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UN NUOVO
SISTEMA CONTABILE PER LE PP.AA. di Luca Anselmi (Università di Pisa)
1.
I
tradizionali problemi contabili delle pubbliche amministrazioni
L’erompere in questi giorni della
discussione sulla funzione del bilencio e della legge finanziaria, sui tempi e
sui modi della loro preparazione,
dibattito e voto parlamentare (sessione di bilancio) rappresenta caratteri
carsici che riappaiano a distanza di anni riproponendo temi essenziali per uno
stato di diritto democratico, ma anche efficace ed efficiente. La domanda “a
che serve?” è fondamentale, ma spesso trova risposte fuorvianti perché
esse guardano agli aspetti giuridico-formali e trascurano gli elementi
indispensabili del conoscere per deliberare. Il punto critico attuale sta infatti
nell’interrogativo relativo alla sufficienza, completezza ed attendibilità
del sistema di conoscenze (rilevazioni) che conducano alla
predisposizione dei bilanci e delle loro verifiche (e quindi se l’aspetto
finanziario sia ritenuto in questo paese ancora sufficiente a deliberare,
senza collegarlo in modo sistematico e contestuale a quello economico ed a
quello patrimoniale come visioni integranti ed originarie di altri aspetti
della gestione, come accade negli altri paesi più avveduti ). Vi è stata continuamente la
convinzione che il problema centrale delle pubbliche contabilità fosse la
radicale differenza dai sistemi contabili delle imprese. La causa di tutto
ciò andava trovata nella differenza, vera o supposta, dei “fini” o degli
obiettivi perseguiti nelle rispettive situazioni. Gli obiettivi essenziali di
ogni sistema contabile sono principalmente rivolti a ricordare evidenziare e
supportare i processi decisionali, i loro atti amministrativi conseguenziali
ed i relativi risultati che debbono essere garantiti anche quanto a
trasparenza ed attendibilità. Più specificatamente pertanto
gli obiettivi che possono venire posti sono relativi alla
trasparenza dei sistemi decisionali nel momento in cui si è normata la
differenziazione tra obiettivi (e quindi risultati) politici,
economico-finanziari e tecnici. Occorre ancora, naturalmente, un sistema di
rilevazione di tutti gli input della gestione sia caratteristica che non, sia
ordinaria che straordinaria (su basi di dati quantitativi-qualitativi e
temporali), uno o più sistemi di rilevazione degli
output relativi ai servizi
prodotti ed erogati (su basi di dati quantitativi-qualitativi-temporali) ed
almeno di alcuni outcome (visti
come risultati sociali dei programmi sui quali l'amministrazione ha
particolarmente motivato il proprio impegno). Questo conduce anche alla
misurazione delle conseguenze della gestione sia su base annuale che
pluriennale sugli equilibri patrimoniale-economico-finanziario in modo da
considerare ad evidenza se il patrimonio dell'amministrazione ha avuto
incrementi o decrementi per effetto della gestione che si è condotta, alla
misurazione delle conseguenze della gestione infrannuale sugli equilibri
parziali (economici e finanziari) in maniera da antevedere i possibili effetti
quando la gestione è ancora in corso
e vi è quindi la possibilità di correzioni e revisioni; alla possibilità di
misurazione e confronto mediante indici, flussi, indicatori
tra periodi diversi della gestione complessiva o di una sua parte o di
un servizio nel tempo o con altri enti o con dati medi. Sulla base dei
predetti sistemi contabili si può quindi giungere al esprimere un giudizio di
convenienza economica a mantenere/potenziare/ridurre/cambiare modalità di
gestione di certi servizi. o, al limite, di tutti. Si tratta di obiettivi importanti
che presentano complessi aspetti tecnici come anche delicati aspetti politici.
non stupisce quindi che, nel tempo, ogni paese abbia cercato di modellare la
propria contabilità in maniera tale da rispondere a tutti questi obiettivi,
sia pure graduandone l'ordine e l'effettivo perseguimento secondo le
necessità espressive che le autorità di volta in volta hanno privilegiato.
Stupisce ancora meno che anche gli stessi paesi abbiano mutato sistema
contabile, o almeno abbiano modificato la scala di rilevanza che i vari
obiettivi presentavano, nel corso del tempo, in particolare quando si sono
formati governi ed amministrazioni che hanno mutato l'indirizzo
politico-amministrativo-contabile: ogni buon sistema è basato su scelte
adeguate ai fini che gli vengono assegnati.
