La riforma della procedura civile (legge n. 69 del 2009)

e il giudizio davanti alla Corte dei conti,

di Stefano Imperiali, magistrato della Corte dei conti

 

1. Premessa. Il rinvio alla procedura civile dell’art. 26 del r.d. n. 1038 del 1933.

 

La legge 18.6.2009 n. 69, contenente “disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, comprende al capo IV sulla “giustizia” numerose norme sul processo civile. Si ripropone pertanto, ancora una volta, la questione dell'applicabilità ai giudizi davanti alla Corte dei conti di norme di riforma della procedura civile.

Infatti, l’art. 26 del vetusto r.d. n. 1038 del 1933, che ha approvato il regolamento di procedura per i giudizi davanti alla Corte dei conti, tuttora richiama, per i “procedimenti contenziosi” di competenza della stessa Corte, “le norme e i termini della procedura civile in quanto siano applicabili e non siano modificati” da disposizioni speciali.[1] E come è stato da tempo chiarito, il rinvio in questione pone “un collegamento permanente tra i due complessi normativi, di guisa che ogni modificazione del codice comporta automaticamente un adattamento del regolamento di procedura”.[2]

Sul punto, le Sezioni Riunite della Corte dei conti hanno più volte affermato che il rinvio dell’art. 26 “non autorizza un qualunque innesto nel processo dinanzi alla Corte dei conti di norme del codice di procedura civile, dovendo previamente effettuarsi - secondo il tenore letterale della norma di rinvio - una valutazione di compatibilità con la struttura del processo” e dovendo inoltre “verificarsi che non esista già una specifica disciplina di settore”.[3] Senonché, è stata anche ritenuta possibile una “disapplicazione di quelle disposizioni del regolamento” di procedura che costituivano in realtà “una trascrizione di formule contenute nel codice del 1865”.[4] Inoltre, in dottrina si sostiene anche che “tutte le innovazioni modificativo-aggiuntive che siano correlate alla migliore attuazione dei principi costituzionali in tema di giudizi, di diritti dei cittadini e di principi che regolano l’azione di pubblici poteri vanno ovviamente recepite”, sia pure salvaguardando “la specialità di norme che siano coerenti con la natura dei giudizi di competenza della Corte dei conti”.[5] E sulla base del rinvio previsto dall'art. 26 del r.d. n. 1038 del 1933 sono state di fatto superate alcune disposizioni, pure non espressamente abrogate, che non apparivano strettamente dipendenti dalle peculiari caratteristiche dei giudizi davanti alla Corte dei conti. [6]

La valutazione di compatibilità di una disposizione sulla procedura civile con il giudizio di responsabilità amministrativa davanti alla Corte dei conti deve comunque tener conto delle caratteristiche peculiari di questo giudizio: la presenza di un interesse distinto da quello meramente patrimoniale della specifica amministrazione pubblica danneggiata[7] e la conseguente attribuzione della legittimazione processuale esclusiva a un pubblico ministero indipendente e imparziale, cui sono anche attributi specifici poteri istruttori in una fase pre-processuale; la mancanza del giudice istruttore previsto dal codice di procedura civile e, per converso, l’attribuzione di poteri istruttori ufficiosi alla sezione giudicante; la concentrazione delle udienze con la possibilità di una decisione della controversia, ove non emerga la necessità di ulteriori istruttorie, già alla prima udienza.

La ricostruzione del sistema per il giudizio pensionistico davanti alla Corte dei conti, ove pure è applicabile la norma di rinvio dell’art. 26 del r.d. n. 1038 del 1933, deve invece considerare che l’art. 5 della legge n. 205 del 2000 ha previsto l’applicazione di alcune disposizioni (artt. 420, 421, 429, 430 e 431 c.p.c.) sulle “controversie individuali di lavoro”. Pertanto, mentre il richiamo di alcune solo delle disposizioni sul c.d. processo del lavoro sembra escludere l'applicabilità delle disposizioni non richiamate (ubi lex voluit dixit),[8] le norme sul processo civile ordinario risultano applicabili solo in quanto compatibili con le disposizioni del regolamento di procedura da ritenere tuttora vigenti per tutti i giudizi davanti alla Corte dei conti, con le scarne disposizioni dell’art. 6 del d.l. n. 453 del 1993 convertito nella legge n. 19 del 1994, che ha abolito l’intervento del Pubblico Ministero delineando un giudizio di parti in posizione di parità,[9] infine con le disposizioni del rito del lavoro richiamate appunto dall'art. 5 della legge n. 205 del 2000.

Questa necessità di valutazioni di compatibilità in qualche misura a volte incerte e soggettive aumenta l'incidenza dell'apporto giurisprudenziale, ma proprio per questo comporta, nella sostanza, criticità con riferimento alla necessità, indicata dall’art. 111 della Costituzione, di un processo che sia non solo “giusto”, ma anche “regolato dalla legge".[10]

 

2. La legge n. 69 del 2009

 

Le disposizioni della legge n. 69 del 2009 sulla procedura civile mirano alla razionalizzazione e all’accelerazione dei giudizi.[11]

Ma sulla concreta idoneità delle nuove norme a incidere positivamente, nel complesso, sulla durata media dei processi civili, sono state espresse diffuse riserve ed è stato in particolare affermato che si è manifestata ancora una volta l’“illusoria pretesa di risolvere i problemi della giustizia con interventi a <costo zero>”.[12]

In ogni caso, la riforma produrrà i suoi effetti in modo graduale. L’art. 58 della legge n. 69 del 2009 ha infatti stabilito che “le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile e le disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”.[13] Solo alcune eccezioni sono invece applicabili anche “ai giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore" della legge.[14]

Va rilevato che alcune disposizioni della legge n. 69 del 2009, sulle quali peraltro non ci si soffermerà in questi appunti, non riguardano i processi civili, ma il contenzioso davanti alla Corte dei conti, al fine di accelerare la trattazione dei giudizi pensionistici e razionalizzare il reclamo avverso i provvedimenti cautelari[15] e altresì al fine di rafforzare la funzione nomofilattica delle Sezioni Riunite.[16]

 

3. La competenza

 

La legge n. 69 del 2009 ha modificato alcune disposizioni del codice di procedura civile sulla competenza e queste innovazioni si applicano in parte, per il rinvio dell'art. 26, anche ai giudizi davanti alla Corte dei conti, ove peraltro le questioni su questa materia non sono molto frequenti. 

Va premesso che nei giudizi di responsabilità amministrativa la competenza della Sezione Regionale, determinata dalla sede dell’ufficio ove è incardinato l’amministratore o dipendente ritenuto responsabile oppure in via subordinata dal luogo in cui si è verificato il fatto produttivo del danno,[17] è inderogabile, in ragione della presenza obbligatoria nel giudizio di un Pubblico Ministero (artt. 28 e 70 c.p.c.). Nei giudizi pensionistici, la competenza, determinata dal luogo di residenza anagrafica del ricorrente al momento della proposizione dell’atto introduttivo del giudizio, è invece derogabile.[18]

Orbene, il nuovo testo dell’art. 38 comma 1 c.p.c., per il quale “l'incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio sono eccepite, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata”,[19] non incide sui giudizi pensionistici davanti alla Corte dei conti, poiché il vecchio testo dell’art. 38 comma 2 già stabiliva che “l’incompetenza per territorio, fuori dei casi previsti dall’art. 28, è eccepita a pena di decadenza nella comparsa di risposta”. E riguarda invece i giudizi di responsabilità, poiché tutte le eccezioni di incompetenza, anche quella per territorio inderogabile, devono essere ora appunto proposte dal convenuto, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta. Inoltre, ai giudizi di responsabilità davanti alla Corte dei conti si applica anche il nuovo testo dell’art. 38 comma 3 c.p.c., che stabilisce: “l’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio nei casi previsti dall’art. 28 sono rilevate d’ufficio non oltre l’udienza di cui all’art. 183”.[20]

In sintesi. Il convenuto in un giudizio pensionistico davanti alla Corte dei conti deve proporre la sua eccezione di incompetenza territoriale nella comparsa di risposta e l’incompetenza non può essere rilevata d’ufficio dal giudice. Il convenuto in un giudizio di responsabilità deve parimenti proporre eccezione di incompetenza territoriale della Sezione adita dalla Procura Regionale nella sua comparsa di risposta: se non lo fa, può ancora suggerire al giudice l’esercizio dei suoi poteri ufficiosi, ma in questo caso, “se il giudice non ritiene di recepire la sollecitazione della parte, la decisione di merito non sarà viziata per omessa pronuncia”.[21]

La legge n. 69 del 2009 ha anche modificato l’art. 279 c.p.c., stabilendo che “il collegio pronuncia con ordinanza" anche "quando decide soltanto questioni di competenza”. Similmente, è stato disposto che sono dichiarate con “ordinanza”, anziché con “sentenza”, la litispendenza, la continenza e la connessione previste dagli artt. 39 e 40 c.p.c. Nei giudizi davanti alla Corte dei conti, le concrete conseguenze di quest’ulteriore innovazione sembrano limitate al fatto che l’ordinanza richiede tuttora una motivazione meno articolata della sentenza (sul punto v. peraltro anche infra) e soprattutto può essere anche “pronunciata in udienza” e “inserita nel processo verbale” dell’udienza stessa (art. 134 c.p.c.).[22] Sembra invece doversi ritenere che la decisione della Sezione territoriale sulla competenza (o sulla litispendenza, continenza o connessione) sia soggetta, per il suo contenuto sostanzialmente decisorio, a impugnazione presso la Sezione di appello.

