Associazione magistrati Corte dei conti

GRUPPO ALTERNATIVA

 

Le prossime elezioni per il rinnovo degli organi associativi non potranno essere considerate, nemmeno tra i più scettici tra i nostri colleghi, come il mero ripetersi di un rituale privo di significativi effetti concreti.

Per la prima volta, nella storia dell’Italia repubblicana, ci troviamo di fronte, ormai da qualche anno, a massicci e reiterati attacchi - del tutto diversi dal legittimo esercizio dei diritti di critica ed impugnazione - nei confronti dell’operato delle nostre magistrature, attacchi che non hanno risparmiato neanche la Cassazione e la Corte Costituzionale, nel quadro di un disegno complessivo di delegittimazione dell’intero "sistema – giustizia" previsto dalla Costituzione.

E’ dunque in corso un’operazione politica dell’attuale maggioranza governativa, vistosamente intesa a ridimensionare l’autonomia e l’indipendenza dei giudici e, nel contempo, a sottoporre l’esercizio delle funzioni requirenti al controllo dell’esecutivo.

Se tutto questo ci allarma, sicuramente e in primo luogo come cittadini, non può non preoccuparci come magistrati della Corte dei conti, inevitabilmente destinatari di non poche norme di quel progetto.

D’altra parte, se la conflittualità tra Governo e Ordine giudiziario ha occupato e continua ad occupare largo spazio sugli organi di informazione, non possiamo tacere né sottovalutare la grave iniziativa del subemendamento proposto proprio nei confronti del nostro Istituto, col dichiarato obiettivo di frantumarne l’unità, restringere ad un esiguo gruppo di colleghi la qualifica di "magistratura superiore", reintrodurre l’ingerenza governativa sulle promozioni, ecc..

Si tratta di vicende notissime, concluse, almeno per ora, col ritiro dell’improvvido progetto governativo: questo risultato positivo è stato ottenuto per l’unità e la compattezza dimostrate dai magistrati della Corte, sia nelle competenti sedi istituzionali, sia nell’ambito associativo con votazioni a larghissima maggioranza nel Consiglio Direttivo e nell’Assemblea Generale, malgrado isolate voci dissenzienti di colleghi impegnati in autorevoli collaborazioni governative.

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La crescente insofferenza della classe dirigente, politica ed amministrativa del nostro Paese verso qualunque forma di controllo ha raggiunto ormai il livello di guardia per quanto concerne la tutela delle pubbliche risorse.

Eliminati gli organi di controllo sulle Regioni e sugli enti locali, è stato gradualmente ridimensionato il ruolo del controllo della Corte dei conti in relazione sia alla quantità e qualità degli atti ad esso assoggettati, sia ai parametri di riferimento, sia alle misure correttive applicabili.

A questo punto, un’inversione di tendenza diventa necessaria, e ciò è verosimilmente avvertito anche negli ambienti politici e amministrativi più avveduti.

Si va facendo strada faticosamente la consapevolezza che le procedure di controllo sono funzionali proprio al più efficace esercizio dei compiti di controllo politico devoluti alle assemblee elettive: queste devono infatti poter contare su dati certi ed affidabili, garantiti come tali proprio dalla natura neutra e magistratuale dell’organo che li fornisce.

Espressione di questa nuova consapevolezza appare la recente legge n.131 del 2003 che conferisce alla Corte dei conti compiti di verifica sul rispetto degli equilibri di bilancio da parte degli enti locali, prevede che le Sezioni Regionali verifichino la gestione degli stessi nel rispetto della natura collaborativa del controllo; attribuisce agli Enti territoriali la facoltà di chiedere alle Sezioni pareri in materia di contabilità pubblica.

Circa il controllo sulle autonomie e sulle amministrazioni statali decentrate, si osserva, in particolare, che della materia viene investita la Corte talora in modo indistinto, onde potrebbero intervenire sia le Sezioni regionali sia le Sezioni centrali.

Per risolvere questo tipo di conflitti e soprattutto per coordinare e superare qualunque contrasto interpretativo, dev’essere individuato nelle Sezioni Riunite il necessario organo di sintesi dell’area del controllo.

In ogni caso appare inevitabile il rafforzamento numerico del personale di magistratura (ed anche di quello amministrativo) operante negli uffici di controllo: quest’obiettivo va realizzato al più presto, incrementando i concorsi per colmare i vuoti di organico, utilizzando eventuali energie professionali liberate in altri settori e, se necessario, potenziando gli organici dell’istituto.

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Per quanto riguarda la giurisdizione contabile, finalmente estesa dalle note recenti sentenze della Cassazione anche ai danni erariali prodotti nell’ambito degli enti pubblici economici, l’assetto normativo vigente prevede, per i convenuti in giudizio, una serie di garanzie e di cautele, incentrate sulla colpa grave, sull’intrasmissibilità e sull’invito a dedurre.

