Ai colleghi magistrati della Corte dei conti

  

Cari colleghi,

 

nella scheda per il rinnovo delle cariche associative avrete letto il mio nome    – Sergio Auriemma –  tra quelli dei candidati alla presidenza.

La candidatura nasce non da un programma elencante progetti, soluzioni o persino itinerari legislativi da percorrere, salvo poi a verificarne l’effettiva realizzazione, che non dipende dal solo volere associativo.

Essa, piuttosto, è frutto di riflessioni maturate tra colleghi vicini e impegnati nel lavoro quotidiano.

La prima riflessione attiene ai compiti affidati a chi rivesta la carica di presidente.

Se  normale  - e penso condivisa -  è la consapevolezza che il ruolo debba essere di “servizio” e di garanzia nei confronti di tutte le componenti associative, una linea di discrimine può esservi lì dove il candidato non sia espressione diretta di un singolo gruppo, sia pure numericamente prevalente, ma dia visibile risalto a indipendenza e trasversalità.

Ciò non significa autocrazia o isolamento autonomistico, perché l’esercizio del ruolo dovrà necessariamente farsi carico di promuovere e cogliere linee operative quanto più largamente condivise, affinchè l’Associazione possa vivere e agire.   

Vi è, poi, una considerazione più importante, che attiene al modo di presentarsi, anche esterno, dell’Associazione. 

Le esperienze maturate negli ultimi anni sembrano dimostrare, da sole, la necessità di ricollocare l’Associazione in una posizione attiva e unitaria nel dialogo con le altre Istituzioni, con il mondo accademico, con l’avvocatura,  con la politica, con le sedi legislative.

Ciò esige una presidenza espressiva di ruolo “istituzionale”, non di parte; esige anche “apertura” in un dialogo che, se del caso, sappia diventare vivace e di confronto.

Dialogo e confronto, non possono essere, e neppure apparire, di contrapposizione tra gruppi o di strenua difesa di posizioni elitarie o prevalenti.

Il pluralismo interno è elemento vitale, fertile, incomprimibile.

La giustizia –  che vive anche attraverso gli ordini magistratuali che ne concretizzano l’attuazione -  è chiamata però, più che mai, ad assumersi la responsabilità di essere parte della sovranità dello Stato, accanto al potere legislativo e dell’esecutivo.

Il confronto dialettico politica-giustizia, tra gli snodi cruciali in tempi attuali e negli Stati di diritto, orbita in una sfera che è espressione complessiva, pur se non uniforme o monolitica, della sovranità.

 

 

 

 

L’associazionismo dei magistrati, da sempre, si è dichiarato apartitico, perché imparziale e indipendente, ed asindacale, perché non meramente rivendicativo.

All’interno, per tutte le magistrature, ciò significa assumersi e praticare la responsabilità della indipendenza, della elevazione professionale, dell’impegno lavorativo, nella dialettica propositiva delle componenti associative.

All’esterno, non può che comportare ricerca tenace di dialogo e non di contrasto oppositivo, nel rispetto di tutte le altre funzioni istituzionali.

Solo in tal maniera le giuste pretese di trattamenti adeguati all’importanza e all’impegno di lavoro, di tutela delle carriere, di partecipazione e contributo tecnico alla definizione di innovazioni normative di interesse, di garanzia dell’autonomia del singolo magistrato diventano il segno di reale attenzione agli interessi della collettività,  non indici di corporativismo o, peggio, di collateralismo o di contrapposizione politica, queste ultime evenienze incombenti in contesti maggioritari o di alternanza.           

 Per tali ragioni la mia candidatura non ha, né poteva avere, una propria agenda predefinita, un programma elettoralistico preconfezionato, forse naturale in sistemi associativi “dirigistici” nei quali, votato insieme ad una lista maggioritaria, diventa quello valido per tutti gli associati.

Né l’ho accettata come premio per ruoli da me già svolti oppure per “star bene” individualmente, ma per tentare, insieme nell’associazione, ciò che si deciderà di  “far bene” per la comune funzione e per il contributo che essa può dare alla vita delle Istituzioni.

L’idea che l’ha ispirata potrebbe essere superiore alle forze.

Se, all’esito delle elezioni, non vi sarà occasione neppure di tentarla, non verrà meno il mio grazie, particolare per i colleghi che mi hanno onorato nel sottoscrivere la candidatura,  ma esteso a voi tutti che avrete letto queste righe, perché nessuno, credetemi, avrà deluso una mia soggettiva ambizione.  

 

Vi saluto con cordialità.

 

Roma, maggio 2004   

 

                                                                Sergio Auriemma