 

4. La litispendenza

 

Ai fini della determinazione della litispendenza - ora dichiarata con ordinanza anziché con sentenza (v. supra) - la legge n. 69 del 2009 ha modificato il terzo comma dell’art. 39 c.p.c., aggiungendo alle parole “la prevenzione è determinata dalla notificazione” la precisazione “ovvero dal deposito del ricorso”.

La disposizione sembrerebbe applicabile anche nei giudizi davanti alla Corte dei conti, ma qui la qualificazione di “citazione” e “ricorso” - rispettivamente per gli atti introduttivi dei giudizi di responsabilità e di quelli pensionistici - è a ben vedere fuorviante.

Nel processo civile, la presentazione della domanda con ricorso, anziché con citazione, comporta infatti "la presenza del giudice ed il suo intervento sin dalla fase introduttiva del giudizio": mentre "con la citazione, regolata dall'art. 163 c.p.c., l'udienza di comparizione è fissata dall'attore", "con il ricorso, previsto dall'art. 414 c.p.c., viceversa, è il giudice adito che, con proprio decreto fissa l'udienza di discussione. Ricorso e decreto di fissazione dell'udienza debbono essere notificati a cura del ricorrente".[23]

Davanti alla Corte dei conti, nel giudizio di responsabilità "la proposizione della domanda si perfeziona con il deposito in segreteria che realizza, con l'adizione del giudice, il rapporto processuale, mentre la sua notifica, unitamente al decreto di fissazione di udienza, costituisce un momento esterno e successivo alla fattispecie processuale introduttivo del giudizio, diretto soltanto ad instaurare il contraddittorio".[24] Nel giudizio pensionistico, invece, dopo l'abrogazione per effetto dell'art. 6 del d.l. n. 453 del 1993 convertito nella legge n. 19 del 1994 di tutte le norme disciplinanti le conclusioni e l'intervento del Pubblico Ministero, sono state invece ritenute applicabili le disposizioni sul contraddittorio previste dagli artt. 101 e 163 c.p.c.: il ricorso assume pertanto la sostanza di una citazione e va in primo luogo notificato all'amministrazione convenuta.[25]

In sintesi: citazione in materia di responsabilità e ricorso in materia pensionistica assumono nei giudizi davanti alla Corte dei conti un significato opposto a quello ordinario e di ciò dovrebbe tenersi conto, si ritiene, nell’applicazione del nuovo art. 39 c.p.c.

 

5. Le notificazioni.

 

Alcune disposizioni della legge n. 69 del 2009 riguardano le notificazioni.

L’art. 55 della nuova legge ha infatti stabilito che “l'Avvocatura dello Stato può eseguire la notificazione di atti civili, amministrativi e stragiudiziali ai sensi della legge 21 gennaio 1994, n. 53”. Ora, la notificazione prevista dalla legge n. 53 del 1994, che consente agli avvocati appositamente autorizzati dal competente Consiglio dell’ordine di eseguire direttamente le notificazioni a mezzo posta senza richiedere l’intervento dell’ufficiale giudiziario, oppure di eseguire direttamente la notificazione recandosi presso l’avvocato dell’altra parte, non viene molto usata: ciononostante, può risultare utile per gli studi che hanno molti atti da notificare e, quindi, anche per le Avvocature dello Stato, che possono rappresentare le amministrazioni nei giudizi pensionistici davanti alla Corte dei conti.

All’art. 137 c.p.c. è stato poi aggiunto un nuovo comma, la cui portata innovativa va peraltro compresa alla luce della normativa precedente.

L’art. 51 del d.l. n. 112 del 2008, convertito dalla legge n. 133 del 2008, aveva stabilito, al primo comma, che “a decorrere dalla data fissata con uno o più decreti del Ministro della giustizia" tutte "le notificazioni e comunicazioni" al procuratore costituito e al consulente dovessero essere "effettuate per via telematica all’indirizzo elettronico comunicato ai sensi dell’art. 7 del decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2001, n. 123, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, relativa al processo telematico, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici”.[26] Orbene, per il caso in cui la parte costituita e il consulente non avessero comunicato l'indirizzo elettronico, il terzo comma dello stesso art. 51 aveva inoltre disposto che a decorrere dalla data fissata nel decreto ministeriale le notificazioni e comunicazioni sarebbero state "fatte presso la cancelleria”.

Il nuovo comma 3 dell’art. 137 c.p.c. stabilisce invece: Se l'atto da notificare o comunicare è costituito da un documento informatico e il destinatario non possiede indirizzo di posta elettronica certificata, l'ufficiale giudiziario esegue la notificazione mediante consegna di una copia dell'atto su supporto cartaceo, da lui dichiarata conforme all'originale, e conserva il documento informatico per i due anni successivi. Se richiesto, l'ufficiale giudiziario invia l'atto notificato anche attraverso strumenti telematici all'indirizzo di posta elettronica dichiarato dal destinatario della notifica o dal suo procuratore, ovvero consegna ai medesimi, previa esazione dei relativi diritti, copia dell'atto notificato, su supporto informatico non riscrivibile”.

Si tratta di norme che potranno essere certo applicate anche nei giudizi davanti alla Corte dei conti, ma è dubbio che ciò possa essere disposto dal decreto ministeriale indicato dall'art. 51 del d.l. n. 112 del 2008.

Sono invece già applicabili, per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della legge n. 69 del 2009, le disposizioni sulle conseguenze delle nullità delle notificazioni. L’art. 46 della legge ha infatti aggiunto all’art. 291 c.p.c. un nuovo comma, il quarto, secondo il quale “il primo comma si applica anche nei giudizi davanti ai giudici amministrativi e contabili”. E il primo comma stabilisce: “se il convenuto non si costituisce e il giudice istruttore rileva un vizio che importi nullità nella notificazione, fissa un termine perentorio per rinnovarla. La rinnovazione impedisce ogni decadenza”.[27]

 

6. La legittimazione processuale

 

Il nuovo testo dell’art. 83 c.p.c. stabilisce che la procura speciale alle liti può essere contenuta anche “nella memoria di nomina del nuovo difensore.[28] Dispone inoltre che la procura si considera apposta in calce all’atto anche se è rilasciata su documento informatico separato sottoscritto con firma digitale e congiunto all'atto cui si riferisce mediante strumenti informatici, individuati con apposito decreto del Ministero della giustizia”. Precisa infine che “se la procura alle liti è stata conferita su supporto cartaceo, il difensore che si costituisce attraverso strumenti telematici ne trasmette la copia informatica autenticata con firma digitale, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici e trasmessi in via telematica”.

Il secondo comma dell'art. 182 c.p.c. è stato invece così sostituito: “Quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, il giudice assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l'assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L'osservanza del termine sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione.” In tal modo, il legislatore ha esteso espressamente la preesistente disciplina sul difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione al vizio riguardante la procura al difensore; ha stabilito che “il giudice è tenuto a disporre la regolarizzazione, ove ne sussistano i presupposti, e non ha più la mera facoltà di farlo, come sembrava emergere dal tenore precedente” della disposizione;[29] ha previsto la retroattività della sanatoria degli effetti processuali e sostanziali della domanda; ha imposto la fissazione di un termine, qualificandolo perentorio. E la possibilità di assegnare un termine anche per “il rilascio della procura” induce a ritenere che in realtà la sanatoria riguardi non solo i casi di “nullità”, ma anche quelli di inesistenza della “procura al difensore”.[30]

 

7. Le decadenze

 

Nell’ambito del Libro II del codice di procedura civile, sul “processo di cognizione”, l’art. 184 bis c.p.c. stabiliva: “La parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice istruttore di essere rimessa in termini. Il giudice provvede a norma dell’art. 294, secondo e terzo comma”.[31]

Orbene, la legge n. 69 del 2009 ha abrogato questa disposizione e ha aggiunto invece all’art. 153 c.p.c., nel Libro I sulle “disposizioni generali”, un comma che dispone: “la parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini”.

Viene così portata a compimento un'evoluzione che aveva visto la Corte costituzionale attribuire rilevanza, sia pure indirettamente, alla mancanza di colpa nell’inosservanza di termini perentori.[32] Infatti, con la riforma “l’improrogabilità dei termini perentori cede in via generale, se la decadenza è dovuta a causa non imputabile alla parte. La rimessione in termini è estesa dunque ai poteri di impugnazione, e più in generale ai poteri esterni al giudizio in corso di svolgimento, come il potere di riassumere o di proseguire il processo interrotto o sospeso”.[33]

Senonché, è stato rilevato che "sarebbe occorso anche prevedere il termine perentorio (a decorrere dalla cessazione dell'impedimento) entro il quale la richiesta di rimessione va effettuata, e forse anche, in caso di rimessione nei termini per impugnare, la disciplina del relativo procedimento e il termine finale di sbarramento a garanzia della certezza del diritto".[34] In mancanza di queste precisazioni, la riforma dell'art. 153 c.p.c., che appare peraltro applicabile anche ai giudizi davanti alla Corte dei conti, può in effetti dar luogo a "uno stato di evidente (e perdurante) incertezza nei rapporti tra le parti”.[35]

 

8. La non contestazione dei fatti

 

Il nuovo testo dell’art. 115 c.p.c. sulla "disponibilità delle prove" stabilisce: “salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita”. E in tal modo, è stata conferita “dignità normativa ad una prassi interpretativa[36] che ravvisava appunto un onere di specifica contestazione a carico del convenuto.[37]

In effetti, il principio potrebbe risultare gravoso per le parti tenute ad effettuare, anche a fronte di narrazioni sovrabbondanti, una compiuta e specifica contestazione di ogni circostanza dedotta dalla controparte.

