemente, che gli illeciti oggetto del presente giudizio di appello riguardano l’investimento di denaro pubblico (regionale), allocato nel Fondo di dotazione presso la Coop. Fin. S.p.A., in uno strumento finanziario di rischio emesso da banca Fideuram. Una prima voce dannosa (€ 7.854.766,73) sarebbe consistita, secondo la prospettazione del PM regionale, nella perdita del capitale a seguito dell’adesione ad una proposta formulata da una promotrice finanziaria (sig.ra Gabriella Ranno), che poi avrebbe operato il disinvestimento delle somme con false comunicazioni alla Fideuram e riversamento del controvalore delle quote disinvestite sul c/c di un ente regionale (ARST) che vantava a sua volta un credito nei confronti di Fideuram; una seconda posta dannosa (€ 226.136,56) era ritenuta corrispondere alla perdita della possibile utilitas per la Coop. Fin., se fosse stato operato un corretto uso delle risorse, somma individuata tenendo conto dei possibili investimenti alternativi proposti dal Banco di Sardegna, istituto tesoriere della regione.

Il danno – del quale il primo Giudice ha operato una rideterminazione, in base alla documentazione disponibile e alle stesse deduzioni delle difese - è stato addebitato dalla sentenza ai due Presidenti succedutisi nella carica (Gianoglio e successivamente Medardi dal 2001) e al consulente in rapporto di servizio con la S.p.A. (Confalone). Più in particolare, il dr. Medardi è stato condannato alla somma di € 7.933.054,68, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali; i sigg.ri Confalone, Medardi e Gianoglio sono stati condannati, in solido fra loro, al pagamento di € 147.848,61, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali. Per tutti ha fatto seguito la condanna alle spese.

8.         Ciò posto, occorre delibare ed esattamente individuare, in primo luogo, le responsabilità individuali nella presente, complessa vicenda (posto che, almeno in punto di sussistenza di un danno, non vi sono dubbi né specifici motivi d’appello, a parte quelli riguardanti l’esatta determinazione del quantum).

8.1.     Viene per prima in considerazione la posizione del dr. Medardi, Presidente della Coop.Fin. dal 26 luglio 2001 (ed in precedenza consigliere della medesima).

Il Collegio ritiene che non possano esservi dubbi in ordine alle sue gravissime responsabilità nella presente vicenda dannosa, come del resto emerge con evidenza dalla mera descrizione del succedersi degli avvenimenti che hanno caratterizzato la vicenda.

8.1.1.  L’appellante, invero, fu anzi tutto protagonista dell’avvenuta conversione dei titoli in data 2 novembre 2001 (liquidazione di quote Eurocurrency per € 5.164.568,99 con l’acquisto, per uguale importo, di Euro bond L.T. ed Euro bond M.T.); conversione resa possibile proprio dal sostanziale (e sciagurato) disinteresse del Presidente Medardi, che firmò in bianco i moduli necessari e li fece avere alla promotrice sig.ra Ranno: alcuni moduli firmati in bianco e timbrati vennero successivamente rinvenuti presso la sede sociale e anche presso il domicilio della Ranno e, quel che più interessa, uno di detti moduli fu appunto utilizzato per la richiesta di conversione. Non risulta, poi, che il Presidente si dette cura di informare il CdA di tale operazione, evidentemente ritenuta di mera routine.

Vi furono poi le due successive liquidazioni, per € 1.549.370,70 e per € 291.588,11, entrambe richieste dal Presidente Medardi con le note del 19 dicembre 2001 e del 21 giugno 2002, indirizzate alla Banca FIDEURAM.

Per non parlare, poi, della restante corrispondenza intercorsa tra il dr. Medardi e la FIDEURAM, ampiamente rievocata dal primo Giudice, e che testimonia anch’essa (ad abundantiam) l’atteggiamento negligente tenuto dal vertice della società, e che ha indubbiamente condotto, passo dopo passo, al disastro finale.

Più in generale, è emerso con chiarezza che alla medesima sig.ra Ranno venne nei fatti consentita dal dr. Medardi, almeno da quando egli ricoprì la carica di presidente della società, la (disinvolta e autonoma) gestione del patrimonio della Coop. Fin., senza limiti o riscontri sia pur minimali.

