L’INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE DEL TERZO NEL PROCESSO CONTABILE.

ASPETTI PROBLEMATICI IN ORDINE ALLA SUA OPERATIVITA’,

di Massimo Gagliardi, magistrato della Corte dei conti

 

 

 

 

 

SOMMARIO: 1.PREMESSA  2.FUNZIONE GIURISDIZIONALE E LESIONE ERARIALE-IL RUOLO DEL P.M. NEL PROCESSO INQUISITORIO E IN QUELLO DISPOSITIVO ATTENUATO IN AMBITO CIVILISTICO  3.L’INTERVENTO VOLONTARIO DEL TERZO NEL PROCESSO A CONNOTAZIONE DISPOSITIVA. -CENNI 4.BREVE ANALISI DELLA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA IN MATERIA DI INTERVENTO VOLONTARIO ADESIVO DIPENDENTE  5.L’INTERVENTO E GLI INTERESSI TUTELATI DAL PROCESSO DI RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA 6.LA PRASSI ERMENEUTICA PROCESSUALE PREVALENTE IN ORDINE ALLA OPERATIVITA’ DELL’ART.47 RD.N.1038/1933 7.ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOSTANZIALI IN ORDINE ALL’AMMISSIBILITA’DELL’INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE NEL GIUDIZIO DI RESPONSABILITA’. CONCLUSIONI

 

 

 

 

PREMESSA

Con ordinanza collegiale, pronunciata nel corso dell’ udienza dibattimentale del 6.4.06, la Sezione giurisdizionale Molise della Corte dei conti,  ha  respinto l’istanza volta a spiegare intervento adesivo di terzo – ex art. 105 c.p.c. 2° c., a vantaggio della parte pubblica, affermando che:”nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile,la funzione del P.M. è da ritenere esclusiva ed assorbente in ordine all’azionabilità di ogni pretesa risarcitoria concernente danni alla pubblica finanza”.

Nel caso di specie,tale statuizione veniva suffragata sia dalla netta contrarietà al dispiegamento del predetto intervento adesivo del terzo, esplicitata in udienza dal Requirente (parte attrice adiuvata) che dalla genericità motivazionale dedotta a fondamento dell’iniziativa processuale di cui trattasi dall’interveniente.

La Sezione ha sostanzialmente affermato la propria legittimazione ad esprimere,alla luce degli elementi versati in giudizio,un vaglio di meritevolezza dell’interesse ad agire del terzo,espressivo quest’ultimo ad un tempo sia di una posizione pur sempre subordinata a quella della parte attrice che di un percepibile, autonomo fondamento giuridico.

In particolare, il predetto esame di congruità  ha trovato la sua ragion d’essere  proprio nella lettera della legge,allorché all’art.105,ultimo comma,la stessa prescrive che. “ Può altresì intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti ,quando vi ha un proprio interesse”.

Ne consegue che il controllo di meritevolezza risulta essere stato ponderato alla stregua dell’art.100 c.p.c.(“ Per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”).

Al riguardo va osservato che il predetto organo giurisdizionale ha così preso una posizione netta sulla questione dedotta in giudizio (peraltro poco esplorata in dottrina) in controtendenza rispetto alla giurisprudenza contabile esistente in materia.

Non vi è dubbio che per una corretta esegesi dell’istituto in parola, tipizzato nel codice di procedura civile, occorre adottare ogni opportuna cautela interpretativa, necessariamente in chiave evolutiva e sistematica dell’apparato normativo vigente che tenga conto della novella costituzionale dell’art. 111 e che non si appiattisca nell’acritica ricezione nel processo contabile della previsione dell’art. 105 c.p.c. nonché dell’art. 47 del R.D. n. 1038/33 (regolamento di procedura per i giudizi innanzi alla Corte dei Conti) che non è ingeneroso ritenere affetto dall’usura del tempo (“Chiunque abbia interesse nella controversia può intervenire in causa con atto notificato alle parti e depositato nella Segreteria della Sezione. L’intervento può essere anche ordinato dalla Sezione d’ufficio, o anche su richiesta del Procuratore generale o di una delle parti.”).

Pertanto, non appaia ultroneo, in questa sede, prospettare alcuni cenni preliminari necessari per una più compiuta disamina della fattispecie di cui trattasi.

 

 

2.  FUNZIONE GIURISDIZIONALE E LESIONE ERARIALE – IL RUOLO DEL P.M. NEL PROCESSO INQUISITORIO E IN QUELLO DISPOSITIVO ATTENUATO IN AMBITO CIVILISTICO.

E’ del tutto evidente, ma non per questo va sottaciuto nell’economia del presente lavoro, il carattere distintivo della tutela giurisdizionale il cui “UBI CONSISTAM” va rinvenuto nella <<natura sostitutiva>> che la caratterizza.

Essa si sostanzia nella funzione, per così dire vicaria, dell’organo giurisdizionale rispetto alla condotta attesa della P.A., pur prevista dalle norme sostanziali e sulla cui mancata conformità al parametro normativo sostanziale, viene poi incardinato il giudizio.

In tal guisa, il congegno processuale è volto a garantire indirettamente quella medesima tutela degli interessi, voluta dalla disposizione codificata che è preclusa all’esercizio del  diritto all’autodifesa[1] da parte della stessa amministrazione lesa.

Il predetto assunto esprime in linea larghissima il carattere ontico della giurisdizione, massimamente evidente nella dimensione civilistica della “composizione delle liti”, tra parti equiordinate che volontariamente accedono allo strumento processuale.[2]

Ciò premesso, il concetto di giurisdizione contiene altresì un ulteriore valore, (rectius: un particolare fine) che può consistere nell’attuazione della sanzione, ossia una sorta di precetto secondario presente nelle norme sostanziali e concretantesi in un “meccanismo di reazione che l’Ordinamento giuridico mette in moto non appena si verifica il fenomeno della violazione del precetto primario”.

E’ del tutto innegabile che un simile connotato caratterizzi quegli ambiti giurisdizionali a prevalente impronta inquisitoria, come è proprio della giurisdizione contabile di responsabilità, dove è,di contro, inattivo il “principio della disponibilità della tutela giurisdizionale” in ossequio del quale il titolare del diritto sostanziale, che si assume vulnerato, è facultato nella richiesta di tutela dello stesso in quanto rientrante nella disponibilità del diritto sostanziale[3].

Dunque siamo in presenza in tal caso di una natura, per così dire, “doppiamente sostitutiva”, atteso che l’esercizio dell’azione processuale, a garanzia dell’Erario, non muove dal soggetto leso ma piuttosto da un organo terzo (la Procura contabile), latamente rappresentativo dello stesso e dominus della tutela pubblicistica che così viene attivata.