Ma va ben chiarito che la non contestazione comporta "una relevatio ab onere probandi, per nulla insignificante nel contesto delle complicazioni processuali ma (anche) per nulla risolutiva ai fini dell’accertamento dei fatti”.[38] In altri termini, i fatti non contestati sono assimilati a quelli per i quali è stato assolto l'onere della prova - altrimenti, non potrebbero nemmeno essere presi in considerazione dal giudice -  ma va pur sempre poi applicato il principio generale sulla "valutazione delle prove" posto dall'art. 116 c.p.c.: "il giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti".[39]

Con questi effetti, e in questi limiti, il principio appare applicabile anche ai giudizi pensionistici davanti alla Corte dei conti e altresì a quelli di responsabilità, che pure hanno per oggetto un diritto indisponibile dalle parti.

Va rilevato che la nuova disposizione, facendo espresso riferimento alla "parte costituita", conferma che la contumacia del convenuto non dispensa l’attore dall’onere della prova e si pone in tal modo in sintonia con la discussa sentenza della Corte costituzionale n. 340 del 2007 sulla c.d. ficta confessio prevista dall’art. 13 comma 2 del d.lgs. n. 3 del 2005 sul processo societario.[40] Ma resta non chiara la ragione per la quale la parte regolarmente chiamata in giudizio che ha deciso di non costituirsi deve avere un trattamento probatorio più favorevole di quella invece regolarmente costituita, avvantaggiandosi "del fatto che l’attore sarà costretto a provare tutti i fatti costitutivi del diritto fatto valere ".[41]

Sembra poi doversi ammettere che la possibilità di contestare i fatti allegati dalla controparte non sia cronologicamente illimitata[42] e si consumi pertanto all’udienza di discussione prevista dall’art. 420 c.p.c. nel processo del lavoro e alla scadenza del termine per le memorie dell’art. 183 c.p.c. nel processo ordinario.[43] Davanti alla Corte dei conti, può farsi invece riferimento, sia per i giudizi di responsabilità che per quelli pensionistici, alla prima udienza.

Per l'appello, dovrebbe invece ritenersi che il divieto di nova previsto dall'art. 345 c.p.c. comporti l'impossibilità di allegare fatti che non siano stati già tempestivamente allegati in primo grado e quindi anche, per conseguenza, l'impossibilità di formulare per la prima volta specifiche contestazioni dei fatti tempestivamente allegati in primo grado dalla controparte.[44]

 

9. Il calendario delle udienze

 

Nelle disposizioni di attuazione al codice di procedura civile, è stato introdotto un nuovo art. 81 bis, che dispone: “Il giudice, quando provvede sulle richieste istruttorie, sentite le parti e tenuto conto della natura, dell'urgenza e della complessità della causa, fissa il calendario del processo con l'indicazione delle udienze successive e degli incombenti che verranno espletati. I termini fissati nel calendario possono essere prorogati, anche d'ufficio, quando sussistono gravi motivi sopravvenuti. La proroga deve essere richiesta dalle parti prima della scadenza dei termini”.

Questa innovazione, che può in effetti consentire una preventiva conoscenza, almeno di massima, della durata del processo, appare in linea di principio applicabile anche nei giudizi davanti alla Corte dei conti, sia di responsabilità che pensionistici, ove peraltro, va evidenziato, la decisione della controversia interviene spesso già alla prima udienza.

 

10. Le consulenze tecniche

 

Il nuovo art. 191 comma 1 c.p.c. stabilisce che il giudice, quando “nomina un consulente, formula i quesiti e fissa l'udienza nella quale il consulente deve comparire”. E il nuovo art. 195 comma 3 così dispone: “La relazione deve essere trasmessa dal consulente alle parti costituite nel termine stabilito dal giudice con ordinanza”, la quale fissa anche “il termine entro il quale le parti devono trasmettere al consulente le proprie osservazioni sulla relazione e il termine, anteriore alla successiva udienza, entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione sulle stesse”.[45]

Queste disposizioni sono applicabili, si ritiene, anche nei giudizi di responsabilità davanti alla Corte dei conti.

Per i giudizi pensionistici, va peraltro considerato che l'acquisizione della consulenza tecnica di un privato è solo una delle possibilità a disposizione del giudice. Al fine di valutare questioni medico-legali a fini pensionistici, le Sezioni territoriali della Corte dei conti possono infatti avvalersi, in applicazione degli artt. 11 e segg. della legge n. 416 del 1926, dell’art. 2 della legge n. 1345 del 1961, del d.P.R. n. 1485 del 1965 e dalla legge n. 913 del 1980, dell’ausilio di un Collegio Medico Legale presso il Ministero della Difesa “articolato in sei sezioni, di cui una distaccata presso la Corte dei conti”; possono chiedere pareri medico-legali o visite dirette “agli ospedali militari o civili, aventi sede nella regione”, in applicazione dell’art. 2 della legge n. 658 del 1984, richiamato dall'art. 1 del d.l. n. 453 del 1993 convertito nella legge n. 19 del 1994; possono rivolgersi, al pari di altri “organi giudiziari”, a collegi medici istituiti presso il Ministero della Salute; possono disporre infine, in applicazione degli artt. 15 e 26 del r.d. n. 1038 del 1933, dell’art. 73 del r.d. n. 1214 del 1934 e dell’art. 2 del d.l. n. 453 del 1993 convertito nella legge n. 19 del 1994, l’acquisizione di consulenze tecniche d’ufficio di professionisti privati secondo le norme del codice di procedura civile.[46] Ne consegue che le disposizioni della legge n. 69 del 2009 sulla determinazione dei quesiti con la stessa ordinanza che nomina il consulente (una prassi peraltro già usuale nei giudizi davanti alla Corte dei conti), la fissazione dei termini per l'espletamento della consulenza e anche l'acquisizione di osservazioni delle parti sulla relazione, sono adempimenti che potranno essere osservati da tutti i consulenti. L'udienza di comparizione per il "giuramento del consulente", prevista dall'art. 193 c.p.c. richiamato dall'art. 191, sarà invece necessaria solo per i consulenti privati, non anche per gli organi pubblici richiamati dalle ricordate disposizioni speciali.

 

11. Le testimonianze

 

 Altre innovazioni della legge n. 69 del 2009 riguardano le testimonianze.

Al primo comma dell’art. 104 delle disposizioni di attuazione, per il quale “se la parte senza giusto motivo non fa chiamare i testimoni davanti al giudice, questi la dichiara, anche d'ufficio, decaduta dalla prova”, è stata infatti aggiunta la precisazione: “salvo che l'altra parte dichiari di avere interesse all'audizione”.[47] Inoltre, per il caso di reiterata mancata comparizione del testimone “senza giustificato motivo”, l’art. 255 c.p.c. stabilisce ora che “il giudice dispone l'accompagnamento del testimone all'udienza stessa o ad altra successiva e lo condanna a una pena pecuniaria non inferiore a 200 euro e non superiore a 1.000 euro”. Anche queste innovazioni sembrano applicabili in linea di principio ai giudizi davanti alla Corte dei conti, ove peraltro la prova testimoniale ha di fatto una rilevanza notoriamente di gran lunga minore di quella documentale.

Il nuovo art. 257 bis del codice di procedura civile prevede poi la possibilità per il giudice di acquisire una testimonianza scritta. “Su accordo delle parti”, e “ tenuto conto della natura della causa e di ogni altra circostanza”, il giudice può infatti chiedere ora al testimone di “fornire, per iscritto e nel termine fissato, le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato”, disponendo "che la parte che ha richiesto l'assunzione predisponga il modello di testimonianza in conformità agli articoli ammessi e lo faccia notificare al testimone”.[48] Questi compila il modello, “appone la sua firma autenticata da un segretario comunale o dal cancelliere di un ufficio giudiziario” su ogni facciata del foglio della testimonianza e lo spedisce con raccomandata, o lo consegna, alla cancelleria del giudice. Esaminata la testimonianza scritta, il giudice “può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato”.[49]

Sull'attendibilità delle prove che possono essere in tal modo acquisite, sono state espresse diffuse perplessità.[50] Ed è stato anche escluso che "il ricorso alla testimonianza scritta possa portare ad una riduzione dei tempi del processo", sia perché il giudice sarà spesso costretto a chiamare il teste a deporre davanti a lui, sia perché è prevedibile l'emergere di nuovi profili di impugnazione della sentenza per errores in procedendo.[51] Inoltre, stato osservato che richiedere l'accordo delle parti sull'acquisizione della prova in questione e prevedere inoltre un'ampia discrezionalità del giudice nell'ammetterla significa in sostanza "relegare l'assunzione scritta del testo a modalità residuale rispetto a quella tradizionale".[52]

Nei giudizi davanti alla Corte dei conti, ove già l'acquisizione delle testimonianze tradizionali è come si è detto residuale, il ricorso alle testimonianze scritte non sembra avere apprezzabili prospettive. E appare comunque condizionato all'emanazione di un atto normativo che approvi uno specifico modello.