E’ poi altrettanto evidente che l’illiceità delle attività poste in essere dalla promotrice sarebbe certamente emersa con facilità, se solo il Presidente medesimo si fosse preoccupato, anche solo di tanto in tanto, di verificare e monitorare la sorte e il percorso (rendimento, performance) delle ingentissime somme di danaro che erano state affidate alla promotrice medesima: la quale fu invece in grado, alla fine, addirittura di trasferire l’intero capitale ad altro soggetto (l’ARST): e va detto che le operazioni poste in essere dalla medesima promotrice non furono certo caratterizzate da particolare calliditas o originalità (almeno da quanto risulta in atti), sì da non poter essere disvelate con sufficiente tranquillità. Tali azioni, al contrario, furono rese possibili unicamente dall’atteggiamento a dir poco disinteressato del Presidente, il quale solo alla fine (novembre/dicembre 2002 e gennaio 2003), resosi evidentemente conto del disastro ormai consumatosi, si decise a scrivere, chiedendo spiegazioni che non sarebbero giunte mai.

8.1.2.  Del resto, le stesse deduzioni e motivazioni dell’appellante, lungi dal confutare l’opinamento di questo Collegio, paiono anzi confermarlo in pieno: opporre, come fa il dr. Medardi, che “… la circostanza che la Ranno fosse in possesso di alcuni moduli firmati corrispondeva alla prassi dei promotori finanziari”, oppure che “la Ranno era quindi persona esperta ed abile nel farsi apporre firme su documenti in bianco” (sic!) dimostra, in maniera lampante e senza necessità di particolari, ulteriori approfondimenti, ad avviso di chi scrive, l’estrema scriteriatezza dell’agire del dr. Medardi, Presidente di una società di notevole rilievo, e tanto più grave in quanto erano in gioco somme di tale, enorme portata.

Non v’è dubbio, per concludere sul punto, che la responsabilità del dr. Medardi debba essere confermata, in linea di principio - e salvo quanto sarà chiarito più oltre – con riferimento al danno corrispondente alla perdita di € 7.854.766,73 da parte della Coop.Fin., danno che deve essergli dunque interamente addebitato.

A tale somma va aggiunta quella corrispondente al mancato utile percepito dalla società per il periodo successivo al novembre 2001 (data del disinvestimento). Se ne dirà oltre.

8.1.3.  Né potrebbe trovare accoglimento la deduzione di parte appellante in punto di esistenza di un danno certo e attuale, che a suo avviso dovrebbe escludersi perché è in corso un’azione civile per il recupero dell’intera somma; questa deduzione, va evidenziato, è stata avanzata anche dalla difesa del sig. Gianoglio.

A quest’ultimo proposito, vale marcare e ribadire, sotto il profilo generale, i differenti ambiti e finalità della giurisdizione civile, rispetto alla giurisdizione di responsabilità amministrativa e contabile, intestata a questa Corte dei conti: la prima tende al reintegro degli elementi del patrimonio di un soggetto (ingiustamente) danneggiato, la seconda è invece finalizzata ad accertare e sanzionare le responsabilità degli agenti pubblici che abbiano, con comportamenti contra legem, inferto una lesione all'efficienza dell'azione amministrativa, nonché alla sua indipendenza, buon andamento ed imparzialità. Ciò in astratto, secondo una certa interpretazione, potrebbe addirittura giustificare l’esistenza di due azioni innanzi alle due diverse giurisdizioni, attivate da soggetti differenti, senza che ciò comporti necessariamente la violazione né del principio del giusto processo, né di quello del “ne bis in idem”, dal momento che comunque, in sede esecutiva, si dovrebbe tenere conto di quanto già risarcito per effetto di precedenti condanne (cfr. Corte dei conti, Sezione I app., 22.3.2010, n. 198, 14.11.2000, n. 331 e 22.1.2002, n. 16; Sezione III app., 18.1.2002, n. 10).