Vengono spesso definite in modo riduttivo o spregiativo (mode) le
esigenze emergenti, a volte nuove, altre volte già discusse e rinviate a
giorni migliori, in conseguenza del costante cambiamento in atto nelle
amministrazioni pubbliche, delle esigenze di rilevare oggetti e temi che a
lungo, spesso troppo, sono stati trascurati in nome della semplificazione (o
della incapacità degli operatori), delle decisioni assunte da altri paesi o
da altre amministrazioni di, finalmente, dare risposta positiva anche a tali
esigenze. Per l'Italia questo benchmarking
improprio, ma efficace, è estremamente importante perché da molti lustri
siamo costretti in sistemi contabili-amministrativi e gestionali vecchi ed
obsoleti (anche quando recentemente si siano rifatti il look), che spesso
sembravano ed erano già inadatti al momento del loro impianto. Non è
"moda" quindi guardare agli USA o alla Gran Bretagna o a tutti gli
altri paesi che hanno sperimentato cambiamenti significativi: essi vanno
considerati con attenzione e dobbiamo domandarci se non possano esserci utili. Del resto la scelta di sistemi di
contabilità di stato e delle altre pubbliche amministrazioni secondo le
regole "finanziarie" non è né l'unica possibile, né l'unica che
abbiamo sperimentato. Non possiamo non ricordare che proprio il Villa prima di
metà del XIX secolo estese addirittura a tutta l'amministrazione economica e
non solo alla contabilità (teorica e applicata) l'esigenza di un approccio
unitario sia per i soggetti pubblici che per quelli privati, così il Cerboni
(dopo il 1860) concepì ancora l'amministrazione economica come un unitario
procedere di funzioni tra le quali in particolare riguardo erano tenute quelle
relative ai vari compiti della contabilità e del controllo per cui giunse
alla responsabilità di ragioniere generale del neocostituito Regno d'Italia
elaborando e facendo normare ed applicare i principi, le tecniche, le
metodologie della logismografia, come derivavano dalle sue teorie contabili ed
amministrative, per cui traevano vicendevoli opportunità per essenziali
convergenze. Fabio Besta, a cavallo tra l'ultimo ventennio del secolo passato
ed il primo trentennio dell'attuale, condusse
a piena maturità scientifica la ragioneria come "scienza del controllo
economico" nella piena convinzione che non vi è settore
dell'amministrazione privata o pubblica, grande o piccola, economica nel fine
o solo nel mezzo che non abbisogni dei principi, delle tecniche, delle
metodologie dell'unitaria disciplina del controllo (la ragioneria) della quale
dettò le linee e le loro applicazioni, redigendo, per quel che ora
direttamente ci concerne, apposite regole di contabilità di stato sulla base
dell'unitario sistema patrimoniale, valido per ogni tipologia di azienda o
amministrazione: anche esse sono state regolarmente adottate nel nostro stato
e nelle derivanti amministrazioni . Possiamo quindi rilevare che il
formarsi delle dottrine italiane in materia amministrativa (e contabile) si
caratterizza perché è accompagnato dalla costante e forte affermazione della
unicità dei grandi criteri contabili e del controllo e delle sue funzioni,
anche in eventuale presenza di specificità tecniche o metodologiche volute
per ossequiare le più varie esigenze. Il fiorire, proprio in Italia, di
una sistematica amministrativa e contabile che tendenzialmente abbraccia
unitariamente tutti i soggetti pubblici e privati è carattere precipuo e
grande contributo del nostro paese all'evoluzione delle pubbliche
amministrazioni, così che sembra del tutto assurdo e riduttivo che proprio il
nostro paese abbia (del tutto?) smarrito la via che lo ha portato a
primeggiare. In effetto, anche quando la normazione ha sostituito gli aspetti
dell'analisi sostanziale con quelli più giuridico-formali, sono rimaste in
genere varie opportunità previste: esse riguardano certo la contabilità
finanziaria (articolata in appositi budget), la contabilità finanziaria con
parallela contabilità analitica (con valori in parte finanziari ed in parte
economici), la contabilità economico-patrimoniale (e ovviamente finanziaria),
la contabilità "integrata" economico-patrimoniale (e ovviamente
finanziaria) con contabilità analitica e budgetizzazione, anche se la
evidenza mostra la prevalenza delle contabilità finanziarie.
2.