In tale circostanza il diritto sostanziale esiste ed è abbisognevole  di garanzia, ma non appartiene a chi ne chiede la protezione (il Requirente contabile) che pur dispone dell’azione, (rectius della “legitimazione ad agire”), operando quindi, sotto tale profilo, in una condizione di astrattezza.

Orbene, nella richiamata ottica comparatistica, se si pone a raffronto la funzione del P.M. nell’ambito del sistema civilistico ad impulso di parte, può agevolmente cogliersi il distinguo tra procedimento inquisitorio puro e procedimento dispositivo, situandosi il processo civilistico in talune ipotesi peculiari (contraddistinte dall’intervento del P.M.), nell’alveo di un sistema dispositivo attenuato, ove la disponibilità dell’oggetto del processo, di regola massima, trova un limite nell’esercizio di quei diritti che, in misura più o meno intensa, sono indisponibili.

Pertanto, l’Ordinamento acconsente così alla separazione delle iniziative processuali dalla titolarità del diritto sostanziale, fino al limite della stessa proposizione della domanda, per il perseguimento dell’interesse pubblico[4].

Il legislatore ha così conseguito il fine della sottrazione al privato della esclusiva nell’esercizio di quei diritti che abbiano un più elevato indice di indisponibilità in quanto connessi ad interessi obiettivi dell’Ordinamento posti così nella sfera del P.M..

Quest’ultimo, appare investito dalla legge della titolarità dell’azione, con grado differenziato di intensità ed in una posizione in tutto assimilabile a quella della parte.

Se ciò è vero in ambito civilistico nella ipotesi residuale sopra tracciata, a fortiori, il ruolo del P.M. sarà assolutamente prevalente ove massima è la forza cogente del principio inquisitorio (per quanto rileva nell’economia del presente lavoro: il giudizio di responsabilità contabile) con inevitabili ricadute nella delimitazione dell’oggetto dedotto in giudizio (“thema decidendum”), della “vocatio in ius” e, più genericamente, della partecipazione di soggetti processuali ulteriori (intervenienti).

 

3.  L’INTERVENTO VOLONTARIO DEI TERZI NEL PROCESSO A CONNOTAZIONE DISPOSITIVA. - CENNI

L’art. 105 c.p.c. statuisce che:

“ciascuno può intervenire in un processo tra altre persone per far valere in confronto di tutte le parti o di alcune di esse un diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo.

Può altresì intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse”.

Il fenomeno del litisconsorzio, da intendersi come presenza di una pluralità di parti nel processo, può discendere dalla previsione dell’art. 103 c.p.c. (“litisconsorzio facoltativo”) e quindi, in tal caso, coevo all’insorgere del processo, ovvero intervenire in un momento successivo, mediante lo strumento del litisconsorzio necessario, contemplato dall’art. 102 c.p.c. , (attraverso l’ordine di integrazione del contraddittorio) oppure spiegando, ai sensi del sopra menzionato art. 105 c.p.c., intervento volontario, su istanza di parte (art. 106 c.p.c.), od anche per ordine del giudice (art. 107 c.p.c.: intervento coatto).

La dottrina processualistica afferma che l’interveniente volontario o coatto assume, per il solo fatto di essere intervenuto, la qualità di parte[5], fermo restando che resta impregiudicata la questione relativa al profilo della legittimazione, ossia della verifica giudiziale in ordine alla connessione oggettiva tra l’azione in corso e quella che il terzo vuole esercitare o che si vuole esercitare contro di lui.

Orbene, se è indubbio che la sentenza non può che incidere tra le parti in causa e solo con riguardo ad esse, cionondimeno il terzo può subire le conseguenze indirette della statuizione giudiziale, per fronteggiare le quali, prima che venga emessa la pronuncia, egli può spiegare intervento volontario che si struttura come una sorta di opposizione di terzo anticipata (art. 404 c.p.c.).

L’intervento può rivestire “forma principale”, allorché il terzo fa valere il suo diritto in confronto di tutte le parti; può assumere il carattere litisconsortile (cd. Adesivo autonomo) qualora lo eserciti solo in confronto di alcune di esse; ovvero “adesivo dipendente”, laddove il terzo intervenga per sostenere le ragioni di alcuna delle parti e dunque, diversamente dai casi precedenti, non per sostenere un proprio diritto.

Ma non vi è dubbio che l’aspettativa, per quanto giuridica, di un vantaggio che spinge il terzo a proporre un siffatto intervento, non può non ricondursi ad una posizione di diritto sostanziale non autonoma ma pur sempre giuridicamente rilevante per il suo collegamento con la posizione della parte processuale cui si aderisce.

La posizione del terzo interveniente benché, come detto, non autonoma, assurge al rango di interesse ad agire, così fondando una sorta di legittimazione secondaria.

Un simile meccanismo processuale non esclude, peraltro, un controllo giudiziale sulla specifica legittimazione del terzo che è intervenuto che certo rientra nei poteri decisori dell’organo giurisdizionale ex art. 272 c.p.c..

 

4.  BREVE ANALISI DELLA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA IN MATERIA DI INTERVENTO VOLONTARIO ADESIVO DIPENDENTE.

Un breve excursus della giurisprudenza della Suprema Corte è idoneo a focalizzare alcuni tratti caratterizzanti l’istituto in parola.

Al riguardo, la sentenza n. 12758/93 della Cass. Civ. Sez. II°, precisava che: “l’interesse richiesto per la legittimazione all’intervento adesivo dipendente ex art. 105, 2° comma c.p.c., deve essere non di mero fatto, ma giuridico, nel senso che tra adiuvante e adiuvato deve sussistere un vero e proprio rapporto giuridico sostanziale, tale che la posizione soggettiva del primo in questo rapporto possa essere pregiudicata dal disconoscimento delle ragioni che il secondo sostiene contro il suo avversario in causa ( conforme sul punto Cass. Civ. Sez.III° sent. 1111/03).

Con sentenza n. 1106/95, la Cass. Civ. Sez. Prima, stabilì che:” l’intervento adesivo dipendente, non richiede la titolarità di un diritto nei confronti delle parti originarie del processo, ma è consentito in presenza di un interesse giuridicamente rilevante ad un esito della controversia favorevole alla parte adiuvata.

La Cass. Civ. Sez. Seconda, con sentenza n. 6201/97, precisò che: “E’ titolare di un interesse giuridicamente tutelabile, il socio di una società di capitali, convenuto in giudizio per accertare la simulazione di un contratto di acquisto con essa stipulato, perché l’accoglimento di tale domanda, depauperando il patrimonio sociale diminuisce il valore dei suoi diritti di partecipazione alla società ed incide quindi sulle quote ad esso spettante; pertanto il socio è legittimato ad esperire intervento adesivo dipendente per sostenere le ragioni della società ed a impugnare in via autonoma la sentenza che invece esclude tale suo interesse”.