E comunque, l’effettiva sussistenza di un danno certo e attuale non potrebbe essere, allo stato, posta in discussione, perché una somma di oltre 7, 8 ml. di euro non è più nelle disponibilità della regione, né è certo che vi tornerà mai, essendo l’esito del parallelo processo civile nei confronti della ARST tutt’altro che sicuro, a fronte (si ripete) di un nocumento patrimoniale rappresentato dal venir meno di quel considerevolissimo importo, senza causa e senza alcuna contropartita. Non potrebbe, anzi, neppure immaginarsi un danno più certo e attuale di questo.

8.2.     Agli altri due appellanti, i sigg.ri Confalone e Gianoglio, è stata addebitata un’altra voce dannosa, rappresentata secondo il primo Collegio dalla mancata utilitas dell’investimento iniziale. Più esattamente, i due interessati sono stati condannati, in solido fra loro e anche con il dr. Medardi, al pagamento, a favore dell’Erario regionale, della somma di € 147.848,61: i sigg.ri Confalone e Gianoglio per aver concorso causalmente al perfezionamento dell’operazione di investimento, il dr. Medardi per averne consentito la prosecuzione.

L’addebito merita solo parziale conferma, nei termini e nei limiti di cui appresso.

8.2.1.  In primo luogo, va confermata l’affermazione del Giudice territoriale – in verità non smentita, almeno in linea di massima, dagli appellanti – sull’esistenza di un effettivo nocumento per l’Erario regionale, in termini di mancata redditività dell’investimento operato.

Ed invero, la scelta operata dalla Coop.Fin. (“Fonditalia Eurocurrency” di Fideuram) già da una valutazione ex ante si presentava come tutt’altro che vantaggiosa rispetto ad altre forme di impiego dei capitali; circostanza, si ripete, sostanzialmente non negata dalle stesse difese degli appellanti, i quali infatti lamentano solo un calcolo errato in termini di quantum. In particolare, la difesa del sig. Gianoglio ritiene che non possa essere assunto, come parametro per determinare il minore introito, l’investimento in obbligazioni a tasso variabile a 48 o 60 mesi proposte dal Banco di Sardegna, perché impraticabile nel concreto (giacchè avrebbe comportato l’immobilizzo dei capitali per un periodo di tempo eccessivamente lungo).

Il Collegio ritiene che sia opportuno condividere, almeno in parte, quanto dedotto dagli appellanti. Invero, appare accettabile, nel calcolo dei minori utili, l’adozione di un criterio di maggiore prudenza, che tenga cioè conto (sempre secondo una visione ex ante, che consideri cioè la situazione complessiva che si presentava ai soggetti agenti al momento di operare determinate scelte) anche di eventuali incertezze e aleatorietà nella performance delle diverse, possibili forme di impiego dei fondi.

Una valutazione di tale natura non postula, contrariamente a quanto opina la difesa del sig. Gianoglio, l’esperimento di una CTU, ben potendo questo Giudice fare ricorso alla valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., sussistendone i presupposti: certezza dell’an, eccessiva difficoltà nel calcolo del quantum (data appunto l’esistenza di un numero imprecisato di variabili, alcune delle quali non esattamente ponderabili, es. i fattori di rischio).

Una tale operazione porta questo Giudicante a determinare ragionevolmente il danno da minore redditività dell’investimento in € 80.000,00, cifra che si ritiene di estrema prudenza nella stessa ottica degli appellanti.

In tali termini deve essere corretta e attenuata la più severa valutazione (€ 147.848,61) che era stata operata dal primo Giudice.

8.2.2.  Non sussistono poi dubbi di sorta, ad avviso di questo Collegio, sulla responsabilità dei sigg.ri Confalone e Gianoglio per il nocumento economico appena individuato.

La documentazione agli atti del fascicolo di primo grado, ampiamente descritta dal Collegio territoriale, evidenzia più che adeguatamente il ruolo rivestito dai due interessati nell’ambito della complessiva vicenda per la quale è causa.

8.2.3.  Significativi si appalesano, tra i tanti, alcuni episodi.

In primo luogo, l’anomalo e informale svolgimento della gara per l’individuazione del contraente al quale affidare le somme da investire (busta con l’offerta Fideuram successivamente ritrovata ancora sigillata, buste contenenti le offerte che vengono aperte non si sa bene quando e da chi, etc.); del resto, lo stesso dr. Confalone nega si fosse trattato di una vera e propria gara, ma piuttosto di una “mera esplorazione di mercato senza che dalla lettera di invito sorgesse per essa alcun vincolo negoziale o procedurale”.