Il cambiamento che va realizzato Limitando sempre la nostra
considerazione all'Italia, è noto che l’attuale ordinamento dello Stato e
della gran parte delle amministrazioni centrali e degli enti pubblici
nazionali negli ultimi decenni e
al momento non consente, attraverso l'uso degli strumenti informativo
contabili di bilancio ufficialmente previsti, la conoscenza dei flussi
patrimoniali ed economici, che fanno capo sia all'amministrazione globalmente
considerata che ai singoli servizi. Le amministrazioni centrali e periferiche
dipendenti quindi fino ad ora, fatti salvi pochi casi da considerare
eccezionali, hanno deciso senza conoscere
preventivamente, e spesso neppure susseguentemente, il costo delle
singole decisioni assunte e, naturalmente, le relative conseguenze sugli
andamenti generali: non stupisce che in queste condizioni la gestione non
potesse essere stata efficiente ed efficace; La situazione presente delle
pubbliche amministrazioni del nostro paese non consente sempre 1’ottenimento
di condizioni di equilibrio economico e finanziario e neppure, servendoci
degli strumenti informativi "ufficiali", il semplice calcolo
economico di costi e ricavi: è ben noto infatti che il sistema informativo
contabile mantiene la base finanziaria e non contempla, in via sistematica, le
grandezze economiche che, anche per gli enti locali, normalmente sono solo
"recuperate" attraverso il prospetto di conciliazione in via
di sintesi, come gli elementi patrimoniali che derivano da inventari dei cui
valori non sempre si può fare affidamento. Questa situazione comporta un
profondo gap circa la completezza, trasparenza e 1' attendibilità delle
procedure, indispensabili per far
funzionare il controllo dei risultati dello stesso processo (equilibri
economici-finanziari-produttivi) che influenza il giudizio e la selezione
degli amministratori da parte dei cittadini. Naturalmente le tecniche che
derivano dall'economia aziendale sono in condizione di quantificare le
grandezze che sono state indicate: condizioni di equilibrio economico come
confronto tra costi e ricavi (cessione diretta o indiretta dei servizi),
patrimoniale come confronto tra patrimonio finale ed iniziale ed analisi delle
variazioni, finanziario come confronto tra entrate ed uscite del periodo,
produttività e qualità dei servizi complessivamente
resi, produttività di ciascun servizio. Fino al momento attuale è stato
necessario considerare allora ciò che dipende dalle leggi (il sistema
informativo generale di bilancio), da ciò che può essere liberamente
predisposto a "fini interni". Il modello emergente infatti non
consiste solo nella formale ed esclusiva applicazione delle norme, ma va nella
direzione di una complessiva sinergia delle scritture "contabili"
finanziarie con quelle analitiche meno (o non) formalizzate, nell'ottica di un
sistema non certo ancora integrato, ma che comprende l'esigenza di muoversi in
tale direzione, per la quale anche lo stato recentemente ha proceduto ad una
budgetizzazione. L'effettivo assolvimento degli
obblighi di trasparenza e completezza conducono a soddisfare le esigenze di
ordine conoscitivo per realizzare le quali occorre: sostituire o integrare la
contabilità finanziaria con la normale contabilità economico-finanziaria -
patrimoniale ( particolarmente con sistemi " integrati ");
introdurre un sistema di rilevazioni analitiche per valutare gli andamenti dei
costi, la produttività dei fattori produttivi, introducendo il sistema
budgetario ed il controllo di gestione; enucleare dai costi e dai ricavi
stimati quelli (o quella parte) che sono impropri nei confronti di una
corretta gestione "aziendale"; prospettare il reale afflusso delle
entrate e delle uscite, con l'indicazione sufficientemente precisata della
relativa periodizzazione. Il metodo della programmazione, la
contabilità economica, la misurazione dei costi, della produttività e della
qualità dei servizi sono l'unica via percorribile per dare razionalità alle
decisioni e poterne valutare efficacia ed efficienza. Sappiamo bene come spesso le
esperienze maturate dimostrino che il bilancio annuale di previsione resta al centro del processo decisionale e anch'esso con i
limiti obiettivi che pone la conoscenza
ritardata e parziale delle entrate, eppure vi sono esempi di enti nei quali si
cerca di decidere in una logica di programmazione e di razionalità: sono
tentativi spesso parziali, ma significativi, perché dimostrano la volontà di
non arrendersi ad una logica rinunciataria nei confronti delle dichiarate