Con successiva sentenza n. 1873/99, la Cass. Civ. Sez. Prima, ha ancor più chiarito la natura della posizione soggettiva legittimante l’intervento adesivo affermando che: “Non è configurabile un diritto soggettivo o un interesse legittimo del cittadino o di Enti, alla conservazione delle leggi in vigore; deve pertanto escludersi che un singolo cittadino o un Ente possano adire in proposito il Giudice o intervenire ad adiuvandum in un procedimento, atteso che la legittimazione ad agire (e quindi il relativo interesse) si radica sempre su di una situazione sostanziale.

Pertanto il potere di azione  o di intervento, sia pure solo adesivo, può configurarsi unicamente se l’interesse di cui si invoca la protezione sia giuridico e non di mero fatto”.

In punto di delimitazione della legittimazione ad agire ex art. 105 c.p.c., la Cass. Civ. Sez. Terza, con sentenza n. 14901/02, ha statuito che: “Il divieto che, a norma dell’art. 105 c.p.c., il terzo può far valere in un processo pendente tra altre parti in conflitto con esse (intervento adesivo autonomo),deve essere relativo all’oggetto, ovvero dipendente dal titolo e quindi individuabile rispettivamente con riferimento al petitum o alla causa petendi.

Al di fuori di tali limiti, l’inserimento nel processo di nuove parti non è ammesso”. (in senso conforme Cass. Sez. Terza, sent. n. 13063/04; Cass. Civ. Sez. Seconda, sent. n. 7641/05).

In materia fallimentare, la Cass. Civ. Sez. Prima, con sent. n. 18147/02, ha affermato che: “il principio secondo cui dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, la legittimazione a proporre le azioni a tutela della massa (tra cui la revocatoria fallimentare) spettante, in via esclusiva, al curatore se esclude – per un verso – la legittimazione del singolo creditore ad esperire le azioni predette (e ad intervenire in via principale nel giudizio all’uopo promosso dal curatore) non impedisce tuttavia, per altro verso, l’intervento adesivo dipendente del creditore nello stesso giudizio che fonda la sua legittimazione su un rapporto giuridico dipendente da quello oggetto del processo e potrebbe subire l’efficacia riflessa della sentenza, (il che si verifica, appunto, per il creditore del fallito, il cui credito è soddisfatto nell’ambito del concorso, proprio della procedura fallimentare), in misura che dipende anche dall’esito delle azioni di massa proposte dal curatore”.

Sulle finalità perseguite dal terzo attraverso lo strumento dell’intervento e sulle condizioni per il suo esercizio, la Cass. Civ. Sez. Seconda, con sentenza n. 181/04, ha affermato che: “l’art. 105 c.p.c. che consente l’intervento adesivo volontario di chiunque abbia nella causa un proprio interesse, non rende ammissibile nella controversia proposta da un singolo contribuente, l’intervento dell’ente esponenziale di una determinata categoria di persone, atteso che l’interesse dell’interventore non si atteggerebbe  ad interesse giuridicamente rilevante e qualificato, determinato dalla sussistenza di un rapporto giuridico sostanziale fra adiuvante e adiuvato e dalla necessità di impedire che nella propria sfera giuridica possono ripercuotersi conseguenze dannose derivanti da effetti riflessi o indiretti del giudicato”.

Alla luce della soprariferita rassegna giurisprudenziale emergono, con chiarezza, alcuni dati certi sul piano ricognitivo dell’istituto di che trattasi, sussumibili essenzialmente nell’irrinunciabile natura dell’interesse sotteso all’intervento del terzo che non può che essere giuridico e non di mero fatto e che dunque deve proporsi il perseguimento della tutela da un pregiudizio mediato, dipendente dal rapporto che lega il diritto dell’interveniente a quello di una delle parti, individuabile con riferimento al petitum o alla causa petendi, assimilabile quindi ad un rapporto giuridico sostanziale fra adiuvante e adiuvato.

 

 

 5. L’intervento e gli interessi tutelati dal processo di responsabilità amministrativa

 

La tematica dell’intervento nel processo di responsabilità amministrativa è

 

destinata a diventare sempre più attuale, in considerazione della nuova con-

 

figurazione che sta acquistando il giudizio relativo.

 

Non v’è dubbio che l’istituto processuale esaminato contribuisce a chiarire 

 

la funzione e  gli obiettivi di tutela attualmente fondanti il processo erariale.

 

Ed, infatti, la questione circa l’ammissibilità o meno di un intervento richie-

 

de, previamente, che ci si interroghi in ordine al fatto se quell’interesse fatto

 

 valere dal potenziale interventore rientri o meno tra quelli tutelati dal giudi-

 

zio di responsabilità; ne consegue, che dare ingresso ad un determinato in-

 

tervento equivale a dire che l’interesse di riferimento rientra nell’oggetto del

 

processo di responsabilità amministrativa-contabile.

 

È appena il caso, poi, di specificare come il maggiore ampliamento della no-

 

zione di danno erariale, la rilevanza degli interessi collettivi sul piano della

 

giustiziabilità, la sempre più marcata c.d. “esternalizzazione” dell’azione

 

amministrativa e il conseguente allargamento della giurisdizione contabile,

 

 che tende, oramai, a coinvolgere anche enti privatistici (quale ad esempio

 

una s.r.l. beneficiaria di fondi pubblici), sono tutti elementi che lasciano in-

 

travedere, in prospettiva, come sempre più frequente il tentativo di interveni-

 

re nel processo: più ampio, infatti, è l’oggetto del giudizio più aumentano in

 

modo direttamente proporzionale gli interessi coinvolti e, quindi, i soggetti

 

potenzialmente interessati allo svolgimento del processo.

 

Si spiega, quindi, come attualmente accanto all’orientamento tradizional-

 

mente favorevole all’intervento adesivo della p.a. danneggiata, inizi ad intra-

 

vedersi un approccio giurisprudenziale più critico rispetto al problema e me-

 

no favorevole alla operatività di tale istituto processuale: lo scopo è quello di

 

evitare che attraverso l’istituto dell’intervento, il processo amministrativo di

 

responsabilità si appesantisca eccessivamente perdendo quella snellezza e

 

 celerità processuale che da sempre lo caratterizza in senso positivo rispetto

 

al processo civile.