 

12. Le sospensioni, le riassunzioni e le estinzioni

 

Le disposizioni del codice su sospensioni, interruzioni, riassunzioni ed estinzioni si applicano in linea di principio anche davanti alla Corte dei conti, non solo per il rinvio generale dell'art. 26 del r.d. n. 1038 del 1933, ma anche per l'art. 13 dello stesso r.d., che stabilisce: "per la riassunzione d'istanza valgono le norme della procedura civile".

Si applicano pertanto anche davanti alla Corte: l’art. 296 c.p.c. sulla “sospensione su istanza delle parti”, modificato dalla legge n. 69 del 2009, per il quale “il giudice istruttore, su istanza di tutte le parti, ove sussistano giustificati motivi, può disporre, per una sola volta, che il processo rimanga sospeso per un periodo non superiore a tre mesi, fissando l'udienza per la prosecuzione del processo medesimo”;[53] le riduzioni a 3 mesi dei termini per la richiesta di fissazione della nuova udienza dopo la cessazione della causa di sospensione necessaria (art. 297 c.p.c.; prima: 6 mesi), la prosecuzione o riassunzione del processo interrotto (art. 305 c.p.c.; prima: 6 mesi), la riassunzione dopo la cancellazione della causa dal ruolo (art. 307 comma 1 c.p.c.; prima: 1 anno);[54] la riduzione a 3 mesi del termine massimo che il giudice può fissare per rinnovare la citazione, proseguire, riassumere o integrare il giudizio (art. 307 comma 3; prima: 6 mesi); il nuovo testo dell'art. 307 c.p.c. che stabilisce, al comma 4, che "l'estinzione opera di diritto ed è dichiarata, anche d'ufficio, con ordinanza del giudice istruttore ovvero con sentenza del collegio".[55]

 

13. Il contraddittorio sulle questioni rilevabili d’ufficio

 

All’art. 101 c.p.c. sul “principio del contraddittorio” è stato aggiunto dalla legge n. 69 del 2009 un nuovo comma, parimenti applicabile anche nei giudizi davanti alla Corte dei conti, che dispone: se ritiene di porre a fondamento della decisione una questione rilevata d'ufficio, il giudice riserva la decisione, assegnando alle parti, a pena di nullità, un termine, non inferiore a venti e non superiore a quaranta giorni dalla comunicazione, per il deposito in cancelleria di memorie contenenti osservazioni sulla medesima questione”.

Questa necessità della sollecitazione da parte del giudice del contraddittorio sulle questioni rilevabili d’ufficio era stata in realtà già prevista dall’art. 183 comma 2 (ora comma 4) del codice, per il quale il giudice istruttore "indica le questioni rilevabili d’ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione”, e dal d.lgs. n. 40 del 2006, che aveva modificato l’art. 384 stabilendo che la Corte di Cassazione, “se ritiene di porre a fondamento della sua decisione una questione rilevata d’ufficio", "riserva la decisione, assegnando con ordinanza al pubblico ministero e alle parti un termine non inferiore a venti e non superiore a sessanta giorni dalla comunicazione per il deposito in cancelleria di osservazioni sulla medesima questione”.

In sostanza, il nuovo testo dell'art. 101 c.p.c. generalizza l’obbligo del giudice estendendolo ai casi in cui “detto rilievo ufficioso dovesse avvenire tardivamente, e cioè in sede di decisione della controversia”;[56] chiarisce definitivamente che la sentenza emessa in violazione dell’obbligo stesso è affetta da nullità;[57] induce a ritenere, per l'ampiezza della sua formulazione, che il principio "valga per questioni di rito e di merito, così come per questioni di fatto o di diritto”.[58]

Ovviamente, la nullità della sentenza per omessa instaurazione del contraddittorio deve essere fatta valere come specifico motivo di impugnazione e non può essere pertanto rilevata d'ufficio dal giudice d'appello.[59]

 

14. Il contenuto delle sentenze

 

Il nuovo testo dell’art. 132 comma 2 n. 4 c.p.c. stabilisce, sul "contenuto della sentenza", che “la concisa esposizione” ha per oggetto solo le “ragioni di fatto e di diritto della decisione”, non più anche lo “svolgimento del processo”. Inoltre è stato modificato anche l’art. 118 delle disposizioni di attuazione: l'“esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione” diviene ora “succinta”, “anche con riferimento a precedenti conformi”.

Sull’opportunità e sull'utilità dell'eliminazione del richiamo allo svolgimento del processo, sono state espresse riserve: “infatti, per un verso si corre il rischio di non riportare passaggi essenziali della controversia, anche in relazione al comportamento delle parti e ai fini rispetto ai quali questo può rilevare (spese, argomenti di prova); per un altro, data la tendenza a non scindere” la parte relativa allo svolgimento del processo “da quella riguardante i <fatti di causa> e le conclusioni delle parti, è probabile che, comunque, si continui a redigere la sentenza nella stessa (vecchia) maniera; per un altro ancora, non si ottiene alcuna effettiva ed efficace accelerazione, dal momento che la spropositata lunghezza dei tempi del processo (e della decisione) non dipende (se non in misura davvero assai ridotta) dal tempo occorrente per indicare - in maniera <concisa> come impone(va) lo stesso n. 4 dell’art. 132 c.p.c. - l’iter della vicenda processuale”.[60]

Si tratta di disposizioni che sembrano comunque applicabili anche alle sentenze emesse nei giudizi davanti alla Corte dei conti, per i quali l'art. 21 del vecchio regolamento di procedura richiede, con formulazione alquanto diversa da quella del codice di rito, l'esposizione delle "conclusioni delle parti" e dei "motivi in fatto e in diritto".

 

15. La decisione sulle spese

 

All’art. 91 c.p.c. sulla disciplina delle spese del giudizio, è stata aggiunta dalla legge n. 69 del 2009 una disposizione che deroga al principio della soccombenza: il giudice, “se accoglie la domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell'articolo 92”. Si tratta di una disposizione che potrebbe trovare una qualche applicazione nei giudizi pensionistici davanti alla Corte dei conti, in materia ad esempio di contestazioni di fatto sul compimento della prescrizione dei ratei arretrati, non anche - in ragione dell’indisponibilità da parte dell’azione di responsabilità da parte delle Procuratore Regionale - nei giudizi di responsabilità.[61]

Il nuovo art. 92 c.p.c. stabilisce, al secondo comma, che la compensazione totale o parziale delle spese di giudizio è possibile, oltre che nel caso di “soccombenza reciproca”, solamente per “gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”. Non sono pertanto più sufficienti i “giusti motivi, esplicitamente indicati in motivazione”, previsti dalla legge n. 263 del 2005 che aveva in tal senso già modificato l’art. 92. E come è stato osservato, “lo sfavore per il diffuso fenomeno della compensazione non potrebbe essere più esplicito", anche se non appare facile prevedere la concreta applicazione della nuova normativa.[62]

Le disposizioni sulla compensazione delle spese sono comunque applicabili anche nei giudizi pensionistici davanti alla Corte dei conti, sia pure limitatamente alle spese di difesa sostenute dalle parti dal momento che il giudizio è gratuito. Per i giudizi di responsabilità, invece, l’art. 17 comma 30 quinquies del d.l. n. 78 del 2009, convertito nella legge n. 102 del 2009 e modificato dal d.l. n. 103 del 2009 convertito nella legge n. 141 del 2009, ha espressamente escluso la possibilità di una compensazione delle spese nel caso di proscioglimento nel merito del convenuto.

Il nuovo testo dell’art. 96 c.p.c. prevede poi una nuova ipotesi di responsabilità aggravata: «in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell'articolo 91, il giudice, anche d'ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.[63] Anche se la nuova disposizione non precisa i presupposti della pronuncia, si ritiene da parte di alcuni che si sia voluto in tal modo superare le difficoltà che può incontrare una parte nel “dar prova dell’effettivo danno riportato dalla lite temeraria”.[64] Secondo altri, la nuova disposizione configura invece “una sorta - se così si può dire - di <temerarietà attenuata> per l’ipotesi che l’iniziativa o la resistenza appaia palesemente infondata, pur non raggiungendo il livello della mala fede o della colpa grave”.[65] E secondo un'altra interpretazione ancora, la condanna prevista dalla nuova disposizione è invece “indiscutibilmente svincolata non soltanto dalla prova, ma finanche dall’esistenza del danno; tant’è che nella relazione che accompagnava il d.d.l. n. 1441 si discorreva di <strumento sanzionatorio a carico del soccombente> e si affermava che <resta ferma la possibilità, per la parte danneggiata dal comportamento processuale scorretto del suo avversario, di domandare la liquidazione del danno subito>. Si è dunque in presenza non già di una liquidazione equitativa del danno, che sarebbe pienamente legittima, bensì di una vera e propria sanzione (ancorché civile), priva di qualunque finalità lato sensu risarcitoria (il che spiega, oltretutto, perché essa prescinda dalla domanda della parte beneficiaria della condanna), di cui il legislatore ha indebitamente omesso di fissare i limiti minimi e massimi”.[66]

Nonostante le sue innegabili oscurità, l'art. 96 comma 3 c.p.c., che ha previsto questa nuova norma di responsabilità aggravata, appare applicabile anche nei giudizi davanti alla Corte dei conti.