aspirazioni di autonomia e sussidiarietà. Le amministrazioni pubbliche, di
fronte ai molti problemi ed alle gravi difficoltà che dovevano affrontare nel
loro percorso di modernizzazione, hanno spesso tentato di trovare soluzioni
globali e "definitive" nel senso della previsione della maggiore
presenza di aziende pubbliche (o miste): per molti a livello centrale come
periferico sembrava costituire la soluzione globale e "facile" di
tutti i problemi di gestione, di rilevazione, di organizzazione e di
controllo. Non v'è dubbio che in molti casi il trasferimento di attività, l'outsorcing,
l'esternalizzazione verso una società dipendente controllata o collegata ha
avuto un significativo risultato in termini di produzione quantitativa, ma
soprattutto qualitativa, e di efficienza, perché non è ovviamente cambiata
solo la forma giuridica, ma bensì si sono anche trasformati i criteri di
gestione in senso aziendale. Tra i principi che stentano a
realizzarsi nelle amministrazioni tradizionali,
vi è appunto la concezione unitaria della gestione e la considerazione
essenziale che di essa hanno tutti gli strumenti conoscitivi tra loro
collegati, in modo da raggiungere quel supporto che già prima abbiamo
definito "sistema integrato". Il percorso esterno non può essere
che una risposta parziale alla domanda di modernizzazione ed "aziendalizzazione"
rivolta alle pubbliche amministrazioni: esse non possono limitarsi a
trasferire la gestione dei servizi là dove essi possono essere meglio
prodotti, esse debbono anche cambiare in proprio modificando il proprio
patrimonio genetico mediante l'inserzione di geni "aziendali" ad
iniziare da quelli relativi alla conoscenza dei dati ed alla presa cosciente e
responsabile delle decisioni. La programmazione ed il controllo, con
l'inscindibile supporto dell'organizzazione, potrebbero permettere di
analizzare i comportamenti delle amministrazioni per valutarne efficacia,
efficienza e produttività. Anche la recente riforma dei controlli interni,
infatti, sembra non aver lasciato tracce troppo profonde nei confronti di
molte amministrazioni, in questo caso centrali perché diverso è stato il
risultato a livello locale; in particolare non si è compreso appieno, o per
niente, l'esigenza che il controllo direzionale si colleghi strettamente ai
sistemi informativi e di budgettizazione e formi sinergie nell'ambito di tutti
i controlli interni, intendendo tutte quelle forme di verifica messe in atto
per monitorare la conoscenza della propria gestione negli aspetti generali o
in alcuni aspetti particolari al fine di porre in evidenza sia il
raggiungimento ( o la percentuale di raggiungimento) dei compiti gestionali
affidati (obiettivi conseguiti su obiettivi affidati), sia i costi relativi,
sia i ricavi da obiettivo o possibili comparati con la realtà. in particolare
appartiene all'analisi dei risultati anche tutta la reportistica del controllo
di gestione che anzi ne è uno dei cardini. Evidentemente il controllo
direzionale, particolarmente di gestione, può assumere il compito sopra
indicato solo se la gestione dell'amministrazione è ispirata davvero alle
linee di una programmazione, articolata appunto per obiettivi, programmi e
progetti (facenti riferimento a responsabili) sottoposti ad attento scrutinio
con una cadenza periodica infrannuale. La funzione di guida della gestione
mira al reperimento ed impiego delle risorse al fine di conseguire in modo
efficace ed efficiente, gli obiettivi. In questo senso il controllo esplica i
suoi effetti come il meccanismo della retroazione, cioè in base alla
evidenziazione degli scostamenti che l'attività ha manifestato rispetto a
quanto ipotizzato, e nell'implementazione delle azioni correttive; si viene
così a creare un circuito completo con la pianificazione che ne rappresenta
il presupposto, l'evoluzione della normativa in
questi anni ha cercato di seguire le richieste che dalla "società
civile" provenivano allo stato ed alle altre pubbliche amministrazioni,
ma in maniera astratta perché la gran parte dei vertici e degli operatori
pubblici erano formalmente coinvolti, ma sostanzialmente perplessi, contrari o
scettici: a partire dalla l. 142/90, dlgs 29/93, dalla "riforma"
della corte dei conti, dalle varie "Bassanini", così come dal dlgs.
286/99 sui controlli non si sono avute che limitate conseguenze effettuali,
rimaste in larga parte alla stregua di sagge indicazioni su come potrebbero
gestirsi in un futuro non meglio determinato le nostre pubbliche
amministrazioni.