 

Preoccupazione non peregrina atteso che una volta ammesso l’intervento vo-

 

lontario adesivo della p.a. statale danneggiata, occorre chiedersi quali siano i

 

margini di intervento degli enti locali o anche associazioni portatrici di inte-

 

ressi collettivi e, in ipotesi,anche di enti diversi da quelli danneggiati.

 

Ed, ancora, se tali potenziali interventori possano spiegare solo intervento

 

adesivo o anche quello ex art. 105, 2° comma, c.p.c., cioè essere portatori di

 

una propria autonoma pretesa risarcitoria.

 

Infine, oltre all’intervento volontario,  occorre chiedersi se è ammissibile - e

 

 in che limiti - che l’intervento sia provocato anche per ordine del giudi-

 

ce d’ufficio o su richiesta di una delle parti del processo.

 

Problematiche, come si vede, di enorme respiro e di difficile soluzione, atte-

 

sa anche la, per così dire, pochezza normativa in materia: esiste una sola

 

norma, infatti, che regola l’intervento, cioè l’art. 47 r.d. 13.8.1933, n. 1038,

 

 laddove il richiamo alle norme del codice di procedura civile ex art. 26

 

 è ovviamente molto generale e presuppone la previa verifica di

 

compatibilità.

 

 

 

6. La prassi ermeneutica processuale prevalente in ordine alla  operatività dell’art. 47 r.d. n. 1038/1933

 

L’intervento nel giudizio di responsabilità amministrativa contabile è esplici-

 

tamente previsto e regolato dall’art. 47, r.d. n. 1038/1933 che, sostanzial-

 

mente, ricalca la formula utilizzata dal codice di procedura previgente a

 

quello emanato nel 1940: <<Chiunque abbia interesse nella controversia

 

può intervenire in causa con atto notificato alle parti e depositato nella se-

 

greteria della sezione. L’intervento può essere anche ordinato dalla sezione

 

d’ufficio, o anche su richiesta del procuratore generale o di una delle parti>>.

 

La norma – pur nella sua sinteticità e apparente neutralità – è normalmente

 

interpretata nel senso di dare libero ingresso all’intervento volontario c.d.

 

 adesivo, cioè quello attualmente previsto dall’art. 105, 2° comma, c.p.c.: in

 

 specie si ammette l’intervento da parte della p.a. statale danneggiata. Tutta-

 

via, nulla dice il testo normativo in ordine all’altro tipo di intervento, vale a

 

 dire quello riconducibile all’art. 105, 1° comma, c.p.c. (c.d. intervento prin

 

cipale), con il quale l’interventore fa valere un proprio autonomo diritto (nel

 

la specie, sarebbe di natura risarcitoria) dipendente dalla fattispecie dedotta

 

nel giudizio di riferimento. Ancora, la ampiezza della formula pone la pro-

 

blematica relativa alla identificazione dei soggetti potenziali interventori, e,

 

 quindi, come prima si evidenziava, se, oltre all’intervento della p.a. danneg

 

giata, possa ritenersi ammissibile la partecipazione anche degli enti locali e

 

 delle associazioni rappresentative di interessi collettivi pure danneggiati o

 

ancora soggetti diversi non danneggiati

 

Può osservarsi che un primo limite viene individuato nella necessità della

 

 presenza di un interesse ad agire ai sensi dell’art. 100, c.p.c.: l’intervento

 

 adesivo,cioè, deve essere giustificato da un interesse attuale, concreto e giu-

 

ridicamente rilevante.

 

Ciò, inevitabilmente, già determina la impossibilità di intervenire per il citta-

 

dino in quanto tale, in quanto, per un verso, egli è tito-

 

lare di un mero interesse diffuso (anche detto significativamente adespota) e,

 

 quindi, giuridicamente irrilevante, mentre, per altro verso, proprio per que-

 

sto l’intervento non potrà essere sorretto dal descritto requisito processuale

 

prescritto dall’art. 100 c.p.c.

 

Deve dirsi che, in buona sostanza, per quanto detto, appare difficile immagi-

 

nare la ammissibilità di un intervento da parte di soggetti che non siano i ti-

 

tolari dell’interesse pregiudicato dall’azione illecita perseguita nell’ambito

 

 del processo di responsabilità.

 

Ciò spiega, in primo luogo, perché, nella prassi, di norma, l’interventore ade-

 

sivo è proprio la p.a. che il P.M. assume essere stata pregiudicata dalla con-

 

dotta asserita come contra legem.

 

E sul punto,come già anticipato, si opta in senso positivo, tant’è che in dot-

 

trina si rileva come <<la giurisprudenza ha affrontato la questione

 

dell’intervento dell’amministrazione ad adiuvandum del Pubblico Ministero,

 

 generalmente ammesso sulla scorta del comune interesse ad ottenere il ri-

 

sarcimento del danno subito dalla stessa amministrazione interveniente>>

 

 (Chiarenza-Evangelista, in La nuova Corte dei conti: responsabilità, pen-

 

sioni, controlli,Giuffrè, 2004, a cura di Tenore, p.  508; in giurisprudenza,

 

 cfr. Corte Conti, sez. II, 16.3.2000, n. 87/A, Corte conti, sez. Lombardia, 3.7.2003, n. 817/03).

 

A tale conclusione, devono solo aggiungersi le seguenti specificazioni: in

 

primo luogo, come detto, vi sarà sempre bisogno di un interesse ad agire; in

 

secondo luogo, è evidente che l’intervento adesivo non potrà mai legittimare

 

 una duplicazione del risarcimento; in buona sostanza, se la p.a. danneggiata

 

interventrice abbia già ottenuto in sede civile il risarcimento del danno o di

 

parte del danno, è evidente, che, anche in caso di intervento volontario ade-

 

sivo nell’ambito del giudizio di responsabilità amministrativa, si applicherà

 

il principio comunemente ritenuto operativo: vale dire, il principio, per cui il

 

giudice contabile deve tener conto del risarcimento già liquidato eventual-

 

mente dal giudice ordinario, decurtando la relativa somma.

 

Mentre, per altro verso, rende legittimo domandarsi se possono intervenire a

 

 tale titolo anche gli enti locali o le associazioni portatrici di interessi collet-

 

tivi: il problema non è teorico, posto che ormai si accoglie una nozione allar-

 

gata di danno comprensivo non solo della lesione dell’<<interesse pubblico

 

 generale all’equilibrio economico e finanziario dello Stato>>, assumendo

 

 rilevanza anche i danni <<a beni che non appartengono al patrimonio dello

 

 Stato-persona, ma a tutti i membri indifferenziati della collettività organiz-

 

zata>>, sicché la nozione di danno è tale da ricomprendere <<ogni com

 

promissione di interessi generali del corpo sociale>> (Tenore, in La nuova

 

 Corte dei conti: responsabilità, pensioni, controlli, a cura di Tenore, cit., p.