 

16. Il giudizio di appello

 

Il termine c.d. lungo per la proposizione delle impugnazioni previsto dall’art. 327 c.p.c., è stato ridotto da 1 anno dalla pubblicazione a 6 mesi. E l'innovazione, "senz’altro utile all’abbreviazione dei tempi del processo”,[67] appare applicabile anche davanti alla Corte dei conti. Sembra infatti doversi ritenere che l'art. 1 comma 5 bis del d.l. n. 453 del 1993 convertito nella legge n. 19 del 1994 e modificato dal d.l. n. 543 del 1996 convertito nella legge n. 639 del 1996, per il quale l'appello è “proponibile entro sessanta giorni dalla notificazione o, comunque, entro un anno dalla pubblicazione" si limiti in sostanza, sul punto, a rinviare all'analoga norma dell'art. 327 c.p.c.

La legge n. 69 del 2009 ha inoltre modificato gli artt. 285 e 330 c.p.c.: in applicazione dell'art. 170 c.p.c. è ora possibile notificare una sola copia della sentenza al procuratore costituito per più parti, ai fini della decorrenza nei confronti di tutte del termine breve per impugnare, ed è inoltre possibile notificare, sempre presso il procuratore costituito, una sola copia dell’impugnazione. In effetti, “l’innovazione codifica un principio di buon senso, contrastato da un formalismo giurisprudenziale che solo negli ultimi anni aveva consentito la sanatoria di una notificazione per lungo tempo considerata inesistente” se effettuata in unica copia.[68]

La più recente giurisprudenza della Cassazione aveva ritenuto che l’inammissibilità dei nuovi mezzi di prova in appello prevista dall’art. 345 comma 3 c.p.c. si estendesse anche alle produzioni documentali[69] e quest’orientamento è stato ora recepito dal nuovo testo della disposizione: “non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che il collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabili”.[70] La norma appare applicabile anche ai giudizi davanti alla Corte dei contiInfine, l'art. 353 c.p.c. prevede, per il caso di rimessione al primo giudice da parte del giudice d’appello, che “le parti debbono riassumere il processo nel termine perentorio di tre mesi dalla notificazione della sentenza”. In precedenza, il termine era di sei mesi.

 

17. Il giudizio per cassazione

 

Il giudizio per cassazione è stato oggetto di numerose modificazioni da parte della legge n. 69 del 2009 non applicabili, nemmeno per analogia, davanti alla Corte dei conti.[71]

Si applica invece al ricorso per cassazione contro una sentenza della Corte dei conti, per motivi di giurisdizione, la già ricordata riduzione a sei mesi del c.d. termine lungo di impugnazione. E si applica inoltre alla “riassunzione della causa” davanti alla Corte dei conti, a seguito della decisione della Cassazione che abbia riconosciuto la giurisdizione del giudice contabile, la disposizione del nuovo art. 392 c.p.c., che stabilisce un termine di “tre mesi”, e non più di un anno, “dalla pubblicazione della sentenza”.

 

18. La translatio iudicii in caso di difetto di giurisdizione del giudice adito

 

L’art. 50 c.p.c. già prevedeva, per il caso di dichiarazione di incompetenza del giudice adito, che la tempestiva “riassunzione della causa davanti al giudice dichiarato competente” fa sì che “il processo continua davanti al nuovo giudice”. Questo principio della translatio iudicii non era però previsto anche per i casi di difetto di giurisdizione: per conseguenza, ove fosse stato dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice adito, ordinario o speciale che fosse, l’attore era in sostanza costretto a riproporre la domanda davanti all’altro giudice.

Il principio della continuazione del processo presso il nuovo giudice anche in caso di riconoscimento del difetto di giurisdizione del giudice originariamente adito era stato poi affermato sia dalla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 4109 del 2007 che dalla sentenza della Corte costituzionale n. 77 del 2007. Ma questa, a differenza dell'altra, aveva ritenuto necessario l’intervento del legislatore al fine di precisare modalità ed effetti della translatio.

Proprio per colmare le lacune indicate dalla Corte costituzionale, l’art. 59 della legge n. 69 del 2009 ha in primo luogo stabilito: “Il giudice che, in materia civile, amministrativa, contabile, tributaria o di giudici speciali, dichiara il proprio difetto di giurisdizione indica altresì, se esistente, il giudice nazionale che ritiene munito di giurisdizione”.

Ciò posto, la nuova legge ha precisato che solo “la pronuncia sulla giurisdizione resa dalle sezioni unite della Corte di cassazione è vincolante per ogni giudice e per le parti anche in altro processo”, ovverosia ha efficacia panprocessuale.[72] Negli altri casi, “il giudice davanti al quale la causa è riassunta può sollevare d'ufficio, con ordinanza, tale questione davanti alle medesime sezioni unite della Corte di cassazione, fino alla prima udienza fissata per la trattazione del merito. Restano ferme le disposizioni sul regolamento preventivo di giurisdizione”.[73]

Orbene, qualora “entro il termine perentorio di tre mesi dal passaggio in giudicato della pronuncia” sulla giurisdizione, proveniente dal giudice che se ne dichiara privo o dalle Sezioni Unite della Cassazione, “la domanda è riproposta al giudice ivi indicato”, con le modalità e le forme pertinenti, nel nuovo processo in tal modo instaurato “le parti restano vincolate a tale indicazione e sono fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall'instaurazione del primo giudizio, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute”.[74] Inoltre, “in ogni caso di riproposizione della domanda” davanti al giudice riconosciuto munito di giurisdizione “le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova”.[75]

Come può notarsi, nell’art. 59 della legge n. 69 del 2009 sono usate espressioni diverse: “la domanda è riproposta” e “riproposizione della domanda”, ma anche “la causa è riassunta” e “riassunzione o prosecuzione del giudizio”. Che sia prevista una vera e propria translatio, viene ritenuto sulla base dell’espressa previsione della salvezza degli “effetti sostanziali e processuali” della domanda originaria, nel caso in cui venga appunto tempestivamente adito il nuovo giudice.[76]

Nel silenzio della legge, sembra poi possibile ritenere, per il “principio di effettività della giurisdizione”, che in caso di translatio conservino efficacia anche i provvedimenti cautelari eventualmente pronunciati dal giudice dichiarato sfornito di giurisdizione.[77]

Se invece non sono osservati i termini “per la prosecuzione o la riassunzione del giudizio”, si dovrebbe verificare “l'estinzione del processo, che è dichiarata anche d'ufficio alla prima udienza, e impedisce la conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda”. Ma il significato della disposizione non è chiaro.

Infatti, "se il processo di fronte al giudice a quo non può estinguersi perché è già chiuso con la pronuncia di difetto di giurisdizione, non si vede perché dovrebbe estinguersi il processo di fronte al giudice ad quem ove esso sia instaurato oltre il termine perentorio di cui al comma 2 della norma in commento. Il rispetto di questo termine condiziona la retrodatazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda nonché la vincolatività per le parti della pronuncia sulla questione di giurisdizione assunta dal precdente giudice di merito. Ma se la domanda, di fronte al giudice in ipotesi fornito di giurisdizione, è proposta oltre quel termine, deve dirsi che non si produrranno questi effetti, ma non si vede perché mai il processo dovrebbe estinguersi".[78]

 

 

 

 


[1] Con sentenza n. 41 del 1973, La Corte Costituzionale ha riconosciuto valore di legge al r.d. n. 1038 del 1933, emanato in attuazione della delega contenuta nell'art. 32 della legge n. 255 del 1933.

[2] Cfr., ex multis, Corte dei conti Sezioni Riunite n. 60 del 1958.

[3] Ex multis, C.d.C. SS.RR. n. 2/QM del 2008.

[4] Cfr. C.d.C. SS.RR. n. 3/QM del 1998.

[5] F. Garri - G. Dammicco - A. Lupi - P. Della Ventura - L. Venturini, I giudizi innanzi alla Corte dei conti, Milano 2007, pagg. 364 e seg. Secondo questa tesi, sarebbero pertanto direttamente applicabili ai giudizi in questione anche le innovazioni al codice di procedura intese a meglio realizzare il "contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità", la configurazione del giudice come "terzo e imparziale", la "ragionevole durata del processo", così come è chiaramente richiesto, per tutti i giudizi, dall'art. 111 comma 2 della Costituzione, nel testo modificato dalla legge costituzionale n. 2 del 1999.