Ancora, risulta che immediatamente dopo il CdA relativo alla “… mera esplorazione di mercato senza alcun vincolo negoziale o procedurale”, i sigg.ri Confalone e Gianoglio si affrettano per l’immediata sottoscrizione del bonifico a favore di Fideuram, nonostante il contratto non fosse stato ancora concluso e nonostante che nel corso della medesima seduta del CdA fosse stata rappresentata l’opportunità (condivisa dal presidente dr. Gianoglio) di informare preventivamente la proprietà.

Non meno rilevante, poi, è la (accertata) divergenza tra il contenuto dell’offerta formulata da Fideuram e il successivo contenuto del contratto, il quale ha avuto ad oggetto l’acquisto di quote di fondi comuni d’investimento gestiti da una Banca lussemburghese; investimento che non offriva alcuna garanzia né del capitale né del rendimento.

E’ quindi di tutta evidenza la violazione del mandato ricevuto dal CdA (che non consentiva una tale forma di investimento) ma, più in generale, dei principi basilari e banalissimi di una corretta, sana e prudente gestione finanziaria di fondi pubblici. Ma non basta.

Lo stesso contratto (rectius, lettera di mandato a favore della banca), infatti, risulta essere stato sottoscritto dal presidente solamente dopo l’emissione del bonifico (!) e con alcune parti – data, tipologia di fondi, etc. – lasciate in bianco e compilate in seguito dalla sig.ra Ranno (!): cfr. gli esiti dell’istruttoria compiuta dalla GdF.

8.2.4.  Insomma, ve n’è abbastanza per giudicare più che dimostrata la gravissima colpevolezza sia del consulente (Confalone) che del presidente pro-tempore (Gianoglio), che una simile, sciagurata operazione contribuirono, ciascuno per la propria parte, a definire e realizzare.

Con riferimento poi alla posizione del sig. Gianoglio, va precisato che non potrebbe avere alcun rilievo la circostanza, evidenziata dall’appellante, che egli cessò dalla carica di Presidente nel luglio 2001: le conseguenze dannose del suo scriteriato comportamento, purtroppo, proseguirono ben oltre detta data, e non furono certo dovute a cause sopravvenute, come pure egli tenta di opporre.

Lo stesso può ripetersi, mutatis mutandis, per il sig. Confalone, che lamenta di non avere avuto più rapporti con Coop. Fin. dopo il 2002 e che, per altri versi, afferma che la cattiva performance dell’investimento fu dovuta a cause sopravvenute: resta il fatto, incontestabile, che l’investimento fu diverso da quello deliberato e comunque dalle forme di investimento consentite nel caso di fondi pubblici; e tale forma di investimento fu sottoscritta anche grazie al suo contributo causale.

Né valgono le considerazioni del Presidente Gianoglio, relative (par di capire) all’impossibilità di avvedersi dei raggiri posti in essere dalla sig.ra Ranno, che aveva sostituito un contratto (con condizioni meno vantaggiose) a quello originario, il quale prevedeva invece garanzie di redditività dell’investimento: ciò che si rimprovera al Presidente è il suo complessivo atteggiamento negligente, non solo precedente e contemporaneo alla sottoscrizione della lettera di mandato a Fideuram, ma anche successivo. Insomma, non si impegnano somme tanto rilevanti (lasciando per giunta in bianco le clausole contrattuali più delicate!), senza poi far costantemente monitorare l’andamento dei relativi investimenti; cosa che avrebbe permesso di scoprire immediatamente discrasie, scorrettezze e rischi.

8.2.5.  Sempre con riferimento alla quota di danno in esame (€ 80.000), deve invece essere esclusa la corresponsabilità del dr. Medardi, che alcun ruolo, allo stato degli atti, risulta avere rivestito nella fase di conclusione dell’accordo con Fideuram; ferma peraltro restando, naturalmente, la sua piena responsabilità per l’altra voce dannosa, riferita al successivo disinvestimento e perdita della somma di € 7,8 ml. Va dunque riformata, sul punto, la prima decisione.