 

 30-31). Deve, perciò, chiedersi se può avere dignità processuale la richiesta

 

 di intervento proposta dall’ente – pubblico o privato di natura associativa –

 

portatrice dell’interesse leso di rilievo territoriale o comunque riferibile ad

 

un ente esponenziale titolare dell’intesse collettivo relativo.

 

La risposta al quesito è subordinata  alle seguenti condizioni: 1)

 

 l’ammissibilità di un’azione risarcitoria anche per la lesione di interesse di

 

 una comunità territoriale significa che quell’interesse ha rilievo per

 

l’ordinamento contabile, sicché può dirsi che l’ente locale e/o l’associazione

 

 portatrice di quell’interesse sia titolare di quell’interesse richiesto dall’art.

 

47 r.d. n. 1038/1933; 2) l’art 1, comma 1 bis, L. n. 20/1994, laddove prevede

 

 la c.d. compensatio lucri cum damno, impone al giudice di prendere in consi

 

derazione anche il vantaggio della comunità amministrata: il che, significa, a

 

 contrario, che inevitabilmente la norma presuppone che sia stato leso anche

 

 l’interesse di quella comunità, atteso che la predetta compensatio, presuppo-

 

ne identità tra soggetto danneggiato e avvantaggiato (non avendo, altrimenti,

 

 senso logico, ancor prima che giuridico, ricorrere a tale meccanismo equita-

 

tivo); infine,  è rilevante che la norma impone e non si limita a dare una

 

 facoltà al giudice di compensare: sicché pare possa dirsi che l’interesse della

 

comunità amministrata è preso direttamente in considerazione dal giudizio di

 

 responsabilità, in misura tale da imporre al giudice di compensare gli even-

 

tuali vantaggi, con la ulteriore conseguenza di un possibile,  ipotetico

 

 intervento volontario adesivo da parte dell’ente esponenziale; 3) soprattut-

 

to, infine, suggerisce l’ammissibilità dell’intervento dell’ente loca-

 

le/esponenziale o associazione di riferimento, una lettura costituzionale del

 

sistema; l’ammissibilità di tale intervento, infatti, discende non solo dall’art.

 

 24 Cost. (ed, infatti, posto il monopolio del P.M. in ordine all’azione eraria-

 

le, l’intervento risulta l’unico modo per la p.a. danneggiata di far sentire la

 

 sua voce all’interno del processo), ma anche ed in special modo dagli artico-

 

li 114, 1° comma e 118, ult. comma: sarebbe, infatti, manifestamente in con-

 

trasto con il principio di equiordinazione istituzionale ammettere l’intervento

 

 della sola amministrazione statale e non anche degli enti locali e sarebbe, al-

 

tresì, contro il principio di sussidiarietà orizzontale negare l’intervento alle

 

 associazioni di diritto privato portatrici dell’interesse collettivo pregiudica-

 

to, atteso che la possibilità di intervenire nei giudizi è, ovviamente, uno dei

 

momenti fondamentali attraverso cui l’associazione privata può far valere

 

 l’interesse pubblico collettivo di cui è titolare, sicché impedirne l’ingresso

 

 processuale significherebbe frustrare in modo significativo la volontà costi-

 

tuzionale di riconoscere una sorta di primazia al privato in tutte le sue forme

 

nella cura di interessi della collettività (cfr., infatti, l’art. 118, ult. comma,

 

 Cost. secondo cui <<Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comu-

 

ni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo

 

 svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sus-

 

sidiarietà>>).

 

L’art. 1, comma 1 bis, L. n. 20/1994, infine, parrebbe aprire un’altra possibi-

 

lità, ai fini della configurabilità di un intervento su ordine del giudice,

 

 d’ufficio o provocato dalla richiesta di parte: in particolare, non pare azzar-

 

dato ritenere che, posta la doverosità della compensatio, il convenuto possa

 

chiedere al giudice di ordinare l’intervento dell’amministrazione danneggiata

 

che abbia, però, anche conseguito un vantaggio: ciò al fine evidente di acqui-

 

sire una pienezza dibattimentale ed istruttoria il più soddisfacente possibile.

 

 

Del tutto diversa è, invece, la questione relativa alla possibilità di un inter-

 

vento ex art. 105, 1° comma, c.p.c.: la tematica cioè dell’ammissibilità di un

 

 intervento attraverso il quale la p.a. interventrice faccia valere una propria

 

pretesa risarcitoria autonoma e distinta da quella azionata dalla pubblica ac

 

cusa.

 

Sul punto, deve dirsi che la dottrina tende ad escludere nettamente questa

 

 possibilità: ammettere, infatti, l’ingresso di autonome pretese risarcitorie

 

nell’ambito del giudizio  di responsabilità amministrativo/contabile signifi-

 

cherebbe, in  sostanza, ammettere la esperibilità di un’azione risarcitoria

 

 all’interno del processo relativo: con ciò, quindi, stravolgendo  il vero og-

 

getto e la tradizionale funzione del giudizio in esame, volto a ripristinare

 

 comunque un interesse pubblico leso e non funzionale alla tutela di pretese

 

 in buona sostanza di natura squisitamente civilistica (sul punto, cfr. Chiaren-

 

za-Evangelista, in La nuova Corte dei conti: responsabilità, pensioni, con-

 

trolli, cit. p. 506, ove esplicitamente si esclude la operatività dell’art. 105, 1°

 

comma perché incompatibile <<sia con il diritto sostanziale al risarcimento

 

 del danno erariale sia con la struttura del relativo processo>>).

 

Ciò premesso, la giurisprudenza contabile è restia a consentire forme di intervento del terzo nei giudizi su citazione del P.M. segnatamente allorché essa si articoli quale intervento ad opponendum della pretesa attrice,in quanto il PM. assorbe la legittimazione processuale degli enti rappresentati che quindi ne risultano privi(cfr. Corte dei Conti Sez.II n.159/92; Sez. Lombardia sent. N.479/95 e 136/95).

Cionondimeno,con riguardo all’ammissibilità di un intervento ad opponendum e/o ad adiuvandum,atteso l’inquadramento dogmatico del ruolo del P.M.,agente nel giudizio,”non più come unico ed esclusivo rappresentante dell’ente,ma quale organo dello Stato-Comunità,posto a tutela dell’interesse patrimoniale pubblico”non osterebbe alcun argomento logico-giuridico alla legittimazione all’intervento dell’ente nei termini sopra riferiti(così Sciascia,op.cit.).