[6] In particolare, gli artt. 20 e 23 del r.d. n. 1038 del 1933 stabilivano, rispettivamente: “Terminata la discussione, la corte, in camera di consiglio, pronuncia la decisione. All’adunanza assiste il segretario”. “La decisione deve essere pubblicata mediante lettura del dispositivo, fatta dal segretario in una delle udienze successive al giorno in cui la decisione stessa è stata firmata e depositata in segreteria. In caso di urgenza può essere pubblicata nella stessa udienza. Della avvenuta pubblicazione si fa constare mediante dichiarazione del segretario in calce all’originale della decisione”. Orbene, ambedue le disposizioni non sono in realtà da tempo applicate nei giudizi davanti alla Corte dei conti. Infatti, il segretario assiste solo “alle udienze”, come previsto dall’art. 18 del r.d. n. 1038 del 1933, e non anche alle successive camere di consiglio. E la sentenza non è resa pubblica in una successiva udienza, ma “mediante deposito” nella segreteria della Sezione, secondo quanto è previsto dall’art. 133 c.p.c. 

[7] La Corte costituzionale ha rilevato, con le note sentenze n. 371 e n. 453 del 1998, che nella nuova conformazione della responsabilità amministrativa dopo la riforma degli anni ’90, la “combinazione di elementi restitutori e di deterrenza” ed anzi l’accentuazione dei “profili sanzionatori rispetto a quelli risarcitori” rispondono alla “finalità di determinare quanto del rischio dell’attività debba restare a carico dell’apparato, e quanto a carico del dipendente, nella ricerca di un punto di equilibrio tale da rendere, per dipendenti ed amministratori pubblici, la prospettiva della responsabilità ragione di stimolo e non di disincentivo”. Similmente, le Sezioni Unite della Cassazione hanno evidenziato, con sentenza n. 12 del 2001, che si tratta di una "forma di responsabilità sui generis" che risulta "in nessun modo ritagliabile alla perfezione sull'uno o sull'altro modello teorico astratto": la responsabilità patrimoniale-civilistica e quella pubblicistico-sanzionatoria.

Orbene, queste diverse finalità della responsabilità amministrativa (risarcimento, sanzione, prevenzione) sono perseguite nell’interesse dell’ente pubblico “danneggiato”, ma anche e soprattutto per la tutela di un “superiore interesse pubblico” all’integrità delle risorse pubbliche e alla correttezza dell’amministrazione: M. Ristuccia, in I giudizi davanti alla Corte dei conti, in Trattato di diritto amministrativo, a cura di S. Cassese, Milano 2003, pag. 4802.

[8] Mutando un precedente orientamento, con decisione n. 2/QM del 2008 le Sezioni Riunite della Corte dei conti hanno così negato l'applicabilità ai giudizi pensionistici davanti alla Corte stessa della preclusione contenuta nell'art. 416 c.p.c., secondo la quale  nella memoria difensiva del convenuto devono essere proposte, "a pena di decadenza", anche "le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d'ufficio".

[9] C.d.C. SS.RR. n. 6/QM del 2001.

[10] Anche per questa ragione, oltre che per un necessario allineamento ai principi del "giusto processo" delineati dall'art. 111 della Costituzione modificato dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, l'A.C. n. 2454 ha previsto una delega al Governo per l'emanazione di un "decreto legislativo recante norme per il riassetto, la semplificazione e l'adeguamento delle norme legislative e regolamentari che disciplinano i giudizi dinanzi alla Corte dei conti, denominato <codice di procedura per i giudizi innanzi alla Corte dei conti>".

[11] Nella Relazione al Parlamento sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2008 (27.1.2009), il Ministro della Giustizia aveva evidenziato che risultavano pendenti ben 5.425.000 processi civili, con un trend in continuo aumento.

[12] G. Balena, La nuova pseudo-riforma della giustizia civile, in www.judicium.it. Nello stesso senso, ex multis: A. Proto Pisani, "La riforma del processo civile: ancora una riforma a costo zero (note a prima lettura)", in Foro Italiano V, 2009, pag. 221.

[13] “Il principio del <doppio binario>, accolto anche dall’attuale riforma”, ha in effetti “più volte ispirato il più recente legislatore, col risultato di favorire la nascita di varie generazioni di <vecchi riti>, peraltro sempre più ravvicinate con la sempre più disordinata proliferazione delle riforme sul processo civile”: B. Capponi, Il processo civile e il regime transitorio della legge n. 69 del 18 giugno 2009, in Corriere Giuridico n. 9/2009, pag. 1180. Anche C. Consolo, La legge di riforma 18 giugno 2009, n. 69: altri profili significativi a prima lettura”, Corriere Giuridico n. 7/2009 pag. 890, rileva: “avremo giudizi nuovissimi (post-riforma 2009); nuovi, ossia iniziati dopo l’1 marzo 2006 (come da riforma del 2006); di mezza età (con la sola riforma vigente dal 1995); qualche giudizio - magari in appello o in fase di rinvio - purtroppo davvero antico (c.p.c. ante l. 353/1990 vigente dal 1995)”.

[14] Immediatamente applicabili anche ai giudizi davanti alla Corte dei conti sono le nuove disposizioni sulla motivazione delle sentenze (artt. 132 c.p.c. e 118 disp.att. c.p.c.) e sulla preclusione, in linea di principio, della produzione di nuovi documenti nel giudizio di appello (art. 345 c.p.c.). Inoltre, rileva anche per la Corte dei conti l’ultimo comma dell’art. 58 della legge n. 69 del 2009, per il quale la proroga al primo giorno seguente non festivo dei “termini per il compimento di atti svolti fuori dell’udienza che scadono nella giornata di sabato”, disposta dalla legge n. 265 del 2005 che aveva a tal fine modificato l’art. 155 c.p.c., si applica anche ai procedimenti già pendenti al 1°.3.2006.  

[15] Il primo comma dell’art. 42 della nuova legge ha stabilito che il giudice unico fissa ogni semestre il proprio calendario di udienze e, con proprio decreto, fissa la trattazione dei relativi giudizi”; “i provvedimenti cautelari del giudice unico sono reclamabili innanzi al collegio, il quale, nel caso in cui rigetti il reclamo, condanna alle spese”; “i presidenti delle sezioni giurisdizionali regionali procedono, al momento della ricezione del ricorso e secondo criteri predeterminati, alla sua assegnazione ad uno dei giudici unici delle pensioni in servizio presso la sezione”. La disposizione originaria dell’art. 5 della legge n. 205 del 2000, che attribuiva la competenza sulle istanze cautelari al collegio, anziché al giudice unico già competente per il merito, era stata ritenuta costituzionalmente legittima dalla Corte costituzionale con l’ordinanza n. 343 del 2001, la quale aveva ritenuto che rientrasse nella discrezionalità del legislatore individuare appunto la composizione dell’organo giudicante.

[16] Il secondo comma dell’art. 42 ha attribuito al Presidente della Corte dei conti la possibilità di richiedere una decisione delle Sezioni Riunite a fini nomofilattici, aggiungendo due nuovi periodi all’art. 1 comma 7 del d.l. n. 453 del 1993 convertito dalla legge n. 19 del 1994: "Il presidente della Corte può disporre che le sezioni riunite si pronuncino sui giudizi che presentano una questione di diritto già decisa in senso difforme dalle sezioni giurisdizionali, centrali o regionali, e su quelli che presentano una questione di massima di particolare importanza. Se la sezione giurisdizionale, centrale o regionale, ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle sezioni riunite, rimette a queste ultime, con ordinanza motivata, la decisione del giudizio”. L’innovazione si richiama chiaramente alla norma già prevista, ma solo per le sezioni semplici della Cassazione, dall’art. 374 c.p.c. sostituito dall’art. 8 del d.lgs. n. 40 del 2006: “se la sezione semplice ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle sezioni unite, rimette a queste ultime, con ordinanza motivata, la decisione del ricorso”.    

[17] C.d.C. SS.RR. n. 4/QM del 2002.  Sui criteri regolatori della competenza indicati da tale sentenza, v. peraltro, in senso critico e tra gli altri, P.L. Rebecchi, Prime osservazioni sulla sentenza C. conti, sezioni riunite, del 13 febbraio 2002 n. 4/2002/QM, in tema di competenza territoriale nei giudizi di responsabilità amministrativo contabile, in www.amcorteconti.it

[18] C.d.C. SS.RR. n. 5/CC del 2002.

[19] La modifica al regime delle eccezioni sulla competenza ha comportato una modifica anche dell’art. 163 c.p.c.: nell’atto di citazione, l’attore deve avvertire il convenuto che la costituzione tardiva implica non solo le decadenze previste dall’art. 167, ma anche quelle dell’art. 38.

[20] Il richiamo all’udienza di “prima comparizione delle parti e trattazione della causa” davanti al giudice civile, prevista dall’art. 183 c.p.c., va riferito, per i giudizi davanti alla Corte dei conti, alla prima udienza.

[21] G. Trisorio Luzzi, “Le novità in tema di competenza, litispendenza, continenza e connessione”, in Foro Italiano, 2009 parte V, pag. 256.

[22] Nel processo civile, il mutamento di forma della decisione ha una rilevanza maggiore, poiché per l'emanazione di un'ordinanza non è “necessario seguire l’iter più articolato e complesso previsto per la sentenza (precisazione delle conclusioni, comparse conclusionali, memorie di replica, sentenza)”. Così G. Trisorio Luzzi, op. cit., pag. 256.

[23] C. Punzi, "Il processo civile. Sistema e problematiche" II, Torino 2008, pag. 255.

[24] F. Garri - G. Dammicco - A. Lupi - P. Della Ventura - L. Venturini, op.cit., pag. 508.  V. anche, sul punto, C.d.C. n. 18/QM del 1998.