Nel pieno rispetto di tale sistema garantista, è tuttavia auspicabile – e l’Associazione dovrebbe esserne promotrice – l’introduzione di una norma che assicuri una rapida e semplice forma di riesame della Sezione giudicante sulle archiviazioni delle istruttorie aperte con invito a dedurre: ciò, a tutela della certezza giuridica e della "par condicio" tra gli indagati, ancor prima che dell’interesse erariale.

Il più vistoso ed urgente problema relativo al nostro contenzioso contabile continua ad essere il deludente andamento delle esecuzioni delle sentenze di condanna. A tale riguardo, lungi dall’adottare o programmare concreti provvedimenti nei confronti della diffusa inerzia delle Amministrazioni, l’attuale maggioranza si è fatta promotrice di un disegno di legge ( A.S. n. 1709) che prevede accordi transattivi non solo sull’estinzione "contrattata" dei giudizi in corso (al di fuori e al di sopra del ruolo istituzionale del Pubblico Ministero), ma addirittura sulla riduzione dell’importo di condanne coperte dal giudicato.

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"Alternativa" è nata, oltre trent’anni addietro, non per conquistare spazi di potere dentro e fuori l’Istituto (lo dimostra la storia personale di ciascuno di noi), ma al solo scopo di affermare e tutelare l’indipendenza e, più in generale, le connotazioni magistratuali della Corte dei conti, sancite nella Costituzione, ma poco visibili nella concreta realtà istituzionale.

In questi decenni non sono mancate alcune novità positive, dall’autogoverno al decentramento; ma neanche queste riforme hanno realizzato l’effettiva indipendenza dei colleghi a causa dei Consigli di Presidenza sempre più disinvolti nell’adottare provvedimenti di stato sia in assenza di regole oggettive e predeterminate, sia addirittura in deroga ai criteri vigenti. Tutto ciò ha provocato non solo l’incremento del contenzioso, ma anche una tendenza all’astensionismo dalle procedure concorsuali di colleghi esperti e meritevoli, ma poco disposti a rischiare ingiustificati sorpassi.

Il nostro gruppo si impegna a rendere ancor più incisiva, in seno al Consiglio Direttivo, la propria costante azione diretta a modificare gli assetti organizzativi interni, per adeguarli a quelli già operanti con successo presso altre magistrature.

In questo spirito, formuliamo già in questo documento elettorale le nostre prime proposte al nuovo Consiglio: a) revisione degli attuali criteri per l’assegnazione di posti di funzione con prevalente, ed in molti casi esclusiva, valutazione dell’anzianità di servizio nei punteggi per le scelte concorsuali; b) assoluto rigore nell’applicazione dei criteri, da considerare al pari di norme di legge; c) più severi controlli nelle autorizzazioni degli incarichi extraistituzionali, ai fini della loro compatibilità, nonché adeguata pubblicità degli stessi e dei relativi compensi; d) equa distribuzione dei carichi di lavoro sia all’interno dei singoli Uffici sia tra Uffici diversi previo, in tal caso, adeguamento degli organici.

Il sistema proposto appare fondamentale non solo ai fini dell’autonomia e della "par condicio" di magistrati "senza speranza e senza timore", ma in primo luogo a tutela dell’autorevolezza morale e della doverosa coerenza del nostro Istituto, posto al centro dell’ordinamento dei controlli di legalità.

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In tema di par condicio, non si può non esprimere convinto e profondo rammarico per il perdurante squilibrio tra le condizioni di carriera dei magistrati assunti entro il 1993 ovvero in date successive: gli uni hanno conseguito la qualifica di consiglieri dopo quattro anni, gli altri, dopo otto. Eppure è notoria esperienza quotidiana che le condizioni retributive e di carriera di qualunque categoria di lavoratori tendono a mutare in meglio e mai in peggio col trascorrere del tempo e con il rinnovo di contratti e normative. Il protrarsi di questa illogica discriminazione costituisce quindi un grave "vulnus" non solo per i diretti interessati, ma per l’intero corpo magistratuale.

I rimedi devono essere trovati con la massima determinazione e sollecitudine mediante la preventiva e forte intesa con le altre categorie coinvolte: dai colleghi dei TT.AA.RR., la cui situazione è identica alla nostra, ai magistrati ordinari (se saranno d’accordo, com’è probabile) da troppo tempo ingessati in una progressione di carriera anacronisticamente lenta. Comunque, appare necessario, al fine di evitare future analoghe discriminazioni che l’uniforme durata dei tempi di carriera venga ripristinata con una norma a regime e non transitoria.

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Per realizzare tutti gli obiettivi indicati in questo come negli altri programmi, occorre infine un più intenso impegno associativo attraverso una maggiore frequenza delle riunioni del consiglio direttivo e, soprattutto, una costante presenza di coloro che si fanno eleggere, a differenza di quanto è accaduto finora: com’è noto, difatti, numerose sedute sono andate deserte per mancanza del numero legale dovuta alle prevalenti assenze di componenti della maggioranza.