La giurisprudenza contabile anche in tema di intervento litisconsortile (adesivo autonomo) ne esclude, relativamente ai giudizi su citazione del P.M., l’ammissibilità per ragioni del tutto analoghe a quelle espresse in relazione all’intervento principale, proprio perché esso estende i limiti oggettivi della controversia nell’ambito di un giudizio a forte connotazione pubblicistica.

Un excursus più particolareggiato della giurisprudenza contabile, avvalora in linea di massima l’esegesi dell’art. 105 c.p.c., così come tratteggiata dalla dottrina, patrocinando la piena ammissibilità dell’intervento adesivo dipendente.[6]

Beninteso, l’ammissibilità dell’intervento adesivo, è subordinata alla individuazione dell’interesse dell’interveniente “ad attivare questo mezzo processuale a tutela di una posizione sostanziale che verrebbe toccata dagli effetti riflessi della sentenza pronunciata fra le parti originarie” (così Corte dei conti Sez. I° sent. n. 183/89).

In altra ipotesi è stata recisamente esclusa l’ammissibilità dell’intervento adesivo ad adiuvandum da parte di un ente a vantaggio dei propri amministratori convenuti in giudizio “in quanto il Comune appare come il soggetto la cui sfera patrimoniale si pretende lesa dal comportamento dei convenuti ed in capo al quale è sorto quindi il diritto pieno al risarcimento, ma tale situazione soggettiva di diritto sostanziale, di cui il Comune stesso è titolare, non ricade però nella sua disponibilità, perché l’ordinamento statuale ne demanda l’azionabilità sul piano giurisdizionale al Procuratore Generale presso la Corte dei conti, che è pertanto istituzionalmente obbligato ad agire in via esclusiva a tutela dell’integrità del patrimonio pubblico (Corte dei conti Sez. II° sent. n. 206/91).

A fronte del sopramenzionato orientamento favorevole si collocano, sul fronte opposto, alcune pronunce della giurisprudenza contabile di cui è opportuno dare contezza.

Con sentenza della Sez. Prima n. 237/92, si escludeva l’ammissibilità dell’intervento della Regione Piemonte in quanto la stessa: “è tenuta a collaborare pro veritate in posizione di neutralità e di obiettività e non per sostenere una specifica azione accusatoria svolta nei confronti di determinati soggetti in un giudizio promosso dal P.G. con richiesta di risarcimento in favore della stessa Regione”.

Nella stessa decisione si precisava altresì che l’interesse della parte interveniente doveva essere distinto da quello fatto valere dalla Pubblica Accusa ed in ogni caso non doveva trattarsi di un interesse di mero fatto (in senso conforme Sez. Lazio sent. n. 682/99).

In altra decisione si negava l’ammissibilità dell’intervento adesivo dipendente allorché lo stesso mirava, surrettiziamente, ad introdurre domande nuove rispetto a quelle del P.M. ( Sez. Toscana sent. n. 558/96).

Sempre con riferimento all’amministrazione danneggiata veniva, in altra circostanza, dichiarata l’inammissibilità dell’intervento adesivo dipendente in quanto la P.A. “non essendo titolare di un rapporto giuridico connesso o dipendente da quello dedotto in giudizio non ha alcun ulteriore e distinto interesse rispetto alla pretesa risarcitoria azionata dal P.M. contabile”. (Sez. Seconda, sent. N. 229/99).

 

Come si vede la questione è di enorme complessità e delicatezza.

 

Deve, però, osservarsi, che, a parere di chi scrive ed in prospettiva, sarà que-

 

sta una delle problematiche  che verosimilmente  si porrà all’attenzione nelle

 

 aule di giustizia contabile.

 

Ed, infatti, qualora  si ammetta in un ampia accezione l’intervento, è fatale

 

 che – per effetto della c.d. esternalizzazione dell’azione della p.a. e conse-

 

guente estensione della giurisdizione contabile e del concetto di danno era-

 

riale, il processo di responsabilità vedrà coinvolti potenzialmente sempre più

 

numerosi interessi eterogenei.

 

Non è, quindi, irrazionale immaginare che la prassi tenderà, per così dire, a

 

forzare il tradizionale oggetto del processo in esame, per le stesse ragioni per

 

cui si è assistito per anni a quello che diffusamente è stato definito un vero e

 

 proprio abuso dello strumento della costituzione di parte civile nel processo

 

 penale, abuso a cui il codice di procedura del 1989 ha tentato – con limitato

 

 successo - di porre riparo.

 

 

Si allude in tutta evidenza al fatto che il processo erariale, come quello pena-

 

le, è caratterizzato dalla presenza del P.M., sicché non è peregrino immagi-

 

nare che il danneggiato voglia intervenire nel processo di responsabilità, al

 

fine di utilizzare le maggiori potenzialità investigative dell’organo accusato-

 

rio, scaricando sullo stesso le relative – e spesso non irrilevanti – spese.

 

 

Le ultime riflessioni testimoniano come, per un verso, sarebbe quanto mai op

 

portuno un intervento legislativo volto a disciplinare in modo rigoroso e, so-

 

prattutto, a tracciare confini definiti all’ammissibilità dell’intervento; mentre,

 

 per altro verso, rendono evidenti le ragioni che fanno da sfondo concettuale

 

 all’orientamento minoritario tendenzialmente contrario alla ammissibilità di

 

 un intervento.

 

La preoccupazione è chiaramente quella di esporre il processo di responsabi-

 

lità amministrativa ad un rischio di elefantiasi, il che, in una prospettiva co-

 

stituzionale, non pare del tutto accettabile: ed, infatti, la celerità, economicità

 

 ed efficienza del processo sono anch’essi beni riconducibili all’art. 97 Cost.

 

 e sono funzionali, in buona sostanza, all’obiettivo, pure di rilievo costituzio-

 

nale, del c.d. giusto processo formalizzato dall’art. 111 Cost.

 

 

7.ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOSTANZIALI IN ORDINE ALL’AMMISSIBILITA’ DELL’INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE NEL GIUDIZIO DI  RESPONSABILITA’ – CONCLUSIONI.

L’esame delle questioni emerse dal vaglio degli orientamenti giurisprudenziali di cui si è data contezza nei precedenti paragrafi, non può non richiedere un ulteriore e conclusivo approfondimento che  prenda le mosse dalla sentenza della Consulta n. 455/97.

Con tale decisione la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità dell’art. 105 comma 2° c.p.c. nella parte in cui, nell’interpretazione consolidata della giurisprudenza di merito, non riconosce all’interventore adesivo dipendente il potere di autonoma impugnazione della sentenza che vede soccombente la parte adiuvata.