[25] C.d.C. SS.RR. n. 6/QM del 2001.

[26] Si trattava di una disciplina formalmente in vigore, ma di fatto operativa solo per il distretto di Milano, a decorrere dal 1°.6.2009 e secondo quanto disposto con D.M. 26.5.2009 n. 57 pubblicato sulla G.U. n. 124 del 30.5.2009.

[27] In realtà, l’art. 291 c.p.c. veniva già ritenuto applicabile davanti alla Corte dei conti, ad esempio per i difetti di notifica del decreto di fissazione di udienza all’appellato da parte dell’appellante. Cfr. C.d.C. n. 1/QM del 2002.

[28] Sul punto, v. D. Dalfino, “Difetto di rappresentanza, assistenza, autorizzazione; nullità della procura al difensore”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 290.

In precedenza, già Cass. n. 7920 del 2005 aveva affermato la validità della procura apposta a margine di un atto diverso da quelli elencati nell’art. 83 c.p.c., purché essa evidenzi inequivocabilmente la volontà della parte di conferire l’incarico difensivo e sia stata rilasciata su un atto del processo: nella fattispecie, si trattava appunto della “comparsa di costituzione di nuovo difensore”.

[29] E. Zucconi Galli Fonseca, “Parti e difensori nel processo riformato”, in www.judicium.it. Nel precedente testo dell'art. 182 comma 2 c.p.c. si leggeva: “il giudice può assegnare …”

[30] D. Dalfino, op. cit., pag. 289. E. Zucconi Galli Fonseca, op. cit.

Per un difetto di coordinamento, la nuova normativa appena richiamata si pone in contrasto con l'art. 125 comma 2 c.p.c., per il quale la procura al difensore dell’attore può essere conferita anche dopo la notificazione della citazione era già previsto, ma “purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata”: C. Mandrioli - A. Carratta, “Come cambia il processo civile”, Torino 2009, pag. 46. 

[31] L’art. 294 prevede, ai commi 2 e 3, la rimessione in termini, per “il compimento di attività che gli sarebbero precluse”, del contumace che “dimostra che la nullità della citazione o della sua notificazione gli ha impedito di avere conoscenza del processo o che la costituzione è stata impedita da causa a lui non imputabile”.

[32] Con sentenza n. 159 del 1971, era stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 305 c.p.c. nella parte in cui faceva decorrere il termine per la prosecuzione o riassunzione del processo dalla sua interruzione e non dal momento in cui le parti avevano avuto conoscenza dell’interruzione stessa.

Con sentenza n. 477 del 2002, era stata inoltre dichiarato che la notificazione per il notificante si perfeziona al momento della consegna del plico all’ufficiale giudiziario, non dipendendo dal richiedente il successivo compimento delle operazioni da parte dell’ufficiale giudiziario. Il principio aveva poi portato, nel 2006, alla riforma dell’art. 149 c.p.c. con aggiunta di un terzo comma che distingue appunto il momento in cui la notificazione si perfeziona per il notificante da quello in cui si perfeziona per il destinatario dell’atto.

[33] R. Caponi, “Rimessione in termini: estensione ai poteri di impugnazione (art. 153, 2° comma, c.p.c.)”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 283.

[34] A. Proto Pisani, op. cit., pag. 225.

[35] C. Consolo, op. cit., pag. 879.

[36] C.M. Cea, “la modifica dell’art. 115 c.p.c. e le nuove frontiere del principio di non contestazione”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 268.

[37] Cass. SS.UU. n. 761 del 2002 e poi Cass. n. 12636 del 2005, n. 13958 del 2006, n. 1540 del 2007, n. 12231 del 2007, n. 5191 del 2008, n. 13079 del 2008, n. 18202 del 2008, n. 27596 del 2009, n. 5356 del 2009. Ma non mancavano decisioni secondo le quali fatti non contestati erano invece solo quelli ammessi esplicitamente dalla controparte ovvero quelli la cui negazione risultava incompatibile con le difese proposte dalla parte contro cui venivano allegati: Cass. n. 12274 del 2009, n. 12119 del 2006, n. 20916 del 2004, n. 10482 del 2001, n. 5149 del 2001, n. 10434 del 2000.

[38] M. Fabiani, Il nuovo volto della trattazione e dell'istruttoria, in Corriere Giuridico 2009, pag. 1171 e segg. L’A. precisa anche che “in questa ottica il fatto non contestato opera su un piano diverso dal fatto confessato perché la confessione è una prova legale che ai sensi dell’art. 2733 c.c. <forma piena prova contro colui che l’ha fatta>”.

[39] Fatta eccezione per i casi di prova legale come la confessione - e la non contestazione prevista dal nuovo art. 115 c.p.c. non è una prova legale - il giudice valuta liberamente le prove acquisite, sotto il profilo della loro attendibilità e concludenza, e può dare la prevalenza all'una o all'altra prova, dovendo solo indicare "gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l'iter seguito nella valutazione degli stessi e per le proprie conclusioni": Cass. n. 9384 del 1995, n. 10529 del 1996, n. 10986 del 1998, n. 5964 del 2001, n. 3102 del 2002 etc.

[40] La sentenza aveva affermato, per il caso in cui il convenuto non si costituisce, che i fatti affermati dall’attore non possono essere ritenuti non contestati perché una tale regola sarebbe “in contrasto con la tradizione del diritto processuale italiano, nel quale alla mancata o tardiva costituzione mai è stato attribuito il valore di confessione implicita”. Sul punto v. peraltro, in senso critico, B. Sassani - V. Auletta, “L’illegittimità costituzionale per <contrasto con la tradizione>: in morte di una (buona) <regola del processo>”, in Riv. dir. proc. 2008, pagg. 519 e segg. Anche M. Fabiani, op.cit., pag. 1169, rileva che la “tradizione” cui fa riferimento la Corte costituzionale “trova smentita in poche (ma non insignificanti) disposizioni del codice, prima fra tutte quelle dell’art. 663 c.p.c.”, e condivide comunque “le perplessità di chi critica il richiamo alla tradizione come improprio parametro di costituzionalità”.

[41] M. Fabiani, op. cit., pagg. 1169 e seg.

[42] Cass. SS.UU. n. 761 del 2002.

[43] M. Fabiani, op.cit., pag. 1172.

[44] La giurisprudenza ha chiarito che le eccezioni in senso lato, di per sé rilevabili d’ufficio dal giudice, sono possibili in primo grado solo se i fatti sui quali si fondano siano stati tempestivamente allegati al giudice, in conformità agli artt. 163 comma 3 n. 4, 167 comma 1 e 183 comma 4 c.p.c. (Cass. n. 16501 del 2004, n. 421 del 2006, n. 11108 del 2007, n. 14581 del 2007, n. 3322 del 2008). E ha inoltre chiarito che costituiscono eccezioni nuove, a fortiori inammissibili in appello per l’art. 345 c.p.c., tutte le deduzioni formulate per la prima volta in appello e fondate su fatti preesistenti che non siano stati appunto già tempestivamente allegati in primo grado (Cass. n. 4392 del 2000, n. 5703 del 2001, n. 13253 del 2004).

[45] C. Mandrioli - A. Carratta, op. cit., pag. 51, ritengono che “nulla impedisca che le suddette valutazioni possano sfociare in una modifica del testo e/o delle conclusioni della relazione, modifica che il consulente potrebbe evidenziare, così in pratica modificando il testo della relazione quale da lui in precedenza trasmesso alle parti”. Conf. M. Fabiani, op.cit., pag. 1178.

[46] C.d.C. SS.RR. n. 10/QM del 2007.

[47] In sostanza, viene fatta “applicazione del c.d. principio dell’acquisizione della prova che, una volta ammessa, non appartiene più alla disponibilità della parte che l’ha chiesta”: C. Mandrioli - A. Carratta, op. cit., pag. 52.  

[48] L’uso del modello, che viene approvato con decreto del Ministro della Giustizia, non è necessario, e può essere sostituito da una “dichiarazione sottoscritta dal testimone e trasmessa al difensore della parte nel cui interesse la prova è stata ammessa”, se “la testimonianza ha ad oggetto documenti di spesa già depositati dalle parti”.

[49] E' stato anche previsto che Il testimone può essere condannato alla pena pecuniaria prevista dall’art. 255 se “non spedisce o non consegna le risposte scritte nel termine stabilito”.

[50] Ex multis, da G. Palmieri - M. Angelone, La testimonianza scritta nel processo civile, in www.judicium.it; C. Mandrioli - A. Carratta, op. cit., pagg. 55 e seg.;  A. Proto Pisani, op. cit., pag. 222; C. Consolo, op.cit. pag. 880.

[51] G. Palmieri - M. Angelone, op. cit.

[52] G. Palmieri - M. Angelone, op.cit.

[53] Il testo precedente non richiedeva “giustificati motivi”, consentiva sospensioni fino a quattro mesi e ripetute sospensioni, non richiedeva la fissazione della nuova udienza.

Si tratta comunque di un istituto pressoché inapplicato, potendo le parti avvalersi dei tempi di rinvio da un’udienza all’altra, “spesso ben superiori a tre mesi”: G.G. Poli, Sospensione su istanza delle parti e riduzione dei termini processuali, in Foro Italiano 2009 V, pag. 290.