9.         Venendo all’esame del titolo di responsabilità che deve essere addebitato nell’occasione agli interessati, questo Giudice d’appello non ritiene di poter confermare la posizione del primo Collegio giudicante, laddove esso ha qualificato le condotte dei soggetti condannati come dolose, facendo nella specie riferimento alla categoria del dolo contrattuale. Più esattamente, ha ritenuto la sentenza impugnata che per la configurabilità del dolo nell’inadempimento della prestazione è sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore, di dovere una determinata prestazione ed omettere di darvi esecuzione intenzionalmente, senza che occorra altresì il requisito della consapevolezza del danno.

9.1.     E’ opportuno precisare, al riguardo, che non di rado la giurisprudenza di questa Corte dei conti ha ritenuto applicabili, per valutare l’azione dei dipendenti pubblici come dolosa, i criteri elaborati dalla dottrina e dalla giurisprudenza in materia di dolo c.d. contrattuale o in adimplendo, affermando quindi che è sufficiente, perché ricorra il dolo nell’inadempimento di preesistenti doveri di comportamento nascenti dal rapporto con l’ente pubblico, che i dipendenti tengano scientemente un comportamento violativo di un obbligo di servizio e non è quindi necessaria la diretta e cosciente intenzione di agire ingiustamente a danno di altri: v. Sezioni riunite, 18.9.1996, n. 58 e Sezione giurisdizionale Lazio, 27.1.2004, n. 216.

Altri precedenti affermano invece che il dolo deve consistere nella volontà dell’evento dannoso, che si accompagni alla volontarietà della condotta antidoverosa: SS.RR., 10.6.1997, n. 56; Sezione giurisdizionale Toscana, 7.10.2002, n. 739.

Il Collegio ritiene preferibile quest’ultimo indirizzo. Ed invero, l’adozione del concetto di dolo contrattuale si porrebbe in contrasto con la più accreditata tesi sulla natura extracontrattuale della responsabilità amministrativa (v., in proposito, Cassazione, SS.UU., 25.10.1999, n. 744 e 14.5.1998, n. 4874), oltre a collidere con la stessa regola secondo cui la predetta responsabilità amministrativa richiede un comportamento (almeno) gravemente colposo, poiché esso sarebbe difficilmente configurabile con riferimento alla violazione di preesistenti, specifici obblighi.

E dunque, il dolo si può concretare ove si cumulino, con la conoscenza della causa del danno, dati della realtà che comprovino il ricorrere di ulteriori consapevolezze circa l’effettività e lo specifico contenuto del danno medesimo. In questo senso, cfr. Corte dei conti, Sez. III app., 28 settembre 2004, n. 510, nella quale si precisa che il dolo c.d. “erariale” va inteso come stato soggettivo caratterizzato dalla consapevolezza e volontà dell’azione o omissione contra legem, con specifico riguardo alla violazione delle norme giuridiche che regolano e disciplinano l’esercizio delle funzioni amministrative ed alle sue conseguenze dannose per le finanze pubbliche; nello stesso senso, v. anche Sezione I app., 22.3.2010, n. 198; Sezione giurisdizionale Puglia, 11.10.2006, n. 885 e Sezione giurisdizionale Veneto, 28.1.2004, n. 104.

9.2.     Tenendo presenti tali principi generali, non sembra a questo Giudice di poter affermare con la necessaria sicurezza che gli odierni interessati – le cui condotte, pure, si caratterizzano, come già illustrato, per un assoluto e totale dispregio delle cautele minime dell’azione amministrativa - abbiano però agìto con la consapevolezza delle conseguenze dannose dei rispettivi comportamenti o, comunque, come opinato dalla sentenza per cui è causa, con la ferma volontà di non adempiere gli obblighi assunti.

Invero, se la colpa grave - anzi gravissima - è palese per tutti e tre i condannati in prime cure, l’elemento soggettivo del dolo non è così evidente, sempre alla luce delle risultanze degli atti, né potrebbe in qualche modo presumersi, contrariamente a quanto evidentemente ritenuto dal primo Giudice.