Invero, il Giudice remittente[7] aveva osservato che, in tale circostanza, considerare il terzo interveniente sfornito del potere di autonoma impugnativa, significa precludergli la tutela adeguata del proprio interesse in forza del quale si è determinato all’intervento; per converso (e paradossalmente) nel caso in cui rimanesse estraneo al processo, ben potrebbe, in un secondo autonomo giudizio, dimostrare l’esistenza di ragioni per una diversa conclusione in ordine al rapporto pregiudiziale.

Ciò premesso, la Corte Costituzionale, disattendendo le argomentazioni del giudice a quo, ha sostenuto che il legislatore, con la disciplina contenuta nell’art. 105 c.p.c., ha inteso differenziare l’intervento principale e litisconsortile, dall’intervento adesivo dipendente.

Peraltro, l’intervento ad adiuvandum non realizza un ampliamento oggettivo della lite e, dunque, attesa la diversità ontologica fra le tipologie di intervento di terzo, sono del tutto ammissibili i ridotti poteri processuali che la giurisprudenza annette all’ipotesi dell’art. 105 comma 2 c.p.c., del tutto compatibili con la carenza di potestà dispositive sulla lite in capo al terzo.

In ogni caso, non può sottacersi, continua la Consulta, che “all’interventore adesivo dipendente va riconosciuto un potere d’impugnazione nell’ipotesi in cui la sentenza contenga provvedimenti che incidano in modo diretto e immediato nella sfera giuridica del medesimo; trattasi di un applicazione del fondamentale principio “dell’interesse ad agire” e, più specificamente, dell’interesse ad impugnare, in forza del quale l’ammissibilità del gravame è in stretta correlazione alla soccombenza, sicchè, ove l’interventore adesivo dipendente abbia subito un concreto pregiudizio per effetto di statuizioni contenute nella sentenza (che su di lui incidono direttamente e sfavorevolmente), egli è certamente legittimato a proporre impugnazione, a differenza di colui che solo indirettamente è pregiudicato dalla pronuncia, contro la quale non può quindi avere alcuna potestà”.

Il predetto orientamento ha trovato un’eco sostanzialmente concorde in giurisprudenza[8] diversamente che in dottrina.

Il convincimento più restrittivo, dunque, muove dal rilievo che colui che sia intervenuto nel processo esclusivamente per sostenere le ragioni di alcuna delle parti può sviluppare le proprie difese nell’ambito unicamente di quanto proposto dalla parte adiuvata.

Ne consegue che, in caso di acquiescenza di quest’ultima (ovvero di rinunzia), tale potere non trasmigra in capo al terzo che non è parte originaria[9].

Esigenza di completezza della rassegna giurisprudenziale in materia, consiglia di dare conto di un indirizzo giurisprudenziale (invero minoritario) che riconosce, il potere di impugnazione in via autonoma all’interventore adesivo[10].

Vi è, infine, un terzo orientamento (che può ricondursi alla sopramenzionata sentenza della Consulta) che, pur non rinnegando le posizioni restrittive di cui si è dato conto, attribuisce all’interveniente ad adiuvandum il potere di impugnare in via autonoma la sentenza sul punto della propria condanna alle spese processuali, ovvero di tutte quelle statuizioni della decisione che incidono sfavorevolmente e direttamente sull’interventore[11].

Come dianzi accennato, del tutto diversa è la posizione della dottrina su questo tema.

Un primo orientamento, pur riconoscendo che il potere di impugnazione non può che attribuirsi a colui che, in quanto parte processuale, è fornito della titolarità del diritto sostanziale, dedotto in giudizio, ritiene bastevole, ai predetti fini, la sola titolarità del diritto di azione.

La potestà di interposizione di gravame del terzo interventore recede solo nel caso in cui la parte adiuvata soccombente manifesti la volontà, anche tacitamente, di accettare il regolamento recato dalla sentenza in quanto espressivo di una sorta di negozio transattivo su cui il terzo non può incidere in alcun modo[12].

Una posizione mediata in dottrina prospetta l’ammissibilità di autonoma impugnazione del terzo interveniente ad adiuvandum, ma solo nel caso in cui egli sia dotato di legittimazione straordinaria ad agire in via principale e quindi, per tale ragione, provvisto di identici poteri rispetto alle parti processuali[13].

Vi è infine un  orientamento più avanzato che riconosce, senza limitazione alcuna, il potere di iimpugnazione autonoma in capo all’interventore, da qualificarsi come parte processuale autonoma con facoltà coincidenti con quelle della parti principali potendo l’interveniente contestare fatti o proporre eccezioni, esercitando poteri di impulso (così, A. CHIZZINI, Riv. Dir. Proc. Civ. 1996 I p. 335).

Appare infatti indubbio che se il terzo interviene nel processo per la tutela del proprio interesse non può la parte originaria, laddove esprima accettazione della sentenza, disporre così dell’interesse del terzo, ivi compresa la potestà di gravame della statuizione, “ con cui si consuma il suo pregiudizio”[14].

D’altro canto, apertamente si ammette in dottrina e giurisprudenza che nei casi di garanzia propria, il garante intervenuto abbia tutti i poteri spettanti alla parte, compreso quello di autonoma impugnativa.

Orbene, tale fattispecie, proprio perché del tutto analoga a quella dell’intervento adesivo, rende pienamente ammissibile, sotto tale versante, una identità di disciplina[15].

Una simile conclusione è avvalorata, su un piano logico-giuridico, dalla titolarità, rispetto all’interveniente, di un rapporto giuridico  in rapporto di pregiudizialità-dipendenza con il rapporto giuridico dedotto in lite dalle parti principali, con conseguente ed ineluttabile efficacia, quanto meno riflessa, della sentenza sul rapporto dipendente.

Pertanto, l’interveniente sarà soggetto al giudicato, rimanendo esposto, nell’eventuale successivo giudizio sul proprio rapporto, al vincolo del “ ne bis in idem”, così pronunciato, relativamente al rapporto pregiudiziale.

Appare, quindi, del tutto incontestabile l’assunto che qualora si consideri il terzo interveniente sfornito di potestà impugnativa autonoma, le ragioni stesse di tutela, sottese alla previsione dell’art. 105 c.p.c. 2° c., sarebbero prive di ogni fondamento e comunque non esercitabili.

Come perspicuamente osservato dalla dottrina[16] il terzo, piuttosto che effettuare l’intervento, potrebbe più utilmente, avvalersi di altri strumenti di tutela, rimanendo estraneo alla lite (“opposizione di terzo” art. 404 c.p.c. ss).