[54] Nei giudizi davanti alla Corte dei conti, la cancellazione dal ruolo potrebbe essere disposta, in applicazione dell'art. 47 del r.d. n. 1038 del 1933 e dell'art. 270 c.p.c.., se "nessuna della parti provvede alla citazione del terzo" richiesta dal giudice. Ma v. anche, ex aliis, III Sezione n. 177 del 2003.

[55] In precedenza, era invece stabilito che “l’estinzione opera di diritto, ma deve essere eccepita dalla parte interessata prima di ogni sua difesa”. L'estinzione non impedisce comunque alle parti di instaurare un nuovo giudizio: l'art. 310 comma 1 c.p.c. dispone infatti che "l'estinzione del processo non estingue l'azione".

[56] E. Fabiani, “Contraddittorio e questioni rilevabili d’ufficio”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 267.

[57] La nullità della sentenza emessa in violazione dell’art. 183 c.p.c. era stata riconosciuta da Cass. n. 10372 del 2001, n. 14637 del 2001, n. 16577 del 2005, n. 21108 del 2005, n. 15194 del 2008 ed era stata invece negata da Cass. n. 15705 del 2005.

[58] M. Fabiani, op. cit., pag. 1166. Per le questioni di fatto, nei limiti ovviamente della “corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato” richiesta dall’art. 112 c.p.c.

[59] L'art. 161 c.p.c. stabilisce che "la nullità delle sentenze soggette ad appello o a ricorso per cassazione può essere fatta valere soltanto nei limiti e secondo le regole proprie di questi mezzi di impugnazione".

[60] D. Dalfino, “La sentenza: contenuto e pubblicità”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 275.

[61] Peraltro, l’innovazione non appare di agevole attuazione, poiché “il giudice dovrebbe valutare, con un giudizio riferito al tempo della proposta, se dagli atti di causa era razionale immaginare un diverso o miglior esito del processo”; dovrebbe poi “calcolare separatamente le spese sostenute dalla parte parzialmente vittoriosa fino alla proposta di conciliazione e poi di nuovo, separatamente, le spese sostenute dalla parte parzialmente soccombente dalla proposta di conciliazione fino alla sentenza”; dovrebbe infine, “previa compensazione degli importi scaturiti, condannare una parte al pagamento delle spese in residuo che spettano all’altra”. Inoltre, si tratta di una disposizione non solo di non agevole applicazione ma anche di dubbia utilità, dal momento che la compensazione parziale delle spese per “soccombenza reciproca”, in applicazione dell’art. 92 comma 2 c.p.c., è comunemente ritenuta possibile anche nel “caso dell’unica domanda di un solo litigante che tuttavia non sia stata interamente accolta dal giudice”. Così G. Scarselli, “Le modifiche in tema di spese”, in Foro Italiano 2009 V, pag. 262.

[62] B. Sassani – R. Tiscini, Prime osservazioni sulla legge 18 giugno 2009, n. 69, in www.judicium.it .

[63] E' stata nel contempo abrogata, evidentemente perché ritenuta assorbita dalla nuova disposizione e pertanto superflua, la norma dell’art. 385 comma 4 c.p.c., ove era già previsto che la Corte di Cassazione, nel pronunciare sulle spese, “condanna, altresì, la parte soccombente al pagamento a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”.

[64] G. Scarselli, op. cit., pag. 264.   Conf. B. Sassani - R. Tiscini, op. cit., G. Balena, op.cit.

[65] C. Mandrioli – A. Carratta, op. cit., pag. 31.

[66] G. Balena, op. cit.

[67] C. Mandrioli - A. Carratta, op. cit., pag. 64.

[68] B. Sassani – R. Tiscini, op. cit.

[69] Cass. SS.UU. n. 8202 e n. 8203 del 2005; conf. Cass. n. 217 del 2007, n. 5323 del 2007, n. 9274 del 2008, n. 12652 del 2008. I principali argomenti posti a base del divieto di produzione consistevano nella considerazione che nella nozione di “mezzi di prova” rientrano entrambe le categorie di prove, quelle precostituite e quelle costituende; anche per i documenti il giudice compie pertanto una valutazione di ammissibilità e rilevanza; l’ingresso di un documento nuovo in appello incide sulla celerità dell’intero procedimento, per il rischio che si innestino giudizi complessi come la querela di falso e la verificazione e per le concrete esigenze di attuazione del principio del contraddittorio che comporta, per la controparte, il diritto alla prova contraria.

[70] Il giudizio di indispensabilità della prova nuova in appello non si limita alla mera rilevanza dei fatti dedotti a prova ma implica la valutazione dell'attitudine della stessa a dissipare un perdurante stato di incertezza sui fatti controversi riservata al giudice del merito (Cass. n. 14133 del 2006), secondo criteri logici che il giudice ha il dovere di indicare (Cass. n. 17439 del 2006). 

P.L. Rebecchi, "Produzione di nuovi documenti in appello e potere sindacatorio nel giudizio di responsabilità amministrativo contabile", in www.amcorteconti.it, afferma: "la disponibilità di poteri istruttori ufficiosi per il giudice contabile riguarda sia il giudizio di primo grado che quello di appello (cfr. artt. 14 e 15 del reg. proc. e art. 73 t.u. che attribuiscono alla <Corte> i poteri istruttori). In tal modo si può ritenere che i poteri discrezionali comunque riconosciuti al giudice dall'art. 345, 3° comma c.p.c. risultino in qualche modo <rafforzati> sulla base dei poteri istruttori ufficiosi ad esso riconosciuti dall'ordinamento".      

[71] In particolare, il nuovo art. 360 bis dispone che il ricorso per Cassazione è “inammissibile” (rectius: manifestamente infondato) quando “il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l'esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l'orientamento della stessa” e “quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei princìpi regolatori del giusto processo”; è stato abrogato l’art. 366 bis che richiedeva la specifica “formulazione di un quesito di diritto”; l’art. 376 c.p.c. stabilisce ora che il primo presidente, tranne quando ricorrono le condizioni per la pronuncia a sezioni unite, assegna i ricorsi “ad apposita sezione che verifica se sussistono i presupposti per la pronuncia in camera di consiglio” prevista dal precedente art. 375; l’art. 380 bis ha ridefinito il “procedimento per la decisione sull’inammissibilità del ricorso e per la decisione in camera di consiglio”; come già si è detto, è stato abrogato l’ultimo comma dell’art. 385 c.p.c., che prevedeva la condanna al pagamento di “di una somma, equitativamente determinata, non superiore ai massimi tariffari”, in caso di proposizione del ricorso o resistenza “anche solo con colpa grave”.

 

[72] La nuova disposizione “non considera che, per effetto dell’art. 374, 1° comma, c.p.c., come riformato nel 2006, la Cassazione può giudicare sulla giurisdizione anche a sezione semplice, ma è da ritenere che anche le decisioni delle sezioni semplici, nella misura in cui contengono anch’esse la statuizione sulla giurisdizione (art. 382, 1° comma, c.p.c.) abbiano efficacia panprocessuale”: così F. Cipriani, “La translatio tra giurisdizioni italiane”, in Foro Italiano 2009, parte V, pag. 251. Conf. G. Balena, op. cit.

[73] Nonostante la precisazione “restano ferme le disposizioni sul regolamento preventivo di giurisdizione”, il regolamento in questione non potrà mai essere esperito una volta avvenuta la riassunzione della causa. Si tratta solo della ovvia considerazione che le parti avrebbero potuto esperire il regolamento di giurisdizione al fine di ottenere (immediatamente) una pronuncia vincolante da parte delle Sezioni unite della Cassazione. Così M. Bove, "Giurisdizione e competenza nella recente riforma del processo civile (legge 18 giugno 2009 n. 69)", in www.judicium.it     

[74] Il riferimento alle <preclusioni> (di norma endo-processuali) è fuorviante e superfluo (infatti le preclusioni di allegazioni e prove scatteranno solo avanti al giudice con giurisdizione e in sintonia con il suo rito processuale); quello alle <decadenze> deve invece necessariamente intendersi inerente ai poteri pre-processuali (segnatamente all’esercizio del potere di azione, ossia al rispetto del termine – ove fosse previsto – entro il quale la parte dovrà proporre l’azione specie avanti al giudice amministrativo o tributario)”. In sostanza, “la sancita salvezza degli effetti processuali e sostanziali della domanda inizialmente proposta non si produrrà se questa, una volta individuato il giudice avente giurisdizione al riguardo, risulti, per le regole di quella giurisdizione - tardivamente proposta allorché iniziò a pendere il processo”. Così C. Consolo, op. cit., pag. 889.

[75] La riduzione delle prove raccolte davanti al primo giudice a meri “argomenti di prova" è sembrata “soluzione non propriamente apprezzabile sul piano dell’economia processuale”: F. Cipriani, op.cit., pag. 253.

In ogni caso, ne consegue, secondo logica, l'assenza di preclusioni sul piano probatorio nel nuovo giudizio: v. alla nota precedente.

[76] C. Consolo, op.cit.  pag. 886.

[77] F. Cipriani, op. cit., pag. 252. conf. C. Consolo, op.cit., pag. 889.

[78] M. Bove, op. cit.