2.
Come favorire il cambiamento nello Stato e nelle altre
PP.AA. L’attuale ordine del giorno
politico (decentramento, federalismo, privatizzazioni, aziendalizzazioni,
processo di integrazione europea) sembra appena scalfire la superficie del
sistema decisionale delle amministrazioni pubbliche, ma questa è solo
un'impressione che sconta il brusco conflitto tra la grande velocità della
"domanda" rispetto al reale applicarsi delle modifiche, pure
formalmente in atto, che seguono un percorso lento. Il trascorrere ormai di
molti anni porta ad accumulare il convincimento, più pessimistico, della
scarsa probabilità di un reale cambiamento delle pubbliche amministrazioni
che abbia i cittadini e le imprese come primi destinatari di questa attesa.. Il dominio fino a poco tempo fa
incontrastato della visione "istituzionalistica" dello Stato, così
come delle altre amministrazioni pubbliche, aveva lasciato supporre che il
"settore pubblico" avesse una attività amministrativa, gestionale,
organizzativa, contabile difforme da quelle, che pure portavano nomi simili,
proprie del mondo aziendale, poiché le finalità "pubbliche" ed
"istituzionali" degli enti (politici) non potevano avere nulla a che
vedere, o comunque erano assorbenti, rispetto al mondo aziendale (economico e
competitivo). Questa impostazione
è radicalmente errata perché dimentica che le amministrazioni pubbliche sono
istituzioni per quanto riguarda il formarsi della loro volontà strategica, ma
dovrebbero comportarsi come aziende per tutto ciò che riguarda la produzione
dei servizi che essi mettono a disposizione dei cittadini e per i quali
richiedono dagli stessi risorse economiche sia come prezzi/tariffe, sia come
tasse/imposte/contributi. Gli aziendalisti studiano il processo istituzionale
per poter comprendere come il suo formarsi influenzi il funzionamento
dell'ente, ma non si può accettare che si ignorino o sottovalutino o svuotino
i criteri ed i principi, oltre le tecniche, che possono dare efficienza ed
efficacia alla gestione dei servizi pubblici e quindi ai loro apparati.
Poiché le amministrazioni assorbono risorse pubbliche come trasferimenti da
stato e regioni, come tasse e tributi, come tariffe per i servizi, etc.
occorrerà fissare bene, al di là delle strategie politiche, l'obiettivo
manageriale consistente nell'ottenere servizi migliori ai costi più
contenuti. Ciò richiede programmazione dei servizi (budget), controllo sui
risultati, controllo sulla qualità, integrazione dei "dati"
ottenuti con quelli rilevati dal sistema della contabilità generale al fine
di poter esprimere sintesi sul raggiungimento o meno degli equilibri generali
e parziali. E' necessario introdurre una
condizione favorevole al cambiamento tramite la diffusione di una cultura
manageriale e dell'innovazione idonea a bilanciare la tradizionale cultura
amministrativistica. Per riuscire in questa difficile trasformazione, le
gestioni di servizi pubblici necessitano di una mentalità innovativa di
carattere manageriale, che coinvolga in maniera convincente anche il
personale, ed in primo luogo i dirigenti: è' necessario che, trovino ampio
spazio proprio i principi dell'economia aziendale al fine di migliorare la
qualità dei servizi, quindi la qualità della vita delle comunità
interessate. Perché anche il processo di
trasformazione contabile (nuovi sistemi informativi integrati) possa divenire
un rilevante step nel processo di modernizzazione, occorre un evidente
cambiamento organizzativo a partire da nuove figure manageriali che realizzino
il passaggio di responsabilità dai politici ai tecnici, non nel senso della
separatezza, ma della distinzione. Inoltre
occorre volontà, capacità attitudinale ed una adeguata formazione.
I ricordi prima evidenziati sui
sistemi amministrativi e contabili dei secoli passati dimostrano che quella
che proponiamo non è una "copiatura"
pubblica degli strumenti che erano ritenuti propri dei privati: l'osservazione
attenta va a confermare, invece, che i principi che la regolano, ai quali
fanno riferimento le tecniche e le metodologie sono sostanzialmente unitari e
tali si manifestano sempre più: se
siamo in condizione di agevolare questo scambio di esperienze tra aziende
private e pubbliche possiamo dire che vi sia continuità e sinergia.
Luca Anselmi (Università di Pisa)
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