Diversamente opinando, laddove si aderisca all’orientamento della Consulta, l’intervento adesivo è inidoneo ad approntare un’effettiva difesa del terzo che, per converso, è esposto all’immutabilità dell’accertamento giudiziale su cui gli è precluso influire.

A conferma della sostenibilità del predetto argomento, milita la considerazione che nel caso di impugnativa proposta da una delle parti principali, la giurisprudenza prevalente riconosce che in tale ipotesi si configura un litisconsorzio processuale necessario, esteso al terzo interveniente per l’inscindibilità della sua posizione[17].

Se in primo grado, quindi, il modello di riferimento è quello del cumulo soggettivo facoltativo (posto che il terzo non introduce una propria causa), in sede di gravame il cumulo soggettivo diviene necessario.

Pertanto, anche sotto questo diverso profilo, la legittimazione, per quanto straordinaria, del terzo interveniente ad adiuvandum, non è subordinata, in caso di gravame, all’atto di impulso di una delle parti principali, potendosi anche egli considerare, a pieno titolo, come parte originaria.

Egli quindi agirà, in tal caso, mosso dalla finalità di ottenere un favorevole accertamento sul rapporto pregiudiziale, facendo valere un diritto altrui (quello della parte adiuvata) e nonostante l’inerzia di quest’ultima e pur nel rispetto del divieto di amplificare l’ambito oggettivo della lite[18].

Ciò premesso , qualunque sia la tesi che si intende patrocinare nell’ambito della giurisprudenza contabile su tale tematica, le predette conclusioni non  sembra possano essere disattese anche laddove si ritenga di aderire all’orientamento più restrittivo recato dalla sentenza n. 455/97 della Consulta, che pur riconosce al terzo interventore il potere di impugnazione qualora la statuizione giudiziale contenga elementi che incidono in modo diretto e immediato nella sua sfera giuridica.

Tuttavia è incontestabile che il giudizio di responsabilità contabile sia correlato alla tutela di diritti indisponibili, in quanto espressione dell’interesse pubblico generale dell’ordinamento, con conseguente incardinamento dell’azione di responsabilità esclusivamente attribuite al P.M. contabile.

Quest’ultimo è legittimato alla determinazione dell’oggetto della domanda, nonché all’esercizio dei poteri di impulso di ogni conseguente azione che non possono essere introdotti nel processo di responsabilità per il tramite di altri differenti soggetti.

E dunque, proprio in ossequio al carattere cd. inquisitorio di siffatto modello processuale, risulta estranea ed incompatibile con la sua natura, riconoscere al terzo interveniente ad adiuvandum una legittimazione autonoma all’impugnativa (sia pure nei limiti più angusti sopraindicati che fatalmente ne snaturerebbe l’assetto processuale in secondo grado) e, a fortiori, il possibile esercizio di altri strumenti processuali riconosciuti alle parti originarie che pure, parte della dottrina, come indicato, reputa ammissibili.

Allo stesso tempo, pur nell’accezione di semplice corollario e in una diversa prospettiva, il novellato art. 111 Cost. (“giusto processo”) rafforza, vieppiù il ruolo di terzietà del Giudice – sia in ordine al perimetro tracciato dalla parte pubblica inerente il “thema decidendum” che sotto il profilo soggettivo, in ordine all’accesso al giudizio di parti diverse da quelle individuate originariamente dal P.M. contabile, rivestendo quest’ultimo il ruolo - pressocchè esclusivo – di dominus dell’azione con potere interdittivo rispetto all’ingresso di ulteriori soggetti processuali.

 

 

 


[1] Chiovenda, Istituzioni di diritto processuale civile II Roma, 1936 p. 7 n. ;

Montesano, Le tutele giurisdizionali dei diritti, Bari, 1981 p.16;

[2] Così MANDRIOLI, Dir. Process. Civ. I 2005 Giappichelli pag. 13.

Mandrioli, Appunti sulla sanzione in jus 1956 p. 86 ss..

Mandrioli, Svolgimenti sulla sanzione in jus, 1956 p. 362 ss.

[3] CARNACINI, “Tutela giurisd. e tecnica del processo”, in Studi in onore di REDENTI II, Milano 1951 p. 695 ss.

[4] VIGNOLO, “Principio inquisitorio e impulso d’ufficio nel processo di interdizione  in RIV. DIR. CIV. 1975, p. 337 ss.

[5] Così  Mandrioli op. cit.

[6] Corte dei conti Sez.  II, sent. n. 1/84; 125/89; 164/92; 108/92; 250/92; 252/92; 191/98.

Sez. Puglia sent. N. 11/93 ; Sez. Toscana sent. N. 558/96 ; Sez. Lombardia sent. N. 136/95; 31/94 Sez. Veneto sent. n.439/96; Sez. I° ord. N. 78/97;

[7]  Corte d’Appello Torino, ord. 26/11/96 in G.U. n. 5/97

[8]  Cass. 6/4/77 n. 1306; Cass. 13/9/55 n. 2585; Cass. 21/6/61 n1483; Cass.16/1/69 n. 1990; Cass. 13/3/87 n. 2620; Cass. 14/1/97 n. 287.

[9]  Cass. 8/8/90 n. 7997; Cass. 13/8/91 n. 8816; Cass. 7/9/93 n. 9385; Cass. 16/4/94; n. 3616; Cass. 14/7/94 n. 6600; Cass. 24/10/95 n. 11064.

[10]  Cass. 8/7/76 n. 2588; Cass. 27/3/79 n.1767.

[11] Cass. 3/5/88 n. 3309; Cass. 15/6/91 n. 6798; Cass. 22/2/96 n. 1410; Cass. 14/5/97 n. 4208; Cass.9/7/97 n. 6201.

[12]  FABBRINI, Contributo alla dottrina dell’intervento adesivo Milano 1964

[13]  Così PROTO PISANI, Dell’esercizio dell’azione in Commentario al c.p.c. I° Torino 1973 p. 1165

[14]  Così  SATTA: Commentario al Cod. Proc. Civ. I° Milano 1964

REDENTI Dir. Proc. Civ. II° Milano, 1985; CHIZZINI, L’intervento adesivo II° Padova 1992; ATTARDI Dir. Proc. Cic. Padova 1994.

[15]  GIOVANNONI “In tema di legittimazione ad impugnare dell’interventore adesivo dipendente: necessità di rivedere l’orientamento giurisprudenziale” nota a Cass. 16/4/94 n. 3616.

[16]  BONFANTI DAVIDE: “ Intervento adesivo dipendente e potere di autonoma impugnazione della sentenza in Riv. Dir: Proc. Civ. 1999, 54 pag. 295.

[17]  Cass. 26/7/96 n. 6760.

[18]  Cass. D. BONFANTI op.cit..