Questo Collegio, pertanto, non ritiene di avere elementi certi per affermare la sussistenza di una responsabilità degli interessati a titolo doloso, per la quale sarebbero necessari elementi più solidi di quelli attualmente a disposizione.

E dunque, in punto di qualificazione dell’elemento soggettivo, questo Giudice d’appello non può confermare le valutazioni del Collegio territoriale, che vanno pertanto riformate, con affermazione di responsabilità, per tutti e tre, a titolo di colpa grave.

10.      A questo punto, deve essere determinato con esattezza l’importo del risarcimento da addebitare a ciascuno.

10.1.   Sulla base di quanto innanzi esposto, i sigg.ri Confalone e Gianoglio vanno condannati, in parziale accoglimento dei rispettivi appelli, al risarcimento, a favore dell’Erario regionale e segnatamente della Coop. Fin. S.p.A. (Fondo di dotazione), della somma di € 40.000 ciascuno, oltre rivalutazione monetaria dalla data dell’evento dannoso, già condivisibilmente individuata dal primo Giudice nel giorno (5 settembre 2002) in cui ha avuto luogo il totale disinvestimento, e fino alla pubblicazione della presente sentenza. Dalla data di detta pubblicazione e sino al soddisfacimento del credito sono altresì dovuti gli interessi, nella misura del saggio legale, fino al dì dell’effettivo pagamento.

10.2.   Il dr. Medardi, invece, va condannato al risarcimento della somma complessiva di € 7.900.000,00: vale a dire, € 7.854.766,73 per la perdita del capitale, e la restante parte – ca. € 45.000 - corrispondente alla mancata redditività della somma medesima.

Anche in questo caso, ritiene il Collegio che la quota dannosa relativa a tale causale debba essere determinata in via equitativa, allo stesso modo e per le stesse ragioni esposte con riferimento agli altri due interessati (v. il precedente punto 8.2.1), con una certa diminuzione rispetto a quanto calcolato dal primo Giudicante nella sentenza impugnata.

10.3.   Il Collegio non ritiene di poter accogliere le richieste, avanzate in via subordinata dagli appellanti, di esercizio potere riduttivo, da un lato per il carattere restitutorio della gran parte delle somme per cui è condanna (con riferimento al dr. Medardi) e comunque, più in generale, in considerazione della particolare gravità delle condotte individuali nell’occasione.

Le spese di giudizio, da ultimo, seguono la soccombenza e devono essere poste a carico degli appellanti, in solido e in parti uguali.

P.   Q.   M.

La Corte dei conti – Sezione prima giurisdizionale centrale d’appello, definitivamente pronunziando, previa riunione in rito, ogni contraria istanza ed eccezione reiette:

§    ACCOGLIE PARZIALMENTE gli appelli in epigrafe e, per l’effetto:

a)     CONDANNA il dr. Antonio Luigi MEDARDI al risarcimento, in favore dell’Erario regionale e segnatamente della Coop. Fin. S.p.A., della somma di € 7.900.000,00 (euro sette milioni e novecentomila/00=), oltre alla rivalutazione monetaria dalla data del 5 settembre 2002 fino alla pubblicazione della presente sentenza e agli interessi, nella misura legale, da tale ultima data fino all’effettivo pagamento;

b)     CONDANNA i sigg.ri Adriano CONFALONE e Gonario GIANOGLIO al risarcimento, a favore dell’Erario regionale della Sardegna e segnatamente della Coop. Fin. S.p.A., della somma di € 40.000,00 (euro quarantamila/00=) ciascuno, oltre rivalutazione monetaria sempre dalla data del 5 settembre 2002 fino alla pubblicazione della presente sentenza e agli interessi, nella misura legale, da tale ultima data fino all’effettivo pagamento;

§    CONDANNA inoltre gli appellanti, in solido e in parti uguali, alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio in favore dello Stato; spese che, all'atto della presente decisione, sono liquidate in € 336,26 (€ Trecentotrentasei/26).

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 20 maggio 2011.

L'ESTENSORE

F.to Piergiorgio Della Ventura

IL PRESIDENTE

F.to Vito Minerva

 

 

Depositata in Segreteria

il ……14/11/2011……………………….

Il Dirigente

 

                             F.to Massimo BIAGI